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L’anima della Coppa delle Coppe in sette partite

By 17 Luglio 2019

Vent’anni fa chiudeva i battenti la Coppa delle Coppe, tra quelli Uefa il trofeo internazionale invecchiato peggio. Il progressivo allargamento della Champions League aveva finito con l’erodere lo spirito di una competizione nata come sfida tra le vincenti delle coppe nazionali, sempre più spesso cooptate dalla coppa maggiore. In attesa del ritorno della terza competizione europea per club, ribattezzata provvisoriamente Europa League 2, abbiamo scelto sette partite che hanno rappresentato le diverse anime della Coppa delle Coppe.

 

Magdeburgo-Milan 2-0 (1973/74)

Gianni Rivera e Alberto Bigon (LaPresse).

Stasilandia sembrava un paese uscito da una fantasia malata che fondeva “1984” di George Orwell con “Il mondo che Jones creò” di Philip K. Dick. Da Stasilandia non si emigrava né ci si trasferiva; si fuggiva. Stasilandia spacciava i propri atleti per dilettanti che praticavano sport per spirito patriottico, rifiutando di farlo per soldi come i loro cugini occidentali. Le squadre venivano smantellate e ricostruite a tavolino, su precise disposizioni dei membri del partito. L’unica squadra di Stasilandia che riuscì a vincere un trofeo internazionale fu il Magdeburgo, ottimo laboratorio di calcio creato da Heinz Krügel, tecnico capace di lavorare alla grande soprattutto con i giovani, tanto da vincere nel 1972 il campionato della DDR con la squadra dall’età media più bassa di sempre nella storia del calcio tedesco.

In Europa, però, lo status è sempre quello di underdog, tanto più in una finale contro un Milan detentore del trofeo che in campo può schierare Rivera, Schnellinger, Anquiletti, Bigon e Benetti. Dalle squadre a cui i pronostici concedono pochissime chance ci sia aspetta un approccio ultra-difensivo, invece il Magdeburgo sorprende fin da subito i rossoneri con pressing e ritmi alti. Una rapida ripartenza dei tedeschi provoca l’autogol di Lanzi e spezza l’equilibrio, con l’inerzia della partita che scivola lentamente a favore di Sparwasser, Hoffmann e compagni. A un quarto d’ora dal termine Seguin infila Pizzaballa sul suo palo e chiude i giochi. Per ironia della sorte, il Magdeburgo avrebbe dovuto disputare la Supercoppa Europea contro una tedesca dell’Ovest, il Bayern Monaco, vincitore della Coppa Campioni, in quella che per diversi giocatori avrebbe dovuto essere la rivincita del derby delle due Germanie al Mondiale ’74. Le partite (andata e ritorno) non furono mai disputate. Motivazione ufficiale? Il calendario troppo fitto.

 

Anderlecht-West Ham 4-2 (1975/76)

Pat Holland e Trevor Brooking festeggiano con un bicchiere di champagne dopo la vittoria sull’Eintracht in semifinale di Coppa delle Coppe (Getty Images).

Per il calcio belga il passaggio dalla clava al fioretto è avvenuto solo in anni recenti. Prima era un dominio di fisicità, atletismo e ripartenze, basti pensare al Brugge di Ernst Happel, al Mechelen di Aad de Mos o al Belgio di Guy Thijs quarto a Mexico ’86. Eppure c’era stata un’eccezione: l’Anderlecht del quadriennio 1975-79, non a caso ribattezzato dalla stampa belga Nederlecht (fusione di Nederland e Anderlecht), vuoi per la presenza in squadra di tanti oranje (tra cui Jan Mulder, Rob Rensenbrink, Arie Haan e Johnny Dusbaba), vuoi per il tipo di calcio proposto, fatto di pressing e fuorigioco sistematici, sovrapposizioni, interscambi e gol a valanga. Una versione minore dell’Ajax del calcio totale.

Da una parte c’era Johan Cruijff, allenatore in campo, dall’altra Rensenbrink, schivo e introverso, il completo opposto del suo connazionale. L’inizio dei glory days europei dei bianco-malva non poteva che portare la sua firma: nella finale di Bruxelles prima pareggia la rete iniziale di Pat Holland sfruttando un’azione nata da un errore di Frank Lampard sr., quindi si procura e trasforma il rigore del 3-2 dopo il botta e risposta tra Francois Van der Elst (autore anche dalla quarta rete) e Keith Robson. In tre stagioni l’Anderlecht disputa tre finali consecutive di Coppa delle Coppe, ne vince due – entrambe con doppietta di Rensbenbrink – e ci affianca anche due Supercoppe Europee, nelle quali l’olandese va ancora a segno. Per molti il Pallone d’Oro dato nel 1976 a Franz Beckenbauer grida vendetta, ma nel calcio – ieri come oggi – il basso profilo non paga (quasi) mai.

 

Dinamo Tbilisi- Carl Zeiss Jena 2-1 (1980/81)

Hans Meyer, allora tecnico del Carl Zeiss Jena (Getty Images).

Una finale così, oggi, attirerebbe legioni di football hipsters da tutto il mondo. Ma agli inizi degli anni ’80 nessuno, o quasi, si poteva appassionare a club di nicchia, semplicemente perché ne ignorava l’esistenza, salvo imbattersi casualmente in essi durante qualche turno di coppa e magari uscirne con gli occhi strabuzzati, come accaduto ai tifosi della Roma quando videro il 3-0 della loro squadra rimontato 4-0 in casa del Carl Zeiss Jena in quell’edizione di coppa; oppure a quelli del Liverpool quando, la stagione precedente, i Reds vennero demoliti 3-0 dalla Dinamo Tbilisi in Coppa Campioni.

Se a questa assenza della componente neutrale si aggiungono poi le difficoltà (logistiche, burocratiche, normative) dei tifosi delle rispettive squadre nel superare la Cortina di Ferro per recarsi a Düsseldorf, non deve stupire che quella tra i sovietici e i tedeschi dell’Est sia stata la finale Europea con il record negativo di spettatori: 4.750. Ma per tutto il resto si è trattato di calcio vero, intenso e anche emozionante, con il vantaggio del Carl Zeiss Jena firmato Otar Gabelia rimontato quattro minuti dopo da Vladimir Gutsaev, ben imbeccato da un passaggio illuminante di Ramaz Shengelia, uno che, assieme al compagno di reparto David Kipiani, un un’epoca più mediatica sarebbe stato oggetto di ben altro culto. La partita però la decide Vitaly Daraselia con una fantastica azione solista: una volta alzata la testa senza individuare alcun compagno a cui passare la palla, il georgiano si inventa uno slalom tra i difensori avversari e realizza. Altro grande talento forgiato a Tbilisi, l’anno successivo Daraselia sarà ai Mondili con l’URSS, prima di morire pochi mesi dopo in un incidente stradale.

 

Porto-Wrexham 4-3 (1984/85)

Artur Jorge, tecnico del Porto (Getty Images).

Barry Horne studiava all’università senza grandissima convinzione. Su un campo di calcio, invece, dava tutto, e fu durante un match di Coppa del Galles tra Rhyl e Wrexham che scattò la promozione a un livello superiore, anche se si trattava pur sempre della Fourth Division, la quarta serie del calcio britannico. Sufficiente però per fargli lasciare il suo percorso di laurea. Lui arrivava dalla Northern Premier League e, nel giro di due mesi, si sarebbe trovato in Coppa delle Coppe. L’urna aveva trattato male i gallesi, pescando il Porto finalista dell’edizione precedente, dove si era arreso solamente all’uno-due della Juventus firmato Vignola e Boniek. Il Wrexham vince l’andata 1-0 – Horne colpisce anche un palo – e prepara il pallottoliere per il match di Oporto. Nonostante il clima britannico – leggi diluvio torrenziale che si abbatte sull’Estadio das Antas – dopo 38 minuti i Dragões sono già avanti di tre reti, con doppietta dell’immarcabile Fernando Gomes. Il tecnico del Wrexham Bobby Roberts decide di abbassare le barricate: non essendo rimasto più nulla da difendere, mette in campo un’altra punta. I gallesi rimontano a 3-2 prima dell’intervallo, ma nella ripresa vengono infilati da Paulo Futre, e i gol in trasferta non bastano più. Almeno fino a un minuto dallo scadere, quando l’ormai ex universitario Horne trova lo spiraglio giusto in mezzo a due difensori portoghesi per depositare in rete il traversone di John Muldoon. Una squadraccia di quarta divisione (il Wrexham terminerà il campionato al 15° posto) si era resa protagonista del più incredibile episodio di giant killing nella storia della Coppa delle Coppe.

 

Mechelen-Ajax 1-0 (1987/88)

Dennis Bergkamp ai tempi dell’Ajax (Getty Images).

Pur esistendo ancora oggi, il premio Bravo assegnato dal Guerin Sportivo al miglior giocatore internazionale della stagione aveva un altro gusto (e, forse, anche un altro valore) nell’era pre-internet. Nel 1988 lo vinse un calciatore israeliano, Eli Ohana, ancor più del compagno di squadra Michel Preud’Homme il simbolo della piccola grande epopea del Mechelen (o Malines, per chi al fiammingo preferisce il vallone). Perché se lo straordinario portiere belga è diventato un campione a tutto tondo, Ohana è sempre rimasto nel limbo dei miti a metà. Bravi, bravissimi, ma solo in un determinato contesto temporale e/o ambientale. Ha brillato e si è spento in fretta, proprio come il Mechelen, passato in pochi anni dalla B all’alloro europeo.

Dopo aver fermato in semifinale la corsa dell’Atalanta di Mondonico (altra squadra da tuffo al cuore per gli appassionati di calcio vintage), i belgi accedono all’ultimo atto contro l’Ajax detentore del torneo. Vero, non ci sono più Van Basten, in campo, e Cruijff, in panchina, e oltrettutto Rijkaard è rotto. Però si sta sempre parlando di una squadra che schiera Muhren, Bosman, Blind, Menzo, Winter, Van’t Schip, Witschege e Bergkamp (quest’ultimo solo nella ripresa). Dall’altra parte, solo Erwin Koeman sembra poter reggere – sulla carta – il confronto, non certo Den Boer, Clijsters, Emmers o anche lo stesso Ohana. Eppure tocca a lui far saltare il banco: finta e doppia finta per mandare a spasso Verlaat, cross da sinistra e tap-in vincente di Den Boer. Olandesi puniti da un’olandese, anzi due, visto che sulla panchina siede Aad de Mos, licenziato un paio di anni prima (da primo in classifica) proprio dall’Ajax.

 

Tromsø-Chelsea 3-2 (1997/98)

Una ventina di anni fa i player manager andavano ancora di moda, specialmente in Inghilterra, con il Chelsea capofila nell’affidare questo doppio ruolo. A Stamford Bridge ce ne furono tre consecutivi: Glenn Hoddle, Ruud Gullit e Gianluca Vialli. Il rapporto tra gli ultimi due sfiorava il gelo assoluto, come una serata di fine a ottobre a Tromsø, la città più a nord d’Europa a vantare un club professionistico. Proprio lì, nelle vicinanze della bellissima Ishavskatedralen, la Cattedrale Artica, era capitato il loro Chelsea per gli ottavi di coppa. Non una formalità, visto che dopo un tempo i Blues sono sotto di due reti, la prima segnata dal futuro difensore di Milan e Napoli Steinar Nilsen. Poi arriva la bufera, in senso letterale. Sull’Alfheim Stadion si abbatte una tempesta di neve che cancella ogni residua traccia di visibilità. La Uefa non batte ciglio: pallone arancione, righe del campo rifatte ogni dieci minuti e the show must go on. A bordo campo Gullit si agita urlando che non è calcio: rabbia vera, ma anche un tentativo di non congelare seduto in panchina. Ci pensa il nemico Vialli (in campo con Di Matteo e Zola) a scaldargli un po’ la serata, segnando prima le rete del 2-1 e poi, all’ultimo minuto, quella del 3-2, con un controllo, movimento e tiro sulla neve da atleta di discipline invernali. Sconfitta di misura che il Chelsea ribalterà a Stamford Bridge con un 7-1 che ristabilisce la differenza di livello tra le due squadre. Alla fine arriverà la Coppa, ma ad alzarla sarà Vialli e non più Gullit, licenziato tre mesi prima.

 

Lazio-Maiorca 2-1 (1998/99)

Salas prova la conclusione nella sfida contro il Mallorca (Getty Images).

La crescente bulimia della Champions rappresenta uno dei fattori che inducono la Uefa a cancellare la Coppa delle Coppe, basti pensare che nell’ultima edizione disputata prende parte una squadra, l’Heerenveen, nemmeno arrivata in finale nella sua coppa nazionale. La seconda competizione europea finisce così in archivio, terminando come era iniziata, ovvero con il successo di una squadra italiana: la Fiorentina nel 1961, la Lazio nel ’99. Proprio i Viola, nel turno di campionato precedente alla finale, avevano stoppato la Lazio consentendo al Milan il sorpasso in vetta alla classifica, con appena un turno ancora da giocare. A evitare agli uomini di Sven Goran Eriksson la seconda delusione in una manciata di giorni ci pensa Pavel Nedved, la cui girata dal limite che affossa il Maiorca a 9 minuti dai supplementari unisce in un solo colpo bellezza e utilità. Pur soffrendo, la Lazio batte l’ennesima squadre rivelazione emersa in Coppa delle Coppe, il Maiorca di Hector Cuper, club al debutto assoluto in Europa, ma senza la traccia di alcun timore riverenziale nei confronti di nessuno. In semifinale avevano mandato al tappeto il Chelsea campione in carica, contro la Lazio impiegano 4 minuti a rimontare, con un tap-in da pochi metri di Dani, il vantaggio iniziale firmato di testa da Christian Vieri. La forza degli spagnoli è l’organizzazione, unico modo per giocarsela contro una Lazio dall’altissima qualità dei singoli: Mancini, Salas, Nesta, Nedved, Vieri, Stankovic, Almeyda, Mihajlovic, più Couto, Coinceao e Lombardo in panchina, e Boksic in tribuna con 40 di febbre. Un livello che nel calcio italiano non esiste più. Proprio come la Coppa delle Coppe.

 

 

Alec Cordolcini

About Alec Cordolcini

Da oltre dieci anni si occupa di calcio olandese e belga per diverse testate nazionali, dal Guerin Sportivo alla Gazzetta dello Sport, da Il Giornale a Rivista Undici. Ha pubblicato due libri: "La Rivoluzione dei Tulipani", dedicato al calcio olandese, e "Pallone Desaparecido", sul Mondiale 1978.

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