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L’ambizione di Stefano Sensi

By 2 Luglio 2019
Stefano Sensi

Ecco cosa può dare al centrocampo dell’Inter il talento di un regista cresciuto con il mito di Xavi

Chissà se al primo raduno a Coverciano, quando se lo è trovato di fronte, Stefano Sensi si è domandato se davvero il suo stile di gioco somigliasse a quello di Marco Verratti. Chissà se con Verratti ha parlato di questo paragone, se ci ha scherzato su. Sono anni che si porta dietro quest’associazione, che va in giro con l’etichetta del “nuovo…”, il giochetto suggestivo e facilone tanto in voga dalle nostre parti.

Umile e un po’ imbarazzato, o semplicemente stufo che continuassero a sottolineare la sua presunta somiglianza al centrocampista del Psg, Sensi una volta ha risposto: «Ci accomuna solo l’altezza». Avrebbe preferito un altro accostamento, più blasfemo: quello con Xavi, l’idolo di riferimento che ha studiato con scrupolo e devozione in tutte le partite e i video disponibili in rete. E a osservare bene alcuni suoi movimenti, quell’ammirazione si nota. Il modo elusivo in cui, quando copre il pallone, finta il passaggio da una parte e con l’esterno se la sposta dall’altra arriva direttamente dalla leggenda del Barcellona. Così come l’aria autorevole che assume sul campo.

Quando gioca, Stefano Sensi trasmette sicurezza e tranquillità. Quando parla ai microfoni, con quello sguardo fermo e placido e quel tono di voce così regolare, pure. Sembra saper sempre tenere a bada i nervi e dominare la situazione. Eppure, sotto quella scorza di controllo devono per forza annidarsi dubbi e debolezze. Sensi le maschera come uno abituato a non doversi mai mostrare fragile. C’è sempre stato il suo corpo a dare quell’impressione, ad arrivare prima di tutto il resto, a restituirgli l’amara certezza che lo accompagna dall’inizio della sua carriera, quella di sapere che su ogni campo, in ogni partita, sarebbe stato il più piccolo. Contro i suoi 168 centimetri ci è prima andato a sbattere, poi ci ha combattuto, infine ha trovato il compromesso giusto affinché non diventassero un freno per la sua smisurata ambizione.

«Nella mia vita ho sempre pensato in grande. Volevo la Nazionale e sono riuscito a raggiungerla». Nella gara di qualificazioni europee contro il Liechtenstein, ha segnato il suo primo gol in maglia azzurra. Di testa. Quasi come se il calcio avesse voluto premiarlo per la tenacia con cui è andato avanti tutte le volte che gli dicevano che era troppo basso, la prima quando aveva solo otto anni.

Oggi di anni ne ha 23, e un po’ di strada ne ha fatta. La convocazione in Nazionale è il risultato del processo di rinnovamento avviato da Mancini dopo il fallimento della gestione precedente ma soprattutto della sua crescita come giocatore, avvenuta un passetto alla volta, nonostante le sue qualità fossero evidenti in tempi non sospetti.  Per arrivare all’emozione di quel gol azzurro, Sensi è dovuto passare dalla Lega Pro e dalla serie B. Ha conosciuto la gavetta e l’ha accettata, sebbene avesse dimostrato di potersela risparmiare e fare subito il grande salto. Rischiava di rimanere impantanato nella melma delle serie minori, anche se non lo ha pensato per un secondo. Troppo sicuro delle sue doti, troppo carattere per aver paura di imporle, troppa ambizione per accomodarsi in quella terra di mezzo. E sono proprio questi tratti della sua personalità, oltre alla tecnica fuori dall’ordinario, che gli hanno permesso di imporre al mondo i suoi pochi centimetri.

La fortuna è spesso una fida compagna nel cammino di chi è arrivato nel calcio che conta, e quella di Sensi è stata di trovare lungo i suoi anni di purgatorio allenatori che credevano in lui almeno quanto lui credeva in se stesso, cioè tanto. Che avevano un’idea di calcio che trovava nelle qualità di Sensi una perfetta espressione, il riflesso ideale. Come Fernando De Argila, cultore del gioco posizionale, che se lo portò dalle giovanili del Cesena al San Marino sciogliendo l’equivoco tattico che avvolgeva Sensi, che non rendeva chiaro il ruolo più adatto a lui, se mediano, mezzala o trequartista. In quell’annata sanmarinese, la prima nel calcio dei grandi, inizia davanti alla difesa e finisce dietro le punte, in una seconda parte di stagione che lo vedrà segnare 8 gol in 20 partite.

Nell’estate del 2015 torna al Cesena, in B, dove pareva non dovesse rimanere e invece il tecnico Massimo Drago, dopo tre giorni di ritiro, gli  fa disfare le valigie e gli dice dove credi di andare, tu non ti muovi da qui. Seguono sei mesi di puro dominio nella serie cadetta, questa volta giocando solo da mediano basso, culminati con la chiamata del Sassuolo, a gennaio. Rimane in Romagna fino a giugno, ringrazia il Cesena per avergli dato la possibilità di essere un ragazzo estroso – parole sue – e poi sbarca in Emilia, dove lo aspetta Eusebio Di Francesco, un altro con una visione che si concilia con il calcio di Sensi, che non ha intenzione di ingabbiare l’estro ma di tutelarlo.

Nemmeno il tempo di arrivare che gli chiedono di mettere le cose in chiaro, se possibile: “qual è il tuo ruolo? Dove preferisci giocare?”, gli domandano il giorno della presentazione. «Mi vedo più regista, è il ruolo in cui riesco a dare il meglio di me. Posso fare anche altri ruoli, come la mezzala, però per ora spero di andare avanti come regista». Parole che suonavano come un’altra dimostrazione di carattere e forza, di sano arrivismo, perché in quel ruolo sapeva di doversela giocare con Magnanelli, capitano e simbolo, non abbastanza per spaventarlo.

L’ambiguità della sua posizione in campo è causata dall’intruglio di caratteristiche che fanno di Sensi il giocatore che è, ma anche che potrebbe essere. Le sue abilità nel leggere il gioco, usare entrambi i piedi indistintamente, giocare sul corto e sul lungo, dettare i ritmi riducendo al minimo i tocchi sono quelle che compongono il ritratto del mediano tipo. La rapidità di esecuzione, la capacità di associarsi con i compagni, i tempi di inserimento e un ottimo calcio sollevano il dubbio che possa tornare molto utile anche qualche metro più avanti, da interno di centrocampo o da trequartista, come lo ha utilizzato De Zerbi in qualche partita della stagione appena conclusa.

Da quando è al Sassuolo, per la verità, le partite da trequartista e interno si contano sulle dita di due mani e, nonostante in Nazionale sia stato schierato da mezzala in un centrocampo a tre, il suo ruolo sembra ormai essersi cristallizzato in quello davanti alla difesa. Una porzione di campo con la quale ha preso confidenza, trovato le giuste distanze, e nella quale ha trovato continuità di rendimento.

Raggiunta la massima serie, Sensi ha dovuto spendersi ancor di più nell’esercizio difficile che gli spetta da tempo, quello di di apportare piccole modifiche al suo gioco per sopperire ai suoi limiti fisici. All’inizio della sua esperienza con il Sassuolo, per esempio, la sua aggressività non otteneva i successi precedenti alla Serie A, dove i giocatori sono più strutturati e tecnici, e lo portava ad essere molto falloso. Per colmare il gap fisico ha cambiato approccio difensivo, imparando a lavorare più di pensiero che di gambe, più di testa che di corpo, giocando in anticipo per intercettare le linee di passaggio piuttosto che aggredire il portatore. E quando prova a strappare la palla dai piedi di un avversario non ricorre più alla foga e alla determinazione, ma all’intuizione, prevedendo la direzione nella quale vuole andare e interponendosi tra lui e il pallone.

Anche in fase di gestione della palla ha cambiato il suo gioco. Sensi, proprio come uno che vuole raggiungere l’obiettivo il prima possibile, aveva una visione del gioco molto verticale, era abituato a partorire come prima idea quella di andare in avanti, spesso cedendo freneticamente ad essa. Una prerogativa in netto contrasto con il calcio più palleggiato di De Zerbi, che ricerca sempre la superiorità posizionale attraverso il fraseggio. E così Sensi ha iniziato a esprimere un calcio più ragionato e meno istintivo (89.7% di precisione dei passaggi, quarto miglior centrocampista in serie A), con l’intelligenza, tuttavia, di conservare una parte di quel suo gioco diretto e non perdere l’occasione, quando ne ha l’opportunità, di servire velocemente i compagni sulla sua verticale.

Proprio De Zerbi, con cui Sensi ha collezionato 30 presenze, 2 gol e 4 assist in stagione, sembra l’ennesimo allenatore giusto al momento giusto nel cammino di crescita del centrocampista di Urbino. Alle sue dipendenze, Sensi ha acquisito conoscenze e migliorato il suo modo di stare in campo, ha esplorato nuovi terreni tattici e ha consolidato il suo stile di gioco. Abbastanza per perdonargli la solita comparazione, dal sapore elogiativo, nella quale anche l’allenatore del Sassuolo è caduto: “Mi piacerebbe allenare Verratti, anche se ne ho uno simile in squadra, Sensi. Giocatori che hanno il coraggio delle idee, sanno come inventare calcio, come uscire dalle situazioni”.

Nelle aspettative create attorno a lui, questo doveva essere l’anno della definitiva affermazione, e si può dire che lo sia stato. Prima l’ingresso nel giro della Nazionale e ora l’Inter, che in un momento importante come questo, in cui vuole provare ad alzare l’asticella, ha deciso di puntare sulle sue qualità. È logico ipotizzare che Antonio Conte abbia già le idee chiare su come inserire Sensi nel suo impianto tattico. E tutto porta a pensare che i compiti che intenderà affidargli saranno quelli del play classico, che garantisce ordine e pulizia nell’uscita del pallone, che gioca sempre a due tocchi per muoverlo velocemente, e a cui non è richiesto grande dinamismo ma piuttosto intelligenza nello schermare la linea difensiva. Un’idea molto simile a quella che disegnò per Cesc Fàbregas nel suo secondo anno al Chelsea (anche se si trattava di un centrocampo a due), quando l’addio di Matić e l’infortunio di Kanté liberarono un posto allo spagnolo nell’undici titolare e lo costrinsero a rinunciare a buona parte della sua creatività per assolvere i dettami che Conte richiede a chi gioca in quella posizione.

La concorrenza in quel ruolo è forte, perché il Brozovic regista modellato da Spalletti nell’ultimo anno e mezzo è diventato un giocatore estremamente affidabile. Forse, però, per il croato Conte ha in mente un lavoro a ritroso, per riportarlo nella sua posizione originaria di interno, e allora per Sensi la strada per affermarsi sarebbe in discesa.

Per uno come lui, abituato a guardare sempre verso l’alto, è solo un altro punto di partenza.

Immagine di Copertina: LaPresse.

 

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