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Razionale Inter amala

By 3 Giugno 2019
Antonio Conte Inter

Ricompattare un gruppo dilaniato, scegliere un sistema di gioco adeguato e provare a vincere un trofeo. Ecco le tre grandi sfide che Antonio Conte si troverà ad affrontare sulla panchina nerazzurra

Andrea Barzagli è un monolite, quando va a contrasto con gli attaccanti avversari pare inscalfibile. Eppure, il 2 luglio 2016, a quasi dieci anni esatti dal giorno in cui si era laureato campione del mondo, seppur da gregario, l’Italia scopre che il mito della sua impenetrabilità è legato soltanto al rettangolo verde. La nazionale ha appena perso ai rigori il suo quarto di finale contro la Germania e il centrale della Juventus non riesce a trattenere le lacrime durante l’intervista di fine gara, mostrando senza vergogna tutta la sua fragilità.

Barzagli è triste per l’eliminazione, per l’idea che non ci sarà ricordo di una nazionale bella anche nella sua anima operaia. «Di tutto quello di bello che abbiamo fatto non rimarrà niente perché quando esci… Rimane la delusione e il fatto che alla fine tra qualche anno nessuno si ricorderà niente di questa nazionale che ha dato tutto», afferma mentre il pianto sta già facendo capolino. Ma non è tutto. Aggiunge una frase, ed è quella che lo strazia più di tutto il resto, che lo costringe a ringraziare il giornalista e a chiudere lì il suo discorso: «C’era veramente la voglia di stare insieme».

L’uomo che aveva creato un gruppo così forte da rimanere nella memoria degli italiani anche senza essere andato vicino alla vittoria e allo stesso tempo una squadra così funzionale da piegare Spagna e Belgio e spaventare la Germania nonostante un organico non di primo piano è lo stesso che l’Inter ha scelto, tre anni dopo, per compiere l’ultimo step. Luciano Spalletti ha collocato i nerazzurri nelle prime quattro per due campionati consecutivi, ma adesso non basta più. Tocca ad Antonio Conte, chiamato alla sfida più difficile della sua carriera. La sensazione è che la scelta di Steven Zhang non riguardi solamente la figura dell’allenatore come architetto tattico di una squadra, ma anche la capacità di plasmare un gruppo, di farlo remare tutto dalla stessa parte. Di mettere in piedi un collettivo che abbia veramente voglia di stare insieme.

Il gruppo
Dire che l’Inter esca lacerata da una seconda parte di stagione in cui i giochi di potere hanno avuto più peso dei fraseggi in campo è addirittura riduttivo. Le ricostruzioni della stampa che per mesi ha seguito da vicino lo spogliatoio dell’Inter fanno pensare a una guerra tra bande: si è parlato a lungo di clan, di battaglie, di Marotta costretto a combattere le spaccature, un Game of Thrones in salsa nerazzurra che Spalletti non ha saputo tenere a bada, con i suoi repentini cambi di umore e di decisioni nei confronti di Mauro Icardi, a sua volta il simbolo principale di un 2019 in cui l’Inter ha dato poco spettacolo in campo e tantissimo fuori. Un capitano che perde i gradi a stagione in corso e resta fuori per un infortunio fantomatico, il presunto clan degli slavi, definizione utilizzata fino all’abuso e dal vago retrogusto razzista, contro il clan dei sudamericani, neanche fossimo in una serie di Netflix.

Il primo aspetto su cui dovrà lavorare Conte sarà quindi l’armonia del gruppo. Nel periodo di totale rottura con il Chelsea, a tenere a galla il tecnico italiano fu il sostegno dei calciatori rimasti. Era il febbraio del 2018 e l’allenatore, furioso con la società per una condotta di mercato ritenuta non all’altezza dell’asticella posta a inizio anno, incassava gli elogi pubblici di Courtois e Cahill. Una fase arrivata però dopo duelli estenuanti con David Luiz e, soprattutto, con Diego Costa.

Dando per buone le indiscrezioni delle ultime settimane, Conte non dovrebbe avere a che fare con Mauro Icardi, da mesi un separato in casa. La sua permanenza in nerazzurro pare difficilissima, anche per ragioni meramente tecniche che andremo a esplorare più avanti. Sembrano invece in rialzo le quotazioni di Ivan Perisic, altro elemento forte del gruppo interista. Inoltre, Conte è un tecnico che ama lo scontro verbale anche con gli altri allenatori, a volte usato per cementare il gruppo in pieno stile Mourinho. Se riuscirà a selezionare con cura il profilo caratteriale dei nuovi innesti dell’Inter che verrà, potrà ricreare un ambiente simile a quello della nazionale azzurra o della sua Juventus: un’armata pronta a tutto pur di centrare l’obiettivo, senza mai perdere la calma derivata dalla forza delle idee tattiche. Non a caso, in una delle primissime uscite da tecnico nerazzurro, ha posto l’accento sulla volontà di non vedere più la “pazza Inter”, ma una squadra il più possibile quadrata, anzi, regolare, per usare il termine testuale.

Antonio Conte Inter

Le scelte
Nella sua esperienza londinese, Conte ha messo in faretra un nuovo sistema di gioco oltre al prediletto 3-5-2, senza dimenticare le sue origini improntate su un 4-4-2 così offensivo da essere talvolta codificato come un 4-2-4. Alla guida del Chelsea, la prima idea era stata un ritorno alla passato e alla linea a 4. Un esperimento rimesso in soffitta dopo sole otto partite tra Premier League e Coppa di Lega: tre schiaffoni presi contro l’Arsenal lo avevano indotto a tornare a una difesa a 3, ma con un centrocampo a 4 e due fantasisti a supporto di un’unica punta.

Una piccola rivoluzione per un allenatore che aveva giocato praticamente sempre con due attaccanti vicini, formula che in molti stanno immaginando per l’Inter del futuro. L’equivoco di fondo, nella narrazione che avvolge da tempo Conte, è la descrizione di uno straordinario motivatore e sergente di ferro. Un racconto che lascia passare in secondo piano l’estremo gusto per il bel calcio coltivato dall’allenatore leccese: un tecnico che ama il fraseggio tra le due punte quando gioca con il 3-5-2, spesso chiamate a venire incontro per lasciare sguarnita la zona in cui vanno a inserirsi gli intermedi di centrocampo e addirittura i quinti (citofonare Lichtsteiner). Un contesto che metterebbe alquanto in difficoltà un animale d’area di rigore come Icardi, e l’interesse nerazzurro per Dzeko è la conferma indiretta della tipologia di attaccante gradita a Conte.

 

 

Manifesto contiano #1, tratto da Euro 2016: il taglio di Giaccherini alle spalle della difesa belga nello spazio lasciato libero dagli attaccanti. Ovviamente, serve un lancio di quella precisione: Conte potrà provare a lavorare sulle qualità tecniche di de Vrij per ricreare un simil-Bonucci, come aveva fatto a Londra con David Luiz nel suo primo anno

 In caso di 3-4-2-1, per Conte diventano fondamentali le ricezioni dei due trequartisti/ali, che devono esplorare la zona centrale del campo, lasciando la corsia agli esterni, e mettersi in linea di visione per i centrali di destra e sinistra, che hanno il compito primario di uscita del pallone. Alla guida del Chelsea, le ricezioni dei vari Hazard, Pedro e Willian diventavano fondamentali: farsi vedere per garantire una traccia di passaggio, soltanto in alternativa veniva esplorata la possibilità di una risalita tramite le catene esterne.

La prima invenzione degna di nota a Londra fu Azpilicueta utilizzato come centrale destro dopo una carriera da terzino: piede educatissimo e abilità difensive lo hanno proiettato come uno dei migliori nel ruolo. La seconda fu la conversione di Victor Moses come esterno a tutta fascia: esperimento che potrebbe essere ripetuto a Milano con Perisic, già abituato in momenti di emergenza ad agire con più metri di campo davanti a sé. Inoltre, Conte ricorda bene i giocatori che gli hanno dato tutto: tra i ripescati, rischia di spiccare il nome di Antonio Candreva, magari non come titolarissimo ma come rincalzo per la fascia destra.

 

Manifesto contiano #2 tratto dal primo anno di Chelsea: Azpilicueta è coinvolto nella costruzione, il trequartista di destra (Pedro) viene incontro sulla verticalizzazione del difensore e nello spazio lasciato libero si lancia uno dei due centrocampisti, Kanté, che potrebbe chiedere il dai e vai a Diego Costa, aprire su Marcos Alonso o mettersi splendidamente in proprio. Trovare il giusto mix tra i centrocampisti a disposizione sarà un bel rebus per Conte

Il mercato ci dirà che Inter dovrà allenare Conte, se con due punte di ruolo e un centrocampo più folto o un solo numero 9 supportato da due giocatori alle spalle. Sicuramente, rispetto alla gestione Spalletti, l’obiettivo è dare un’identità chiara e riconoscibile a una squadra che, negli ultimi due anni, è parsa spesso un ibrido tra la volontà di diventare una formazione in grado di narcotizzare i match tramite il possesso del pallone e la grande fisicità dei suoi interpreti. Non riuscendo a essere né una squadra prettamente tecnica né una prettamente fisica, l’Inter si è trovata troppo di frequente a metà del guado, finendo per abusare di una giocata fin troppo comoda come i cross: venuta meno la sensazionale capacità di Icardi di posizionarsi nel fazzoletto giusto delle aree di rigore, l’Inter si è sciolta come neve al sole.

Vincere, o provarci
Negli ultimi anni, l’Inter non ha mai dato veramente la percezione di poter competere fino in fondo per lo scudetto, nonostante un copione basato su partenze straripanti nel girone d’andata. Mancini nel gennaio 2016 e Spalletti nel dicembre 2017 si erano ritrovati in testa alla classifica, chiudendo però la stagione al quarto posto. Se Conte riuscirà a mettere a posto la gestione del gruppo e a costruire un’intelaiatura tattica di primo livello, provare a essere in corsa per il titolo fino alla fine sarà una conseguenza logica.

Al momento la Juventus sembra irraggiungibile, e per l’Inter potrebbe essere già un successo issarsi almeno al livello del Napoli, andato a un passo dal titolo due anni fa e saldamente al secondo posto nella scorsa stagione, anche se a distanza siderale dai bianconeri. L’ultimo trofeo in bacheca risale alla Coppa Italia dell’annata post triplete e in questi otto anni i nerazzurri non hanno neanche sfiorato la possibilità di un altro titolo: due semifinali di Coppa Italia, mai oltre gli ottavi in Europa League (2012-13, 2014-15, 2018-19) e Champions (2011-12). L’avventura inglese è servita a Conte per imparare l’importanza delle coppe: nel suo secondo e turbolento anno alla guida del Chelsea ha comunque messo in bacheca una FA Cup dopo aver perso la finale nella stagione precedente, mentre in casa Juve c’è ancora chi gli rimprovera l’eliminazione in semifinale di Europa League nel 2014, quando la squadra veleggiava verso la cifra folle di 102 punti in campionato.

Antonio Conte Inter

Parte della crescita interista passerà anche dal comportamento in Champions League, magari riuscendo a superare i gironi, e Coppa Italia: vincere aiuta a vincere, e anche un trofeo “minore” come la coppa nazionale può essere un mattoncino prezioso per un possibile ciclo di successi. «Stiamo lavorando per identificare le figure migliori e più adatte a questa società e al nostro progetto per portare questo club sul tetto del mondo. Conte non so se è il migliore di tutti ma è sicuramente tra i migliori allenatori al mondo», ha dichiarato Steven Zhang nel giorno dell’annuncio del nuovo tecnico. La strada è lunga, ma mai come stavolta l’Inter sembra avere le idee chiare per percorrerla.

 

Foto: Getty Images. 

 

 

 

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