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La notte che ha trasformato il Parma in leggenda

By 10 Maggio 2019

Domenica saranno passati 20 anni dalla finale del Lužniki che regalò la seconda Coppa Uefa ai ducali. Una squadra costruita per vincere il “triplete” che rimane l’ultima italiana ad aver alzato al cielo il più nostalgico dei trofei

Dino mangia una pizzetta. Lilian, con la cravatta mezza slacciata in stile detective azzeccagarbugli durante un interrogatorio, ha in mano un giornale e urla “Vai via di qua”. Alain ride. Enrico sbircia La Gazzetta dello Sport. Hernan, dietro occhiali da boyband anni ’90, bofonchia qualcosa tipo: “Due coppe? Sarebbe bello, magari ci penso io”. Faustino con le carte in mano, Juan non ha tempo di scherzare, Gigi dorme. E «Per fortuna dorme adesso» lo sfotte Fabio. Se non fosse che Fabio, il regista di questo filmino amatoriale, è Cannavaro, staremmo tranquillamente rivedendo 20 anni dopo il video della gita scolastica di una qualsiasi terza liceo. Invece, i compagni non sono di classe, ma di squadra, e il viaggio d’istruzione a Mosca non prevede tappe al Cremlino o in Piazza Rossa. Il biglietto con la storia è quello che il Parma mostra al mondo la notte del 12 maggio 1999. L’ultimo staccato da una squadra italiana per entrare nella sala esclusiva della Coppa Uefa, prenderla e portarla a casa.

Boris Eltsin è presidente della Russia, il millenium bug è il nonno dell’WhatsAppDown, Anna Oxa vince il festival di Sanremo, si inizia a scaricare (ops) da Napster, Matthijs de Ligt non è ancora nato e Fabio Cannavaro non gira per il corridoio di un aereo con lo smartphone. Nessuna diretta, nessuna storia su Instagram. Il film-maker per caso rompe le scatole a tutta la squadra manco fosse un provino per Le Iene, mini telecamera puntata in faccia, imbarazzi vari ma un gioiello grezzo nella cassettina.

«Fabio è sempre stato quello che suonava la carica, sdrammatizzava, anche con scherzi, il suo animo da uaglione napoletano era la nostra arma in più, per rilassarci o ricaricare le pile». Parola di Stefano Fiore (47 presenze e 3 gol in quella magica stagione) nostro cicerone d’eccezione in questo viaggio nel tempo. «Davvero sono passati vent’anni?». Pochi? «Ma va, mi sembra ne siano passati cinquanta, sembra un’altra epoca, tutto diverso, incredibile». Aggettivo abusato ma che più giusto non si può quando bisogna illuminare il decennio dei Novanta griffato Parma: un secondo, due terzi e un quarto posto in Serie A, due Coppa Italia, due Supercoppa Italiana, una Coppa delle Coppe e due Coppa Uefa. Incredibile, vero? Quarta squadra italiana più titolata in Europa nella storia. Ancora più clamoroso alla luce della prima promozione in A nel 1990.

«Quella squadra fu costruita per il Triplete, anche se alla fine arrivò la doppietta di coppe – racconta Fiore -, completa in tutti i reparti, fuoriclasse e ragazzi in rampa di lancio, un mix letale». E perfetto, come quella notte moscovita. Il Marsiglia, maledetto carnefice del Bologna in semifinale, è la vittima sacrificale di una trama mai in discussione. Abbiamo rivisto la partita intera (Dio benedica Youtube) e quando Pizzul annuncia la formazione «sui vostri» il verdetto è già in essere: 3-4-1-2 (che il Brunone nazionale non si sogna nemmeno di di pronunciare), Buffon in porta, Cannavaro, Sensini, Thuram i tre dietro, Vanoli a sinistra e Fuser a destra, Dino Baggio e Boghossian centrali, Veron dietro a Chiesa e Crespo. Allenatore Alberto Malesani. «Che all’inizio della stagione cercò di imporre la sua personalità. Metteva davanti sé stesso, a dispetto dell’immensa qualità dei giocatori. Aveva un po’ la presunzione di voler essere lui a incidere» continua Fiore «e dopo i primi due mesi complicati, in cui rischiammo anche di usicre dalla Uefa con il Fenerbahce, ci fu un duro confronto all’interno dello spogliatoio, con addirittura l’intervento di Calisto Tanzi in prima persona. Il patron fece da mediatore, le cose cambiarono e iniziammo a mettere le marce alte». Quelle che permettono al Parma di risolvere il western di Cracovia con il Wisla (“Giochi a pallone e ti tirano le lame” riporta Emilio Marrese su La Repubblica, in riferimento al coltellino a serraminico lanciato sulla testa di Dino Baggio), dei Glasgow Rangers, del Bordeaux (messo a cottura con un 6-0 nel ritorno al Tardini) e dell’Atletico Madrid.

Parma Coppa Uefa

Quando l’arbitro scozzese Stuart Dallas fischia l’inizio, l’allenatore dell’OM Rolland Courbis ha già tirato mezza sigaretta. Farà in tempo a bruciare un pacchetto per mandare giù le provocazioni della vigilia: «Vorrei sapere quale Ovomaltina prendono al Parma per essere così forti». Fumo negli occhi. Il Marsiglia ha cinque squalificati, quattro titolari: Gallas, Luccin, Ravanelli per diffida e Dugarry paga la rissa al Dall’Ara al triplice fischio. Troppo. «Con loro perderemmo 49 volte su 50, questa potrebbe essere l’eccezione». Troppo generoso. Neanche quella. Fuori portata la qualità del Parma per venirne a capo con un pressing iniziale tanto intenso quanto disordinato.

Buffon continua a russare, non si tuffa mai. Gourvennec, Pires e Maurice girano alla larga dall’area cercando di valorizzare la superiorità numerica in mezzo al campo, ma non riescono a tirare fuori dalla vasca gli squali: Sensini coordina, Cannavaro comanda e Thuram appena sente l’odor del sangue assalta la preda. Come in occasione del 3-0 che manda la partita sui libri di storia: Lilian recupera palla oltre la metà campo, duetta con Fuser, Veron spedisce in area la solita lettera d’amore, Crespo, che potrebbe esibirsi nella versione Air con i suoi colpi di tacco volanti (quattro gol in quell’annata) fa velo per Chiesa. Francobollo al volo, palla in buca, coppa in bacheca.

Fiore, in campo al 77’ al posto della “brujita”, ricorda bene: «Sarò sincero, tatticamente non eravamo niente di incredibile: davanti al muro di quei tre su cui non c’è nulla da aggiungere, Baggio e Boghossian garantivano dinamismo, inserimenti e seconde palle, Fuser e Vanoli la spinta, davanti i movimenti incrociati di Hernan ed Enrico non offrivano punti di riferimento, il resto lo facevano le visioni di Veron».

Parma Coppa Uefa

Ritmi e folate da Champions League moderna, idee chiare, semplici e talento libero di innaffiare il campo. «L’ultimo esempio felice della provincia calcistica italiana», Gianni Mura dixit, è ormai un modello. Da imitare, studiare, copiare e replicare, se non fosse per il tragico epilogo finanziario a cui presterà fianco e anima negli anni successivi. Ma quella notte è per sempre. Le polaroid sono ancora a colori, nonostante la memoria storica di tweet, post e giudizi sommari faccia sbiadire tinte di calcio ancora fresche: Fuser con quella gamba starebbe bene nella 4×100 del Liverpool di Klopp, Dino Baggio gioca con un gemello al fianco, uno non perde mai la posizione, l’altro sequestra la biglia, se oggi ci stupiamo della “garra” di Federico Chiesa servirebbe un autovelox per recuperare le generalità di papà Enrico a ogni scatto.

E Crespo? Ecco cosa succede lasciando un caveau aperto davanti a Lupin. Non deve nemmeno mettersi il passamontagna quando Laurent Blanc buca un retropassaggio di testa, appare alle spalle del campione del mondo, pallonetto, saluti e baci. Siamo al 25’. Undici minuti più tardi Parma è caput mundi. “La classe operaia che sale in paradiso” urla Fabio Capello al commento tecnico Rai quando Paolino Vanoli dimostra di aver ripassato ogni giorno il bigino sul colpo di testa, edizioni “Valdanito”: terzo tempo, stacco, Porato in tuffo conosce già il suo destino. Rewind: chi inizia l’azione? Vanoli, off course. Che dopo uno scambio con Veron sulla sinistra non rinuncia a tenere la guardia alta nonostante il pallone sia finito sulla sponda opposta.

Quando il talento è al servizio della proposta offensiva. Se ne discute oggi, ma le radici affondano in avventure del genere: «Eravamo tutti votati alla stessa causa, ognuno aveva la consapevolezza del proprio ruolo, all’interno di un sistema dal talento immenso. Riconoscere il livello assoluto di alcuni compagni ha permesso agli altri di lavorare per avvicinarsi, senza pretendere spazio e minuti. A volte, un giocatore deve rendersi conto della fortuna che ha di trovarsi nel posto giusto al momento giusto» continua Fiore, uno dei “dodicesimi” di quel gruppo insieme a Balbo, Asprilla, Stanic, Apolloni, Mussi.

Parma Coppa Uefa

«Scorrete in lungo e in largo gli albi d’oro delle coppe: non troverete una città così piccola che abbia vinto tre trofei: Parma è la nuova capitale europea del calcio. Un miracolo autentico che non merita di essere diminuito dalla mancanza dello scudetto» scrive il maestro Franco Arturi sulla Gazzetta dello Sport l’indomani del successo in Russia, a sette giorni da quello in Coppa Italia sulla Fiorentina. Sembra ieri, sono passati vent’anni e nessuna squadra italiana ha più sfiorato la Coppa Uefa, di cui restano la nostalgia per il nome (oggi Europa League), il profumo di notti magiche, come quella dello stadio Luzhniki, e qualche nastro di un giovane regista alle prime riprese. Purtroppo non abbiamo bloopers e sequel sul viaggio di ritorno, anche se, a naso, nessuno avrà dormito, letto giornali, giocato a carte o fatto finta di niente.

Foto: Getty Images.

 

 

 

 

 

 

 

Franco Piantanida

About Franco Piantanida

Giornalista Mediaset, team Tiki Taka. Prima Tutti Convocati (Radio 24) e Gazzetta Tv. Mangio e scrivo di notte e credo nel “momento perfetto per il risveglio, per prendere ciò che è già stato fatto e farlo meglio” (cit)

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