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Lampard sta trasformando il Chelsea in qualcosa di diverso

By 12 Dicembre 2019

Complice anche il blocco del calciomercato, il tecnico dei Blues ha deciso di puntare sui giovani e di valorizzare l’on loan programme del club. Il risultato? Una squadra dall’identità ben definita che si sta togliendo grandi soddisfazioni. E Lampard ha dimostrato anche ai più scettici di non essere solo una bandiera chiamata a mascherare l’assenza di progettualità

Tra i vivai europei all’avanguardia, fino alla scorsa estate quello di Cobham era uno dei peggiori nel quale un giovane potesse crescere. Peggiore in termini di prospettiva di carriera all’interno del club, perché è scontato che chiunque entri nell’Academy del Chelsea – come in qualsiasi altro settore giovanile – nutra l’ambizione di scendere in campo da titolare, in un futuro prossimo, con la maglia della prima squadra.

Salvo sporadiche e poco significanti eccezioni, negli ultimi vent’anni anni è accaduto una sola volta, con John Terry. “Allora io sarò il secondo”, rispose Mason Mount al padre, perplesso per la decisione del figlio nel rimanere a Cobham, accettando le cessioni in prestito in attesa di giocarsi una chance con i Blues. Subito dopo però sono arrivati Tammy Abraham, Fikayo Tomori, Callum Hudson-Odoi, Reece James. L’imbuto al vertice si è improvvisamente allargato, permettendo al Chelsea di sfruttare il suo ambizioso on loan programme non solo come strumento per fare cassa, ma anche come valore aggiunto per la rosa della prima squadra.

Mason Mount (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Il progetto on loan programme è stato lanciato nel 2012 da Marina Granovskaia, all’epoca non ancora dg del Chelsea, e dall’ex giocatore dei Blues Eddie Newton con l’obiettivo di andare oltre la mera politica dei prestiti. Newton ha sottolineato come il cuore dell’iniziativa fossero “quei ragazzi che, una volta completata la trafila delle giovanili, sono pronti per il professionismo ma non ancora per un livello top come quello del Chelsea. Esiste il rischio concreto di perdere per strada buona parte di loro”.

Ecco quindi la costruzione di un network attraverso il quale testare e monitorare i giovani prodotti locali, misurandoli in un contesto professionistico. La farmhouse per eccellenza del Chelsea sono gli olandesi del Vitesse, di proprietà russa proprio come il club di Stamford Bridge. Dal 2010 a oggi sono 29 i giocatori che hanno percorso la rotta Londra-Arnhem. Prima di Mount, l’unico a essere diventato una pedina importante dei Blues è stato Nemanja Matic, ma non fa testo, perché il serbo è stato venduto al Benfica per poi essere ricomprato tre anni dopo. Gli altri, i migliori in maglia giallonera – Lucas Piazon, Bertrand Traorè, Christian Atsu, Lewis Baker – hanno dovuto accontentarsi di vedere Stamford Bridge solo da bordo campo.

Oggi Mount rappresenta il simbolo del nuovo corso Chelsea, inaugurato dalla persona che lo ispirò nel varcare la soglia di Cobham all’età di sei anni per giocare nel suo stesso ruolo e ambire a diventare come lui: Frank Lampard jr . Necessario e doveroso sgombrare il campo da ogni equivoco: il Chelsea ha fatto di necessità virtù. Da quando Granovskaia ha preso in mano le redini del club sono scomparse le spese folli della prima era Abramovich e, addirittura, in sede di mercato si sono viste anche chiusure in attivo del saldo stagionale.

 (Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

Ma la morigeratezza dell’ultimo anno è legata anche al blocco degli acquisti imposto dalla FIFA al Chelsea per irregolarità nel trasferimento di 69 calciatori minorenni. I numeri però rimangono incontestabili. In una Premier League dove ai nastri di partenza 10 club su 20 si sono presentati battendo il proprio record di spesa per singolo giocatore (senza dimenticare che, globalmente, si è arrivati a soli 20 milioni dal primato assoluto di 1.6 miliardi di euro sborsati nell’estate 2017), i Blues in versione risparmio sono in piena zona Champions, raggiunta grazie a un’ottima proposta calcistica, frutto di una precisa identità di squadra che altre società (Manchester United, Arsenal) stentano a trovare, a dispetto dei milioni di euro costantemente immessi sul mercato.

Lampard sta dimostrando sul campo di non essere la solita bandiera usata dalla società per rassicurare i tifosi e contestualmente mascherare una completa mancanza di progettualità, e nemmeno una scelta low-cost (con 6.4 milioni di euro di stipendio annuo è ottavo nella classifica dei manager più pagati della Premier, dietro a tutti i tecnici delle big – anche se Emery e Pochettino non ci sono più – più Pellegrini e Hasenhüttl) per gestire un anno di transizione in attesa dell’arrivo di un nome di punta.

“Il Chelsea è una squadra incredibilmente forte, guidata da un allenatore coraggioso che propone calcio d’attacco”. L’endorsement è firmato Pep Guardiola, che ha battuto il Chelsea in rimonta con il suo Manchester City ma che, per la prima volta in 381 partite tra Barcellona, Bayern Monaco e City, non aveva mai concesso il 53.3% di possesso palla all’avversario. Un dato non tanto importante di per sé, quanto nell’indicare la personalità e la convinzione nelle proprie idee di un allenatore che, non va dimenticato, si trova solo alla seconda stagione della sua carriera da tecnico. La prima, in Championship nel Derby County, è stata discreta ma non eccezionale, con una promozione sfuggita ai play-off ma anche con il primato negativo del maggior numero di gol concessi in contropiede di tutto il torneo.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Se da un lato Lampard è uno dei pochi allenatori di casa Chelsea al quale non viene chiesto di lottare per la Premier, dall’altro ha ereditato una squadra reduce da un’ottima stagione con Maurizio Sarri, la cui esperienza a Stamford Bridge è stata prima esaltata, poi criticata, infine rivalutata. Soprattutto, ha lasciato in eredità un’Europa League e la qualificazione alla Champions. Lampard però è rimasto impermeabile a tutto: il passato, le pressioni ambientali, le critiche dopo i primi rovesci. Ha perso 4-0 a Old Trafford con Mount e Abraham titolari, ma li ha riproposti come se nulla fosse successo perché “mettere da parte i giovani dopo una sconfitta significherebbe essere un po’ dei trasformisti (flip-floppers in inglese, nda)”. Essere una banderuola che segue il vento non fa per lui. “I giovani devono percepire la fiducia del proprio tecnico. Gli allenatori che ho avuto mi trasmettevano sicurezza facendomi capire che una giornata storta capita a chiunque. Se avessi mandato quei ragazzi in panchina dopo Old Trafford, che messaggio avrei dato loro? Io metto in campo quella che reputo essere la squadra migliore in quel momento, e in tale processo la carta di identità non conta niente”.

La columnist del Guardian Eni Aluko, ottima penna (nonché affermata calciatrice) purtroppo nota in Italia per altre vicende, ha commentato che il primo undici messo in campo da Lampard in un match ufficiale non era una squadra, ma “un manifesto. N’Golo Kanté, Olivier Giroud e Marcos Alonso in panchina. Due campioni del mondo, uno dei quali votato anche giocatore dell’anno in Premier, e un esterno da almeno 30 presenze stagionali fisse nei Blues”. L’ultimo allenatore con scarsa esperienza sedutosi sulla panchina del Chelsea è stato Roberto Di Matteo, che come biglietto di presentazione mise in panchina Drogba e proprio Lampard. Una bizzarra ripetizione della storia, anche se in contesti molto diversi.

Ma il tecnico del Chelsea non è un’integralista. Già l’anno scorso con il Derby County si dimostrò abile nel trovare soluzioni alle mini-crisi, di gioco e risultati, presentatesi nel corso della stagione. Stesso discorso nell’attuale stagione dove, tra 433 e 4231, è comparsa anche una difesa a tre (nel match contro il Wolverhampton, a oggi la più netta vittoria stagionale ottenuta dai Blues). Ma è stato il percorso in Champions il vero processo di coming of age della sua squadra, con la vittoria, sofferta e ottenuta grazie ai cambi (i subentrati Pulisic e Batshuayi), alla Johan Cruijff Arena contro l’Ajax quale momento cruciale di questo processo di conseguimento della maggiore età (Coming of Age fu, appunto, l’azzeccatissimo titolo del The Telegraph di commento del match).

(Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

Mount e Abraham sono i giocatori più decisivi, nella combinazione gol e assist, dell’attuale Chelsea. Grazie alle sue prestazioni la punta, protagonista lo scorso anno nella promozione dell’Aston Villa (il suo terzo prestito dopo Bristol City e Swansea City) e già in doppia cifra nella stagione attuale, si è guadagnata la convocazione nella nazionale inglese, destino condiviso con il difensore Tomori, nel 2018/19 con Lampard (e Mount) al Derby County, dove è stato eletto dai tifosi dei Rams giocatore dell’anno. James invece ha completato la rimonta nel 4-4 in Champions contro l’Ajax, diventando a 19 anni e 332 giorni il più giovane marcatore del Chelsea in Europa (primato detenuto da Arjen Robben). Nella passata stagione James bazzicava i bassifondi del Championship con il Wigan. Come molti suoi attuali compagni di squadra, anche lui in prestito. Lampard li ha riportati tutti a casa.

Alec Cordolcini

About Alec Cordolcini

Da oltre dieci anni si occupa di calcio olandese e belga per diverse testate nazionali, dal Guerin Sportivo alla Gazzetta dello Sport, da Il Giornale a Rivista Undici. Ha pubblicato due libri: "La Rivoluzione dei Tulipani", dedicato al calcio olandese, e "Pallone Desaparecido", sul Mondiale 1978.

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