Feed

La breve favola agnostica del Malines

By 23 Agosto 2019

Storia di una squadra che ha vinto la Coppa delle Coppe nel 1988 senza credere in nessun Dio: né nel bel gioco, né nel calcio totale olandese, né nel talento, né nell’organizzazione difensiva

Sono gli ultimi giorni di marzo del 1990, la colonna sonora è Nothing Compares 2 Udi Sinead O’Connor. Il Milan di Sacchi è primo in classifica in campionato, ma è reduce da due amare sconfitte consecutive contro la Juventus e l’Inter. Il sorteggio di Coppa dei Campioni fa tirare un sospiro di sollievo a tutti meno che ad Arrigo perché dall’urna esce una squadra belga che non ha grandi stelle, ma può contare su un collettivo che sa farsi rispettare e sta costruendo un ciclo da non sottovalutare.

Esattamente, come era capitato un anno prima ai quarti, c’è uno di quegli avversari che Pizzul, all’epoca, avrebbe definito ostico, Sacchi agnostico. Se del Werder Brema del 1989 possiamo certamente affermare che fosse squadra molto difficile da affrontare e da superare, del Malines si può decretare, a distanza di decenni, l’assoluta agnosticità. Perché quella squadra non credeva in nessun Dio: né nel bel gioco, né nel calcio totale olandese – nonostante fosse allenata, appunto, da un olandese, Aad de Mos – né nel talento, né nell’organizzazione difensiva.

L’andata di quel quarto di finale si giocò in una atmosfera lugubre. Perché così si presentava l’Heysel che soltanto pochi anni era stato il teatro di una della più grandi tragedie della storia del calcio. Ma il Malines è agnostico e anche di questo aspetto, una delicatezza formale che non gli appartiene, non se ne cura più di tanto. La partita non se la ricorda nessuno, perché siamo abituati a fissare nella mente solo le imprese di quel grande Milan. Come la semifinale di Madrid al Santiago Bernabeu o quella di Monaco di Baviera, un anno dopo. Al massimo sono passate alla storia i match in cui i rossoneri sono stati messi in seria difficoltà come quello contro la Stella Rossa a San Siro, con Dragan Stojković che fece saltare gli schemi giocando tra le linee o la famosa partita contro l’Olympique Marsiglia con Chris Waddle in totale stato di grazia. Ma un pareggio anonimo è difficile da ricordare.

Michel Preud’homme, qui con la maglia del Belgio, ha difeso la porta del Malines fra il 1986 e il 1994 (Photo by Ruediger Fessel/Bongarts/Getty Images.

E allora è giusto che questa storia, quella del club con due nomi e due pronunce totalmente differenti, inizi da qui.

L’unica emozione della gara di Bruxelles, una gara bloccata con il Milan che supera raramente la metà campo, è un palo di Versavel. Finisce 0 a 0 e l’impressione è che non sarà semplicissimo sbloccarla a San Siro. Perché il gardien de but dei belgi è Michel Preud’homme e in quella Coppa dei Campioni ha subito un solo gol. Non è un caso, è un portiere fortissimo, forse il migliore al mondo anche se i premi dicono Walter Zenga.

L’agilità e la spettacolarità del belga però ricordano i cartoni animati dell’epoca. Se Zenga è Benji Price, Preud’homme è Ed Warner, quello che proviene da una famiglia di maestri di arti marziali e mostra le sue doti atletiche dandosi lo slancio contro il palo della porta. Magari non arriva a quegli eccessi, ma chi lo ha visto giocare lo ricorda perfettamente esibirsi in interventi spettacolari e decisivi, spesso a distanza ravvicinata l’uno dall’altro.

Imbattibile sulle uscite basse e sui tap inapparentemente più semplici, Preud’homme ha una capacità di rialzarsi e coprire lo spazio della porta fuori da comune. Lo sanno bene Vialli e Mancini che un anno prima hanno eliminato il Malines in semifinale di Coppa delle Coppe, se ne accorgeranno gli inglesi qualche mese più tardi ai Mondiali italiani. Solo una spettacolare mezza rovesciata di David Platt rovinerà il piano perfetto dei diavoli rossi: quello di arrivare ai rigori.

Johnny Vant Schip dell’Aiax e Leo Clijsters del Malines si scambiano I gagliardetti prima della finale di Coppa delle Coppe del 1988, vinta dal Malines per 1-0. (Credit: Allsport UK /Allsport).

Ha un piano molto simile il Malines quella sera, a Milano. A favorirlo c’è il terreno di gioco, pessimo. Se i lavori per il terzo anello proseguono in maniera indefessa, il prato del Meazza si mostra nelle peggiori condizioni possibili. In campo è grande Milan. Donadoni gioca una delle più belle partite della sua carriera, tramortendo di finte qualunque avversario gli si pari davanti, l’intensità dei rossoneri è sconosciuta all’epoca, ma il fortino giallorosso regge. Incredibilmente, fortuitamente, ma resiste. Col passare dei minuti inizia a ergersi, sempre più mitologica, a metà tra un manga giapponese e un film di Bruce Lee, la figura di Michel Preud’homme, portiere di cui non sfugge il particolare dell’apostrofo infilato a metà cognome.

Un cognome semplicemente non dimenticabile. La sua partita onora ancora di più il gioco del Milan, come i portieri che in spiaggia esaltano i tiri verso incroci dei pali immaginari, volando a smanacciare palloni e tuffandosi nel mare. Dove non arriva lui c’è una traversa, un palo, qualche centimetro a salvare la porta dei belgi. Zero a Zero. Pizzul, in telecronaca, inizia a tradire un po’ di pessimismo. Si riprende solo quando Leo Clijsters, uno dei pochi nazionali di quella squadra nonché picchiatore incallito e padre di Kim, futura tennista numero 1 al mondo, viene ammonito per la seconda volta.

Ma passano pochi minuti e Donadoni, dopo aver subito centinaia di falli decide di farsi giustizia da solo rifilando un gancio al mento di Rutjes. Si torna a giocare ad armi pari, ma senza l’uomo migliore. Sembra tutto perfidamente calcolato. E siamo ai supplementari. Se il Malines supera l’ostacolo della squadra più forte del mondo, può scrivere la sua storia. Ma è proprio in quel momento, quando i fiamminghi pensano che il peggio sia passato, che San Siro, esausto, si accorge che Van Basten è riuscito a superare Preud’homme intervenendo su una ribattuta in area.

(Allsport UK /Allsport).

Un gol tutt’altro che da Van Basten. “L’ha buttata dentro” – dice Pizzul – e il verbo non è casuale. C’è ancora tempo per il secondo gol di un giovanissimo Marco Simone, 21 anni, che segna quello che il telecronista friulano, ormai in estasi, definirà “il gol della vita”. Il muro delle Fiandre è abbattuto, la corsa del Malines – piccolo centro fiammingo che poteva diventare la squadra più forte del Benelux – si ferma contro il Milan degli invincibili.

Ma vale la pena ricordare il prequel.

E riavvolgere il nastro al trasferimento di De Mos in Belgio dopo un triennio sulla panchina dell’Ajax già in parola con il figliol prodigo Johan Cruijff. L’allenatore olandese si fece convincere dal progetto del miliardario John Cordier, proprietario della Telindus, azienda di componenti elettriche, che era diventato presidente del club nella stagione ’82-83. Tra i primi successi del magnate presidente (all’epoca l’unico modo per contrastare Silvio Berlusconi era emularlo, ma l’unico ad andarci davvero vicino fu Berard Tapie): aver riportato la squadra nella massima divisione, la ristrutturazione dello stadio Achter de Kazerme e l’acquisto di alcuni buoni elementi come il già citato Michel Preud’Homme, Erwin Koeman, Piet den Boer, Graeme Rutjes e Marc Emmers e soprattutto Eli Ohana, venerato tutt’ora come il migliore calciatore israeliano della storia assieme a Yossi Benayoun.

Il ragazzo vinse anche il prestigioso Guerin d’Oro come “miglior giovane al Mondo”e ricevette critiche positive perfino dal Pibe de Oro: “In Israele hanno un solo giocatore, ma parecchio forte”. In realtà l’israeliano è poco più che un buon giocatore all’interno di un collettivo molto forte nel quale però, ad eccezione del portiere, non spicca nessun talento. Nessuno avrebbe potuto immaginare che poco più di tre anni dopo dall’arrivo di De Mos allo Stade de la Meinau di Strasburgo, la più importante squadra olandese, l’Ajax, si sarebbe visto sottrarre la Coppe delle Coppe proprio dai belgi. Che per completare l’opera vinceranno, questa volta contro il PSV, anche la Supercoppa Europea.

Aad de Mos (Photo by Ruediger Fessel/Bongarts/Getty Images).

Sono anni di grande competizione tra Belgio e Olanda. I diavoli rossi vengono dall’ottimo Mondiale di Messico 1986, dove hanno messo in luce la stella di Vincenzo Scifo, gli orange hanno stupito trionfando nell’Europeo tedesco. Ed è proprio tra il Mondiale messicano e quello italiano, dove entrambe le compagini partono con grandi aspettative, che nasce il mito del Malines, squadra con la testa olandese e il cuore fiammingo. Una sorta di laboratorio sperimentale di un calcio diverso, neanche troppo ambizioso, ma che si presentava come una novità assoluta e proprio per questo difficilissima da affrontare. Gli italiani, a parte Sacchi, giocavano da italiani. Gli inglesi da inglesi, i sovietici da sovietici.

Il Malines era il Malines perché non aveva i connotati di una squadra belga e neanche quelli di una olandese. Come il Malmoe di Bob Houghton del 1979 era una squadra poco spettacolare e molto tattica ed equilibrata, ma priva dei connotati del calcio nazionale, per questo una novità assolutamente interessante nel panorama del calcio internazionale. Tra le partite simbolo dell’ascesa del Malines (o Mechelen a seconda se preferite la versione fiamminga o vallona) c’è la semifinale di Coppa delle Coppe contro l’Atalanta di Emiliano Mondonico, vinta per 2 a 1 sia a Bergamo che in casa.

Una gara quasi surreale, visto che i bergamaschi ci arrivarono mentre giocavano, e vincevano, il campionato di Serie B. Nella gara di andata gli atalantini, sia pur sconfitti, riescono a ottenere un risultato, 2-1 per i belgi, che in vista della partita casalinga lascia aperto il discorso qualificazione. Anche un 1-0 qualificherebbe i giocatori di Mondonico per la finale di Strasburgo.

E l’1-0 arriva già nel primo tempo, quando Garlini trasforma un calcio di rigore che consente all’Atalanta di sbloccare il risultato e portarsi in vantaggio. I nerazzurri non smettono di attaccare e a inizio ripresa vanno più volte vicini al raddoppio. Sono ancora le parate di Preud’homme a tenere in partita il Malines. Quando sembra che l’Atalanta sia in grado di dominare la gara, un gran goal di Rutjes, in girata volante in prossimità dello spigolo dell’area di rigore, gela tifosi e calciatori. Quando Emmers segna il 2-1 per i belgi, il discorso qualificazione chiude ogni possibilità di riapertura. L’Atalanta esce dalla Coppa delle Coppe dopo essere stata a mezz’ora dalla finale. Lo fa, ovviamente, con un tributo indimenticabile che ancora oggi, a Bergamo, ricordano bene.

Larsson e Pieter Den Boer si contendono il pallone (AllsportUK /Allsport).

La breve storia del Malines è legata a doppio filo al calcio italiano, proprio perché con una matricola, l’Atalanta, inizieranno a consolidare il proprio mito; con una sorpresa (non per noi italiani) come la Sampdoria accuseranno una prima battuta di arresto ad un passo dalla seconda finale di Coppa delle Coppe in tre anni, mentre contro il Milan di Sacchi chiuderanno di fatto un ciclo. Quello di una città di 80.000 abitanti neanche troppo bella – ma molto avanti dal punto di vista industriale – che ha fatto sentire il proprio peso in Europa senza grandi solisti, fatta eccezione per il portiere.

Gli abitanti di Malines, come quelli di diverse città fiamminghe, vengono chiamati con uno strano soprannome: il loro è Maneblussers, ossia, letteralmente, “coloro che spengono la luna”. Tutto perché una notte del 1687 in tantissimi si svegliarono per andare a spegnere un incendio mai esistito: era solo il riflesso della luna a far sembrare in fiamme la torre della cattedrale di San Rombaldo. Forse anche nel calcio, la sfavillante ascesa del Malines è stato solo un riflesso. Oggi il Mechelen, dopo essere tornato in prima divisione, si trova al centro di uno scandalo che potrebbe farlo piombare addirittura in terza divisione, se verranno confermati i capi di accusa (partite truccate e comprate).

Molti dei protagonisti del grande Malines sono spariti dai radar una volta lasciata la squadra e nessuno di loro si è confermato ai livelli di un tempo. Eli Ohana, ad esempio, passò ai portoghesi del Braga prima di tornare in Israele e scivolare nell’anonimato (in patria resiste comunque il suo mito), Erwin Koeman tornerà ad essere solo “il fratello di Koeman, quello che tirava la punizioni”, lo stesso Preud’Homme da allenatore farà fatica, imprigionato nei panni di un gatto che, una volta invecchiato, si è intristito. La luna del Malines però ha brillato parecchio e nessuno può spegnerla. Neanche un Maneblussers.

 

Cristiano Carriero

About Cristiano Carriero

Giornalista e storyteller, scrive di calcio, tra le altre, per Esquire, Rivista11 e Il Nero e l’Azzurro di cui è co-fondatore con Michele Dalai. Ha pubblicato tre libri sul Bari: “Che storia la Bari”, “La Bari siete Voi” e “Tanto non Capirai”. Fondatore de La Content Academy, Docente di marketing all’università di Comunicazione e pubblicità di Urbino, curatore della collana di digital marketing di Hoepli, con 11 titoli pubblicati.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
Come cambia d'estate il nostro rapporto con il calcio?