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L’Atalanta è la nuova nobile del calcio italiano

By 23 Dicembre 2019

Il 5-0 rifilato al Milan ha ridisegnato una volta per tutte le gerarchie del calcio italiano, con i bergamaschi che hanno preso il posto del Milan. Un blasone tutto nuovo costruito non tramite investimenti massicci, ma con la forza delle idee

Le rivoluzioni non sono un pranzo di gala, per farle bisogna accettare l’idea di poter fare del male a qualcuno, anche molto male. Non si fanno prigionieri nelle rivoluzioni, c’è un vincitore e uno sconfitto, non esistono vie di mezzo, altrimenti non sarebbero rivoluzioni.

L’Atalanta che batte 5-0 il Milan è il segnale della fine di un decennio, il passaggio di consegna ufficiale, un moto che dimostra che non sempre le gerarchie calcistiche sono immutabili, e che pure la piccola borghesia può scalare la società arrampicandosi oltre il proprio ceto per arrivare a prendere il potere a una nobiltà decaduta.

Non è roba da Gattopardi, qui le cose cambiano per cambiare davvero. È il frutto delle idee e del lavoro opposto all’assenza di idee e alla convinzione che coi soldi si possa fare tutto. Perché così è stato in passato e così dovrà essere ancora, per sempre.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

La verità è che nemmeno i soldi di Berlusconi negli Anni 80 avrebbero potuto nulla se non fossero stati accompagnati da una visione geniale, innovativa, rivoluzionaria, per l’appunto. Il Milan chiude gli anni Dieci del Terzo Millennio con la sua peggiore sconfitta nelle ultime 21 stagioni. E non sembra esserci nulla di casuale. A infliggergliela è l’Atalanta, è anche questo è perfettamente coerente con la storia più recente e per certi versi sorprendente del calcio italiano.

Il Papu Gomez che si infila da sinistra dentro l’area di rigore per sparare un destro all’incrocio sferrando la prima pugnalata è il segnale che dà inizio all’assedio, Josip Ilicic assesta il colpo di grazia con una doppietta di destro e sinistro tra il 63′ e il 72′. Il gol di Muriel, lanciato in campo aperto, è quasi un infierire sul cadavere di un Diavolo poverissimo e ormai perso. Non è un exploit casuale, è il logico epilogo di un quadriennio di programmazione straordinaria da un lato e di caos totale dall’altro. La dimostrazione che il calcio è una cosa seria, e come tale va trattata. Che non esistono posizioni acquisite per status.

Foto Gianluca Checchi/LaPresse

È un semplice fatto di coerenza. Tre anni fa l’Atalanta ha scelto un allenatore, poi si è occupata di costruirgli attorno la rosa migliore per permettergli di portare avanti la sua idea di calcio: esterni e mezzali di corsa e inserimento, ali rapide a tecniche, difensori aggressivi, e un centravanti fisico capace di proteggere la palla per dare ai compagni il tempo di risalire il campo, ma anche veloce e potente quando si tratta di attaccare la profondità per sfruttare il contropiede.

Il Milan ha fatto l’esatto opposto: ha acquistato compulsivamente giocatori come se si trovasse confuso tra gli scaffali delle offerte di un supermercato, poi, solo poi, si è preoccupato di trovare un allenatore. Quattro diversi nelle ultime quattro stagioni, con Marco Giampaolo presentato come l’uomo nuovo e cacciato in pochi mesi dopo aver costruito una squadra che non c’entrava niente con la sua idea di calcio. L’esatto opposto di quanto fatto dall’Atalanta con Gasperini.

Foto Gianluca Checchi/LaPresse

L’incertezza societaria di certo non può aiutare. Gli ultimi anni del berlusconismo, la deleteria stagione sotto la gestione di Li Yonghong, persino il fondo Elliott e i Singer che sembravano poter restituire solidità e ambizioni, non sono stati in grado di creare l’ambiente ideale per la risalita.

Il Milan, come accade spesso ai regimi agonizzanti, si è affidato agli uomini di carisma, a quei nomi che rievocassero quella nobiltà ormai persa, ma mentre l’Atalanta guardava al futuro, garantendosi la sua prima qualificazione alla Champions League e realizzando uno stadio in cui poterla giocare senza doversene andare a Milano, il Diavolo faceva l’errore di fissare, nostalgico e malinconico, il suo passato.

Cosa che peraltro fa ancora, richiamando i grandi della sua storia nei quadri dirigenziali (Leonardo, Maldini, Boban), rievocando i bei tempi andati nelle interviste («in un anno o sei mesi non si può fare il Milan di Berlusconi», ha detto Boban parlando di mercato dopo la partita con l’Atalanta), sforzandosi di vedere Kakà in Paquetà, Shevchenko in Piatek, Nesta in Romagnoli.

Foto Gianluca Checchi/LaPresse

Il confronto sul mercato, conti alla mano, è impietoso. Nelle ultime quattro stagioni l’Atalanta ha speso 154,64 milioni, il Milan 514,28. Il saldo entrate/uscite non fa che confermare il successo bergamasco e il fallimento rossonero: +54,78 contro -332,76. Il risultato è che oggi l’Atalanta è quinta in classifica e agli ottavi di finale di Champions League, è la seconda squadra per punti fatti in Serie A nel 2019 (72, contro i 79 della Juventus), il miglior attacco del campionato (43 gol in 17 partite) e dell’anno solare (99 in tutte le competizioni), la squadra che tira più nello specchio (258) e che completa più passaggi dentro l’area avversaria (1156). Il Milan ha segnato la miseria di 16 gol in questa stagione (per trovare di peggio bisogna andare oltre il tredicesimo posto in classifica), è undicesimo e si appresta a restare fuori dalla Champions League per il sesto anno di fila.

Il Milan è sedicesimo per gol fatti, ottavo per tiri, ottavo per possesso palla, non per cross, diciottesimo per assist, quindicesimo per chilometri percorsi. È l’immagine di una mediocrità che spinge verso il basso e che nemmeno il cambio di allenatore ha potuto mutare. Pioli ha conquistato 12 punti in 10 partite, dopo le due vittorie di fila con Parma e Bologna ha fatto un punto in due partite contro Sassuolo e Atalanta. Con zero gol all’attivo. In questo momento viene tenuto a galla da Theo Hernandez, professione terzino sinistro, miglior marcatore della squadra (4 gol come Piatek, ma senza rigori e con 36 minuti giocati in meno).

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

L’Atalanta è l’emblema dell’eccellenza, il simbolo della migliore tradizione della provincia italiana, quella che produce e innova, da sempre. Una società semplice, che non ramifica la dirigenza in mille cariche, gestita in perfetta unità di intenti. Una squadra costruita e migliorata negli anni, perfettamente in grado di sopperire anche alle assenze più pesanti facendoci quasi dimenticare che ormai da due mesi (e chissà ancora per quanto tempo) ha perso Duvan Zapata, il suo miglior marcatore dell’anno scorso. Un allenatore tra i migliori in Italia che rischiava di finire nel dimenticatoio per la solita miopia delle grandi e un paio di mesi completamente privi di logica all’Inter.

In questo momento è difficile trovare due squadre e due società più distanti di quanto lo siano Milan e Atalanta, è difficile immaginare un ribaltamento di gerarchie così netto ed evidente, così chiaro e definito. Da una parte un progetto fallito da tempo che annaspa e si sforza di tornare a galla con la potenza finanziaria della sua proprietà, che continua a guardare al passato aspettando Ibra e sperando nei capitali di Louis Vuitton. Dall’altra il successo di una realtà guidata dalla forza delle idee, dalla competenza, dalla prospettiva di un domani da costruire un passo alla volta. Una sfida così non poteva che finire 5-0.

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