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L’anti-icona Vratislav Gresko

By 4 Aprile 2021 Aprile 8th, 2021

Vicende di un calciatore che ha fatto la storia. Nel modo sbagliato

Come cambia la vita in un anno e mezzo, a volte è sufficiente un secondo per passare da “giovane promessa” a “solito stronzo”, parafrasando il grande Alberto Arbasino, e senza nemmeno passare da “venerato maestro”. Un momento basta, tipo un retropassaggio di testa al portiere che cambia la storia di un campionato, di un club, di uno sport. Cos’avrebbe fatto un altro giocatore al posto di Vratislav Gresko quel pomeriggio del 5 maggio 2002, quando il primo tempo di Lazio-Inter stava per concludersi? Avrebbe buttato la palla in calcio d’angolo per non rischiare? Avrebbe tentato un rinvio il più lontano possibile? O si sarebbe comportato esattamente come il terzino slovacco, regalando il gol a Poborsky?

Dire Gresko è sinonimo di sciagura, specie dopo che, a tanti anni di distanza, si è scoperto che il diretto interessato il giorno dopo la sconfitta dell’Olimpico era a fare shopping in centro a Milano rischiando il linciaggio, incurante della tragedia (sportiva) provocata. C’è stato però, appunto, un periodo in cui l’attuale imprenditore teatrale era davvero una giovane promessa del calcio.

“Pieno di prospettive”

Tutto nasce all’Europeo Under 21 del 2000, il 29 maggio l’Italia allenata da Marco Tardelli gioca contro la Slovacchia, che ospita la manifestazione ed è quindi qualificata di diritto. Da una parte Pirlo, Baronio, Gattuso, Ventola, Comandini, Zanchi capitano e compagnia bella: dall’altra molti giovani provenienti dal campionato slovacco, non proprio il più competitivo del mondo, ma di sicuro un buon trampolino per tentare la sorte nelle leghe di più alto livello. C’è Marek Mintal, che diventerà un grande bomber in Bundesliga con il Norimberga soprattutto, Szilard Nemeth che finirà al Liverpool e Martin Petras, stopperone destinato al Lecce, alla Triestina e al Treviso, ma soprattutto futuro agente di Marek Hamsik, il più grande calciatore slovacco da quando esiste questo Stato indipendente.

All’esordio nell’Europeo giovanile comunque i padroni di casa hanno battuto 2-1 la Turchia, e sconfiggeranno l’Inghilterra di Lampard e Carragher: risultati che non bastano ad arrivare in finale, perché contro l’Italia, appunto, arriva solo un pareggio e gli Azzurrini, per miglior differenza reti, si giocheranno l’Europeo contro la Repubblica Ceca, e vincendolo pure con doppietta di Pirlo, che verrà eletto miglior calciatore della manifestazione. Uno a uno soffrendo, sì, per l’Italia contro la Slovacchia in cui spicca, tra i meno conosciuti, il terzino sinistro Vratislav Gresko. Anzi, “l’insidioso Gresko”, come viene definito dalla “Gazzetta dello Sport”, che sottolinea il duello in fascia con Gattuso. Voto 7 per lui, alla fine, il migliore dei suoi. Ha anche segnato nel 2-1 alla Turchia, il terzino slovacco che gioca (poco, a dire il vero) nel Bayer Leverkusen fresco di Bundesliga persa in maniera assurda all’ultima giornata. Quella partita ha colpito in particolare Marco Tardelli, che fino al settembre del 2000 rimane sulla panchina della giovane Italia prima che l’Inter decida di ingaggiarlo al posto di Marcello Lippi, cacciato dopo la sfuriata di Reggio Calabria. Così una delle sue prime dritte di calciomercato è proprio Gresko, che per 9 miliardi viene acquistato dal Bayer. “Un affare”, secondo qualcuno, visto che di lì a dodici mesi gli sarebbe scaduto il contratto: niente ritorno di Georgatos, meglio puntare sul 23enne di Tajov che in passato curiosamente aveva giocato per un’altra Inter, quella di Bratislava. La prima partita di Gresko in maglia nerazzurra è contro la Roma capolista: quarta giornata, giallorossi imbattuti e maltrattati a San Siro, 2-0 con le reti di Hakan Sukur e Recoba. Nella seconda rete, assist dello slovacco, che si merita gli elogi della stampa. “Un esordio pieno di prospettive”, si legge, oppure “Se continua così l’Inter ha risolto un antico problema”. Che poi sarebbe la cosiddetta maledizione del terzino sinistro, da quando Andreas Brehme se n’è andato non ne è arrivato più mezzo decente a parte Roberto Carlos, lui sì fenomenale, ma bocciato dopo una stagione appena. Su Gresko però si può lavorare, Tardelli lo esalta ma gli ricorda: “Deve imparare anche a difendere”.

LaPresse

Il campionato dell’Inter in compenso prende una piega disastrosa ben presto e culminerà l’11 maggio del 2001, un venerdì sera da tregenda, quando nel derby il Milan passeggia 6-0, con Tardelli inquadrato dopo il quarto gol in preda a una mezza crisi di pianto, il capitano della nave che vede il vascello andare a picco senza ritegno. Gresko è titolare nel consueto 3-4-1-2 del titolare ed è tra i meno peggio, in fondo a fare i danni maggiori è stato soprattutto Serginho dall’altra parte, contro Matteo Ferrari, per non parlare di Comandini, autore della doppietta che ha spaccato la partita. Gli jnici “poster” in cui compare lo slovacco, tra i sei gol milanisti, sono quelli del 5-0 quando si perde, con Simic, Shevchenko che va ad anticipare Frey su cross di Kaladze, e del 6-0, quando vanamente prova a correre dietro a Serginho lanciato a tutta velocità. Però lì le marcature erano già saltate, l’Inter nel suo complesso era già saltata per aria. Nel suo libro “Interismi” Beppe Severgnini annoterà: “È vero, c’erano un paio di rigori per l’Inter; d’altro canto Simic andava espulso per aver steso Comandini da dietro, ed era l’ultimo uomo. Ma questi sono dettagli. Gli storici non li ricorderanno, né rileveranno come negli oratori della Lombardia ci siano curati che crossano meglio di Gresko”.

Mancanza di alternative


Eppure nel tentativo di rivoluzione operato da Hector Cuper, che prende il posto di Tardelli, lo slovacco rimane. Salta le prime otto partite del nuovo campionato in cui il titolare è Georgatos, poi non esce più dopo il 2-4 nel derby col Milan in cui il greco viene umiliato nientemeno che da Cosmin Contra. Trova addirittura il primo gol in maglia nerazzurra, in Coppa Uefa ad Atene: un calcio di punizione all’incrocio dei pali contro l’Aek.

Curiosamente con Gresko in campo in campionato l’Inter perde una volta sola, in casa contro il Chievo: per il resto è imbattuta nelle altre 21 partite (escluso il 5 maggio, naturalmente) con lo slovacco. Che quando è stato assente (pubalgia) ha visto i suoi travolti 3-0 a Bologna con Cuper, per dire. Insomma, è quasi indispensabile, pur non essendo un fenomeno: due assist contro il Lecce, uno nel pareggio di Venezia, questo il suo contributo tangibile. Raramente si andrà sopra il 6 in pagella anche nelle giornate migliori.
A differenza che con Tardelli nel 4-4-2 del tecnico argentino Gresko non è obbligato sempre a spingere: davanti a lui sulla fascia sinistra si alterna gente come Seedorf, Dalmat, addirittura Recoba, quindi se andasse all’attacco pure lo slovacco addio all’equilibrio.

Intanto stando ad alcune voci si scandaglia il mercato proprio in quel ruolo, di terzino di fascia mancina: Roberto Carlos è una chimera, il Real Madrid chiederebbe nell’affare di avere Adriano, ma non si scartano, pare, le opzioni Harte del Leeds, Chivu dell’Ajax e Coco. Con quest’ultimo che effettivamente arriverà dal Milan di lì a pochi mesi in cambio di Seedorf. In generale del povero Gresko non è che ci si fidi molto, quelle poche volte che Michele Serena, altro terzino della rosa nerazzurra, è stato bene, ha giocato lui, ma è durato lo spazio di un mattino. Diciamo che per mancanza di alternative, più che per vera convinzione, tocca sempre allo slovacco e la coperta è perennemente corta, perché provando a mettere Javier Zanetti a sinistra si apre una voragine a destra.

In Nazionale nel frattempo un suo erroraccio è costato la sconfitta dello “spareggio” contro la Turchia nel girone di qualificazione al Mondiale di Corea e Giappone, ne ha approfittato proprio il suo compagno all’Inter Okan Buruk che ha servito un altro nerazzurro (all’epoca, poi sarebbe andato al Parma), Hakan Sukur: sconfitta 1-0 per la Slovacchia. Però, insomma, dettagli, casi isolati. Come quando contro il Chievo si lascia sovrastare da Corradi che fa da sponda per Cossato che segna il 2-2 a pochi minuti dalla fine, nella partita di ritorno a Verona.

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A novanta minuti dal termine del campionato, però, l’Inter è a un passo dallo scudetto, ed è il famoso, o famigerato, 5 maggio 2002. Basta vincere, si sa, con la Lazio, perché la Juventus difficilmente si lascerà scappare i tre punti contro un’Udinese già salva. L’undici scelto da Cuper è quello tipo, in pratica: Toldo, Javier Zanetti, Cordoba, Materazzi, Gresko, Sergio Conceiçao, Di Biagio, Cristiano Zanetti, Recoba, Ronaldo e Vieri. Gresko c’è anche se nella partita precedente, contro il Piacenza, già ammonito aveva rischiato grosso per un intervento a gamba tesa su Gautieri, ma l’arbitro Borriello l’aveva graziato, altri direttori di gara più severi non si sarebbero fatti molti scrupoli nel cacciarlo.

Di quella partita si è detto e scritto di tutto. L’Olimpico schierato in blocco per l’Inter anche forte di un gemellaggio tra le due tifoserie, la Lazio che non è che fosse in una situazione di classifica così remissiva, c’era una qualificazione alla Coppa Uefa da difendere, e soprattutto dell’errore madornale, senza senso, clamoroso, di Vratislav Gresko sul 2-2. In realtà già sul primo gol di Poborsky, il primo pareggio biancoceleste, non si capisce cosa volesse fare lo slovacco, non si capisce dove fosse sul cross al centro di Fiore quando assieme ad altri due compagni va a coprire su Simone Inzaghi lasciando liberi il ceco, appunto, ma anche Giannichedda. Molto peggio, appunto, sul 2-2, uno dei gol più visti e rivisti degli ultimi cinquant’anni: “Più cieco del ceco Poborsky”, ironizza Bruno Longhi nel servizio su “Controcampo”, commentando il retropassaggio di testa verso Toldo che diventa assist per l’esterno della Lazio, a un minuto dalla fine del primo tempo. Si darà la colpa al sole, al fatto che la palla stesse cadendo da troppo in alto, fatto sta che quel gol è la pietra tombale sulle ambizioni dell’Inter, che nella ripresa si squaglia concedendo a Simeone e Simone Inzaghi le reti del 4-2. Totalmente in confusione, Gresko, sul colpo di testa di Inzaghino è scalato addirittura in posizione di stopper, senza motivo e senza, soprattutto, marcare nessuno. Si fa anche anticipare da Cesar, poco dopo, che prende il palo. Insomma, una catastrofe assoluta. Rivedendo la partita si nota pure che la punizione del 3-2 calciata da Fiore per Simeone nasce da un’avanzata di Gresko fin quasi al limite dell’area laziale con pallaccia crossata in maniera indecente, lasciandosi un buco dietro che Materazzi sarà costretto a tappare con un fallo abbastanza inutile di per sé, ma dovuto all’assenza dello slovacco, probabilmente già in tilt mentale.


Inutile anche infierire, a distanza di tanti anni, davvero. “Imbarazzante”, “Limitato”, “Tragico colpo suicida”, “Tallone d’Achille della squadra da sempre”: su “Repubblica” l’interista Michele Serra cerca un minimo di ironia, “Ci stringiamo al nostro presidente, agli ottocento miliardi spesi per ritrovarci con Gresko sulla fascia sinistra e una fitta ambidestra tipo colica renale”. Luca Curino sulla “Gazzetta dello Sport: “Si è visto quasi subito che a sinistra Gresko non offriva garanzie: qualunque avversario da quella parte, che si chiamasse Zambrotta o Gautieri, Nomvete o Kalou, sembrava Garrincha”. A Fiumicino prima del volo di ritorno lo slovacco viene apostrofato con un “Tornatene in Albania” da un tifoso deluso e confuso geograficamente. L’Inter è una valle di lacrime che scopre di essersi affidata a un allenatore già maestro di finali perse o campionati sfumati all’ultima giornata, come Hector Cuper. Che negli spogliatoi dell’Olimpico penserà addirittura di dimettersi. “Provo amarezza, delusione, rabbia. È un momento duro per me e per il popolo interista. Ci siamo fatti sfuggire una grande occasione. Ma la squadra nella ripresa ha perso la testa, ha fatto errori infantili, grossolani, frutto del nervoso. Eppure nell’intervallo le avevo raccomandato di restare tranquilla, perché così il gol sarebbe arrivato”, prova a farfugliare l’allenatore argentino.

Ora sì che Gresko è pronto ad essere ceduto, in cambio di Almeyda alla pari. È ancora giovane, ma la sua carriera è già in picchiata. Blackburn, ritorno in Germania al Norimberga e al Leverkusen, poi di nuovo in Slovacchia: il suo cognome è simbolo di sconfitta, di errore, di catastrofe. “Un po’ mi dà fastidio”, ammetterà, confermando la sua nuova carriera nel mondo del teatro. Dove, chissà, può nascondersi dietro una o più maschere.

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