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La prima grande impresa del calcio totale olandese

By 2 Giugno 2020

Avevano nomi di battesimo lunghissimi, da cui la necessità del diminutivo. Emanavano libertà mentale e apparente senso di autogestione. La Riforma Protestante fatta gioco del pallone, il colore all’improvviso su una tela in bianco e nero. Gli anni 70 del calcio e tutto ciò che seguirà vengono completamente ridisegnati da quello che viene definito il “calcio totale” olandese. Tutti sapevano fare tutto, tutti potevano essere tutti, al momento opportuno.

 

Spuntano dal tunnel dello spogliatoio e non sorridono per niente, anzi. I “lancieri” di Amsterdam hanno percorso una lunga strada per giocarsi la finale di Londra e ora devono compiere l’ultimo atto. Non sono pompieri ma incendiari puri, loro. Nel 1969 avevano perso per 4-1 contro il Milan, ma quella volta aveva prevalso un problema di esperienza internazionale. Stavolta non ci sono scuse. Nel ‘69 erano gli outsider, ora sono i favoriti. C’è in particolare un giocatore che si sente in credito con la sorte: è il capitano, lo jugoslavo Vasovic. Nel 1966, con la maglia del Partizan Belgrado, il difensore ha perso in finale contro il Real Madrid. Si è “ripetuto” contro il Milan e non può accettare l’ipotesi “non c’è due senza tre”, anche perché è all’ultimo anno di carriera. Dunque adesso, oppure in una prossima vita. Ma anche gli altri hanno fame di vittorie. Johan Cruijff è già un re, gli manca solo un regno. E nel calcio gli imperi si costruiscono con i fatti.

Il “totaal voetbal”, il calcio totale, si fonda su alcuni punti cardine ed è da quelli che parte una delle più grandi rivoluzioni tattiche. Quando vuole scardinare le difese avversarie, l’Ajax fa circolare palla per vie orizzontali. Il movimento senza palla fa la differenza, perché ogni giocatore sa cosa deve fare. Poi, una volta aperto il varco, la qualità individuale e complessiva completano il tutto. Secondo la visione di Michels un altro elemento basilare è il pressing sul portatore di palla avversario grazie a un movimento che coinvolge non soltanto chi pressa. Un accorgimento che di fatto accorcia il campo e mette l’avversario in seria difficoltà. Un altro aspetto, ancora poco sfruttato altrove, è l’uso sistematico del fuorigioco. Lo scatto simultaneo in avanti della difesa al momento giusto, rende inoffensive le punte avversarie. Le quali, se vogliono trovare palloni giocabili, devono retrocedere a centrocampo, lontane dal luogo in cui si finalizza la manovra. Il portiere deve imparare a dominare la sua area di rigore con uscite sicure e a gestire il pallone anche con l’uso dei piedi, se necessario. Il collante è la corsa, unita a una preparazione atletica specifica e talvolta differenziata in base ai ruoli. L’assemblaggio delle singole parti, cui si aggiunge la capacità tecnica, compone l’Ajax di Amsterdam. Michels schiera di preferenza il 4-3-3. Se queste sono le premesse, quel mercoledì per il Panathinaikos sarà dura.

Calcio Totale

Johann Cruyff in un’amichevole del giugno 1971 (Photo by Evening Standard/Getty Images)

Ma i greci hanno un’arma segreta. L’allenatore è Ferenc Puskás, il più grande giocatore ungherese di sempre e uno di quei 7-8 eletti che fanno la storia di questo sport. L’ex attaccante della Honvéd, del Real Madrid e della Nazionale magiara ha smesso di giocare da tempo e nei primi anni 70 siede in panchina. Dopo una serie di esperienze negli Stati Uniti, in Canada e in Spagna, nel 1971 allena una delle più titolate squadre greche. Il Panathinaikos soffre la rivalità con l’Olympiakos, essere la prima formazione ellenica ad aver fatto propria la Coppa Campioni azzererebbe il gap con l’avversaria del Pireo.

Puskás è l’uomo giusto. Carattere non facile, entra tuttavia in sintonia con società e tifosi.  Il motivo è semplice: sente proprie le ansie di rivalsa di un’intera tifoseria. Ancor oggi, per i tifosi della squadra con il trifoglio bianco sulla maglia verde, Puskás è uomo-padre-allenatore, asprezza che il tempo non ha smussato. Ha in mano la squadra sotto ogni profilo, anche quello psicologico. Il presidente stesso lo lascia lavorare in pace e non si intromette mai. Ed è anche profeta, il tecnico, quando a inizio stagione 70-71 dice al centravanti Antoniadis: «Allenati sodo e con me sarai il capocannoniere della prossima Coppa Campioni». All’inizio nemmeno Antonis Antoniadis crede alle parole del “divino Ferenc”. Male, malissimo. Gli dei hanno sempre ragione e bisogna creder loro in tempi non sospetti. Non dopo, ché è facile.

Calcio Totale

Ferenc Puskas dirige l’ultimo allenamento prima della finale contro l’Ajax a Wembley. (Photo by Wesley/Keystone/Getty Images)

Quelli dell’Ajax vengono chiamati “lancieri” perché il nome della squadra deriva da Aiace Telamonio, figura mitologica dell’antica Grecia, un lanciere. Aiace è arrabbiato e valoroso, proprio come i giocatori della squadra di Amsterdam. Eppure nell’edizione 1970/71 non partono bene, perché contro gli albanesi del KF Tirana non è una passeggiata. Ma è ancora estate e la preparazione fisica non è ultimata. Sì, perché l’Ajax ha una particolarità: può vincere con fatica, a volte, ma nei momenti che contano c’è sempre. E il più delle volte la squadra termina la stagione in crescendo. Quel 4-3-3 è progettato come una macchina sportiva di distruzione di massa. Ne sanno qualcosa al secondo turno gli svizzeri del Basilea, annichiliti per 3-0 in terra d’Olanda e poi 2-1 a domicilio. Nel frattempo il Panathinaikos ha superato i lussemburghesi dello Jeunesse d’Esch e gli slovacchi dello Slovan Bratislava. Sono rimaste 8 squadre e dovranno assottigliarsi ancora. Sia per l’Ajax sia per i greci il sorteggio non è del tutto benevolo, ma a questo punto è chiaro che avversarie comode non ce ne sono più. La squadra di Rinus Michels deve vedersela con il Celtic United, mentre l’urna associa il Panathinaikos ai campioni d’Inghilterra dell’Everton. La pratica Celtic viene archiviata con successo perché all’andata gli olandesi vincono in casa per 3-0. Il ritorno è quasi una formalità. Vincono gli scozzesi di misura ma il gol di Jimmy Johnstone è un placebo del tutto inutile.

Passa anche la formazione allenata da Puskás: al Goodison Park di Liverpool finisce 1-1 (anzi, i greci meriterebbero la vittoria). Con lo 0-0 ad Atene, il Panathinaikos è in semifinale, evento senza precedenti per il calcio ellenico. Il Trifoglio colpisce ancora. Sono rimaste 4 squadre per un solo trofeo. Gli accoppiamenti: Ajax-Atletico Madrid e Stella Rossa Belgrado-Panathinaikos. Se i “lancieri” fanno valere per l’ennesima volta la “legge del 3”, regolando in casa gli spagnoli per 3-0, l’impresa della formazione greca ha un che di eroico. All’andata la Stella Rossa vince in casa per 4-1. In vista del ritorno nessuno in patria scommetterebbe più una dracma sul Panathinaikos. Nessuno tranne Ferenc Puskás. Con il suo carisma il tecnico riesce a caricare la squadra e quella sera entrano in campo 11 belve assatanate. È il 28 aprile 1971, una data che i tifosi del Trifoglio non scordano, non scorderanno. Lo stadio “Apostolos Nikolaidis” è una bolgia e i giocatori di casa sono praticamente perfetti. Dopo un minuto i greci sono in vantaggio, il resto avviene nella ripresa. Finisce 3-0 e in finale vanno gli ateniesi. Antoniadis segna una doppietta e a fine partita ricorda le parole del mister a inizio stagione: con 10 reti realizzate sarà lui il capocannoniere della Coppa Campioni.

Calcio Totale

 Johan Cruyff  sul prato di Wembley (Photo by R. Powell/Daily Express/Getty Images)

2 GIUGNO 1971. Il golpe del calcio sta per scendere in campo. Ferenc Puskás conosce bene lo stadio di Wembley. 18 anni prima vi aveva segnato un grandissimo gol durante un’Inghilterra-Ungheria 3-6 che è passata alla storia come la prima sconfitta interna nella storia degli inglesi. Il tecnico sa che l’Ajax è più forte e forse in cuor suo non nutre nemmeno troppe speranze. È già una prodezza essere lì. Negli anni la squadra olandese è cresciuta come collettivo e il gioco che mostra in campo annichilisce chiunque. Johan Cruijff è maturato e ora è una star di livello internazionale. Gioca a tutto campo, i suoi spostamenti lungo l’asse avanzato non danno scampo. Segna, fa segnare, contrasta e poi costruisce di nuovo l’azione. È la stessa persona ma sembrano 4 giocatori diversi.

La finale di Coppa dei Campioni 1970-71 non ha storia: 2-0 per i “lancieri”. Il Panathinaikos fa quel che può ma nulla è abbastanza contro 11 marziani. Gol di Van Dijk dopo 5 minuti e raddoppio di Haan sul finale, dopo un’incursione di Cruijff finalizzata a dovere. Sono quasi le 11 di sera di mercoledì 2 giugno 1971 e la rivoluzione è servita. Gli olandesi si ripeteranno nel 1972 in finale contro l’Inter a Rotterdam e poi nel 1973 contro la Juventus, a Belgrado. Altre due imprese memorabili del totaal voetbal olandese che non a tutti i tifosi italiani fa piacere ricordare.

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