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Lasse Schøne, al momento giusto

By 12 Agosto 2019
Schøne

Per l’ex Ajax non poteva esserci momento migliore per trasferirsi al Genoa

Ci sono giocatori che a 28 anni sono già vecchi, ed è inutile fare dei nomi perché li conosciamo tutti. Altri invece a 33 anni non sono mai stati così giovani, come le My Back Pages di dylaniana memoria. Questione di attitudine, intelligenza, capacità di gestirsi ma, soprattutto, di ripensarsi. Lasse Schøne appartiene a questa tipologia.

Sbaglia chi pensa sia arrivato in Italia troppo tardi. Per il nazionale danese non avrebbe potuto esserci un momento migliore, perché mai in carriera ha raggiunto le vette toccate la passata stagione con l’Ajax. Non è un discorso statistico ma funzionale, ovvero l’essere riuscito a diventare parte integrante di un progetto tattico che ha contribuito a migliorare e dal quale, contestualmente, è stato migliorato. A un calciatore non potrebbe capitare di meglio.

Un’altra categoria alla quale Schøne appartiene è quella degli sleeper, vale a dire giocatori poco appariscenti a inizio carriera, eppure capaci di una crescita lenta ma costante che li porta a livelli impensabili solo qualche tempo prima. Danese di passaporto ma olandese di origine calcistica – a 16 anni era già nei Paesi Bassi – il nuovo acquisto del Genoa ha dovuto aspettare fino a 21 anni il momento del suo debutto in Eredivisie, e fino a 26 quello in Champions League.

In entrambi i casi c’è stato di mezzo l’Ajax: prima da avversario, con esordio come peggio non si sarebbe potuto, visto che il suo De Graafschap, neopromosso, venne travolto 8-1 dagli ajacidi di Luis Suarez, Klaas-Jan Huntelaar e Jaap Stam; poi, una volta indossata la casacca biancorossa, altro debutto bagnato con una sconfitta, questa volta però dalle dimensioni più umane (1-0), contro il Borussia Dortmund. Ad Amsterdam Schøne ci era arrivato da parametro zero e non avrebbe potuto essere altrimenti, visto che gli ajacidi avevano già esaurito il budget a disposizione per gli acquisti. Soprattutto, Schøne partiva come terza scelta alle spalle di Christian Eriksen e Siem de Jong. Sei stagioni dopo avrebbe superato il connazionale Søren Lerby quale straniero con più presenze di sempre nella storia dell’Ajax – 286 le partite disputate.

Il momento-spot della carriera di Schøne con l’Ajax è fin troppo comodo da individuare, e basta tornare con la mente al calcio di punizione del 4-1 Ajax sul Real Madrid nel ritorno degli ottavi dell’ultima Champions. È il suo pezzo forte a livello realizzativo (108 il suo score complessivo), visto che il 28% delle 64 reti segnate con gli ajacidi è arrivato da fermo. Ma a livello balistico il danese ha fatto ancora meglio di quanto mostrato al Santiago Bernabeu: nell’aprile 2017 dopo 55 secondi aprì il Klassieker con una punizione da 35 metri che disegnò una traiettoria imprevedibile, quasi alla Capitan Tsubasa, che si infilò sotto la traversa del portiere del Feyenoord.

La prima volta in Europa fu invece, nel dicembre 2008, sul campo dello Spartak Mosca, con un Nec Nijmegen che – per rendere l’idea del livello – schierava in campo Lorenzo Davids (cugino di Edgar) e il futuro flop del Cagliari Mostapha El Kabir. Eppure quel Nec riuscì a battere anche l’Udinese di Alexis Sanchez e a qualificarsi per la fase a eliminazione diretta del torneo, in un’epoca nella quale la classe media del campionato olandese riusciva ancora a dire la sua a livello europeo e non salutava le competizioni già a luglio-agosto contro le avversarie più improbabili. Altri tempi, altro calcio e soprattutto altro Schøne, all’epoca trequartista alle spalle del tridente o dietro la punta, con pochissime variazioni sul tema.

Si parlava della capacità di ripensare sé stessi. Serve consapevolezza, umiltà ma anche incontrare la persona giusta al momento giusto. Per Schøne quella persona è stata Peter Bosz, l’uomo che gli ha allungato la carriera riprogrammandolo in mediano. Detto del suo passato da numero 10 puro, nelle prima tre stagioni all’Ajax con Frank de Boer il giocatore veniva schierato, ogni anno, in cinque-sei posizioni diverse. Queste erano, in ordine decrescente di utilizzo: ala destra, ala sinistra, interno di centrocampo, numero 10, punta, terzino destro. Dall’arrivo di Bosz, Schøne è stato posizionato davanti alla difesa e da lì non si è più spostato.

Schone

È stato lo stesso De Boer a dichiarare che una delle principali differenze tra il suo Ajax e quello di Bosz riguardava proprio il posizionamento di Schøne, esemplificativo anche della diversità di filosofia tra i due tecnici. De Boer, focalizzato sulla minimizzazione dei rischi in fase di possesso, utilizzava un trequartista come ala con funzioni di raccordo tra centrocampo e attacco. Bosz per contro, teorico di un calcio ultra-offensivo ai limiti dell’autolesionismo, schierava una mediana con tre trequartisti, conferendo a colui che mostrava maggiori attitudini difensive i principali compiti di interdizione. L’arrivo di Ten Hag ha portato più equilibrio, grazie anche all’esplosione del superlativo Frenkie de Jong.

Cresciuto avendo come riferimento giocatori come Michael Laudrup, Jari Litmanen, Roberto Baggio, in età adulta Schøne si è ritrovato a studiare Fernando Redondo e Andrea Pirlo. Eppure, nonostante il cambio di ruolo, le sue statistiche non hanno fatto altro che migliorare, come ogni sleeper che si rispetti. Nel 2017-18 ha segnato 10 gol (suo record personale) e fatto registrare la media più alta di tiri in porta e dribbling della sua carriera ajacide.

Schøne

La percentuale di passaggi riusciti è passata dall’82.8% della prima stagione con De Boer al 91.6% di quella appena conclusa con Ten Hag. Nel 2018 è stato il terzo giocatore della Eredivisie sia come più alta percentuale di passaggi effettuati nella trequarti avversaria (83.6%), sia come numero di palloni recuperati (231). Dati che rendono l’idea del tipo di giocatore a cui il Genoa ha deciso di affidare le chiavi del proprio centrocampo. Schøne non segnerà un gol in slalom nel derby come Marciano Vink, ma appare destinato a lasciare un segno meno effimero.

Foto: Getty Images. 

Alec Cordolcini

About Alec Cordolcini

Da oltre dieci anni si occupa di calcio olandese e belga per diverse testate nazionali, dal Guerin Sportivo alla Gazzetta dello Sport, da Il Giornale a Rivista Undici. Ha pubblicato due libri: "La Rivoluzione dei Tulipani", dedicato al calcio olandese, e "Pallone Desaparecido", sul Mondiale 1978.

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