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La rivincita di Roberto Mancini

By 16 Ottobre 2019

Si è compiuto assieme alla sua Nazionale, con cui aveva una storia simile

Più che notare il fatto che Roberto Mancini si stia compiendo quando la sua carriera sembrava aver preso una piega avversa, è interessante sottolineare come l’ultimo Mancio sia la consacrazione del primo. È come se il cerchio della sua carriera in panchina si fosse chiuso, collimando con il punto esatto in cui era cominciato. Quando aveva iniziato da allenatore, ai tempi della Fiorentina e della Lazio, era considerato un tecnico innovativo, che aveva occhio più sul gioco che sul risultato, in un’epoca in cui l’interesse era invertito, soprattutto in Italia.

È un’etichetta che l’ha accompagnato nella prima fase di carriera, forse affibbiata con troppa fretta, come da prassi nel calcio, e che è diventata presto la sua condanna: Mancini si è ritrovato ad allenare squadre che producevano un gioco arioso, rotondo, gradevole, ma che faticavano a livello di risultati. Utopiche. Soprattutto nella sua prima Inter, che aveva qualità in abbondanza, i risultati latitavano: i titolisti, al tempo, avevano abusato del termine “pareggite” per indicare l’abbuffata di segni x in cui era incappata la squadra.

Contro quegli epiteti, Mancini si era ritrovato a lottare, e in risposta finì per trasformarsi nell’antitesi di se stesso: da tecnico del bello ma impossibile diventò un allenatore capace di ottimizzare al massimo il lavoro, raggiungendo il risultato, cioè la vittoria del campionato. Aveva cambiato i modi, anche: prima che la tecnica, Mancio cercava l’impatto fisico e lo spessore mentale, calciatori giganti sia nel corpo che in termini di personalità. Quelle di Mancini, soprattutto la seconda Inter e il Manchester City, erano squadre che incutevano timore perché erano mastodontiche, consapevoli di loro stesse e capaci di vincere anche in assenza di un buon gioco.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images).

Mancini era diventato così un allenatore da club, in senso stretto, cioè l’uomo ideale per chi aveva bisogno di ottenere risultati in poco tempo, a patto di seguirlo e soddisfarlo nelle indicazioni di mercato. Un tecnico quindi costoso, su cui investire, ma anche sul quale valeva la pena investire se la volontà era quella di ottenere titoli. Poi, però, è diventato prigioniero anche di questo vestito, perché il calcio nel frattempo è cambiato e, seppur sembri paradossale, la ricerca dei club si è spostata dal successo immediato alla costruzione di un’identità di gioco in grado di abbracciare anche il contesto (la società, la tifoseria, i giocatori) e di durare nel tempo. Di resistere anche oltre il tecnico che l’ha forgiata e i trofei ottenuti, e di prescindere da essi.

Così il Mancio ha cominciato a cercare terreno fertile per seminare dei progetti, per tornare nei panni del tecnico a lungo raggio, ma senza successo: il Galatasaray è stato un autogol, la seconda avventura all’Inter è arrivata troppo presto perché Suning non era ancora sbarcata a Milano, e lo Zenit si è rivelato un rimedio frettoloso. Poi, quando il Mancio sembrava essere scivolato sul fondo delle liste dei club, è arrivata la Figc commissariata, quindi più libera da vincoli politici. È arrivata una nazionale. La Nazionale.

Mancini ha trovato una (non) squadra con cui condivideva la condizione esistenziale. L’Italia era da ricostruire, così come doveva ricostruirsi Mancio. L’Italia doveva cambiare, così come era chiamato a cambiare approccio, metodo e gioco il tecnico. Così, da allenatore di club ormai fuorimoda, Mancini si è trasformato in un ct modello. Il paradosso è che sembrava inadeguato al ruolo in cui si è compiuto.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images).

In Nazionale infatti, a prescindere dai risultati che otterrà, Mancini ha chiuso il cerchio della sua carriera in panchina, o per lo meno ha trovato una sua nuova dimensione, che poi è quella che sembrava avere all’inizio: essere cioè un allenatore “da progetto”, capace di dare un gioco alla squadra e da questo gioco creare un’identità coerente con l’immagine dell’Italia, basata sull’eleganza, la bellezza, lo stile. Un’immagine che l’Italia non ha mai saputo specchiare sulla nazionale di calcio, che è sempre stata l’esatto contrario, abile più a difendere che ad attaccare, forte in difesa più che nel palleggio, capace di ottenere risultati con la forza mentale più che con la qualità tecnica, basata prima sui giocatori che sul gioco.

L’Italia ora è a immagine e somiglianza del primo Mancini, e quest’ultimo ha finalmente trovato una squadra che lo rappresenta come annunciavano le premesse della sua carriera in panchina. Non è un caso, forse, che sia successo quando il contesto sembrava a lui estraneo, cioè in una selezione in cui non esiste il mercato, in cui non puoi chiedere i giocatori, in cui non puoi costruire la squadra con i desideri ma devi arrangiarti con il materiale a disposizione. Anche il caso ha voluto poi che questo materiale spiccasse per le doti tecniche, più che su quelle fisiche: l’Italia è infatti una squadra con pochi centimetri, ma con un’eccellente qualità nel palleggio, e di conseguenza sta giocando.

Mancini si è adeguato, ma non ha dovuto forzare, solo riscoprire ciò che aveva messo in soffitta: ha trovato una rosa che avrebbe cercato all’inizio della sua carriera in panchina. L’aveva snobbata poi, nella fase centrale, a ragione considerando i successi ottenuti con l’Inter e il Manchester City, ma in nazionale era obbligato a riconsiderarla, proprio perché non avrebbe potuto ottenere i giocatori che desiderava con il mercato. Assecondando i giocatori a disposizione, ha ritrovato se stesso. Di più: è migliorato, si è completato, e in aggiunta si è preso una rivincita sull’opinione pubblica che alzava il sopracciglio quando era stato ingaggiato come ct nel momento peggiore della storia azzurra.

Roberto Mancini

(Photo by Claudio Villa/Getty Images).

Mancini, in poco più di un anno, ha ribaltato l’idea che si aveva di lui. Non è più un risultatista, che sa gestire i campioni, ma un tecnico didattico, che sa introdurre nella squadra che allena dei principi di gioco chiari e contemporanei. Un allenatore che i club di oggi solitamente desiderano, perché sa creare una base duratura e solida. Mancini è riuscito a trasformare la nazionale in un club, anche senza avere gli strumenti che aveva nei club, e su cui faceva leva. Ne ha fatto a meno, non ha alzato mai i toni nella comunicazione, non ha mai parlato in negativo, non ha mai criticato la squadra o i tifosi, non ha chiesto nulla di quello che solitamente può chiedere un ct, né stage aggiuntivi, né maggiore disponibilità dei club, né maggior protezione da parte della federazione. Ha agito come era necessario agire, con assoluta e inscalfibile positività in un ambiente collassato e depresso, e ha ribaltato il preconcetto dell’allenatore perennemente critico e insoddisfatto che i più gli avevano affibbiato.

L’Italia, cioè la squadra di tutti quando vince e di nessuno quando perde, è ora la squadra di Mancini. Quest’ultimo ha trasformato la Nazionale, ma anche l’idea della Nazionale come punto di non ritorno per un allenatore, in parte già cancellata da Conte. Diventare ct è un privilegio ma anche un rischio, per un allenatore, perché il fallimento porta solitamente ad una ghigliottina, compromette la carriera, mentre il successo rimane spesso circoscritto al mondo delle selezioni, viene considerato una specialità, dunque impossibile da traslare nei club.

Mancio, invece, ha utilizzato l’Italia come trampolino di (ri)lancio della sua carriera, restituendo in cambio una nazionale bella da vedere, di cui si può essere orgogliosi a prescindere dai risultati che ha ottenuto (le nove vittorie consecutive, come riuscì solo a Vittorio Pozzo in panchina 80 anni fa, e l’Europeo conquistato con tre giornate di anticipo), otterrà o non otterrà, perché il miglior risultato è quello già conquistato, ovvero l’impressione che l’Italia sia tornata ai fasti di un tempo, anzi, che questi fasti possa addirittura migliorarli.

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