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Lavezzi, l’uomo che segnava i gol cadendo

By 28 Novembre 2019

Il Pocho ha annunciato il suo ritiro a soli 34 anni. Ecco la storia di un giocatore che non è nato per vincere, ma per essere amato

Colpo di testa a centrocampo di un giocatore del Liverpool, Edinson Cavani, sulla trequarti, si avventa sul pallone vacante imprimendo alla sua testa una frustata che diventa un assist filtrante. Un folletto dalla zazzera d’altri tempi, con la maglia azzurra del Napoli, corre veloce tra i due centrali e con inusuale (per lui) freddezza buca, ironia della sorte, un futuro napoletano, Pepe Reina.

Impossibile non ricordare quella rete del 4 novembre 2010, la prima grande serata di gala europea del Napoli di Aurelio De Laurentiis, della squadra che è risorta da un fallimento appena sei anni prima e che in quel ragazzo di umili origini, con un fisico improbabile ma le leve esplosive, aveva trovato un simbolo, un altro argentino di cui innamorarsi, un idolo della curva.

Impossibile perché il destino è tenero e beffardo quando decide di far coincidere la partita di addio al calcio di quel ragazzo, Ezequiel Ivàn Lavezzi, detto Pocho, bagnata anche da un gol di testa in tuffo per il suo Hebei Fortune, con la partita ad Anfield, questa volta in Champions League, della squadra che più ha segnato la sua carriera e il suo cuore. Impossibile non ricordarla, però, perché Lavezzi era così, bellissimo quanto raramente decisivo.

Lavezzi esulta davanti al suo pubblico dopo la rete al Liverpool del 4 novembre 2010 in Europa League (Photo by Clive Brunskill/Getty Images).

O meglio, lo era eccome: quel Napoli in cui tre splendidi equivoci tattici diventavano armonici e perfetti come strumenti in un’orchestra (Hamsik, Cavani e Lavezzi), vedeva in lui l’unico capace di spaccare le partite, con quella corsa improvvisa, con quelle frustate che sorprendevano anche i difensori navigati – una volta, sempre in Champions, un difensore del Villareal si vide bruciare due metri a ridosso dell’area piccola, costringendosi al fallo da rigore, semplicemente perché il Pocho decise di esplodere in una corsa, partendo da fermo, che una Porsche da 0 a 100 ci avrebbe messo di più -, con quei gol che non solo noi umani non potevamo immaginare, ma che lui faceva prima che li potessimo anche sperare.

Questo fin dagli inizi, dai tre anni al Coronel Aguirre, dove giocava per la gente più che per prevalere, perché per lui il calcio è sempre stato gioco, divertimento, stupire. Lo scoprirono al Boca Juniors: laddove la vittoria è una religione e il peccato di perdere lo si paga caro e amaro, lui non poteva stare bene. E infatti si ritirò, per mesi decise di lavorare con il fratello, come elettricista.

Era un uomo, prima che un campione: non aveva paura della vita, ma solo di spegnersi dentro. Sarà il procuratore storico, Alejandro Mazzoni, uno che ha saputo strappare per lui contratti da favola, a convincerlo a lasciare i quadri elettrici e a tornare a dipingere capolavori in campo: Estudiantes, Genoa (pochi mesi, poi arriverà l’illecito legato a Maldonado, la C1 e il ritorno in Argentina), infine, prima del ritorno in Italia, il San Lorenzo di Papa Bergoglio, 16 gol in 55 partite.

Francesco Pecoraro – LaPresse

Come dicevamo, però, quando firmava uno dei suoi capolavori, raramente erano decisivi per una vittoria. Perché lui era un genietto di quelli che ora non piacciono più: amante della bellezza e della passione – anche troppo, pensando alla sua intemperante ma splendida compagna o alle sue disavventure in discoteca -, goliarda dal sorriso irresistibile e agonista fino allo stremo, ma solo in partita e solo quando voleva lui, giocatore che prima della soluzione più ovvia e efficiente vedeva quella più pazza e romantica.

Per questo il San Paolo se ne innamorò fin da quella tripletta goffa – fatta di reti bruttine favorite da una difesa conciliante e un portiere poco in palla – in Coppa Italia, contro il Pisa. Non per come gonfiava la rete, ma per come riempiva il campo, senza regole né confini tattici, perché uno così sai come inizia l’azione, ma non come la finirà. E neanche lui.

Il più bel gol in carriera, e nel Napoli (alla fine saranno 48 su 188 partite in azzurro, ma mai in doppia cifra in serie A) lo fece contro il Milan. Da terra, dentro l’area piccola, contro uno come Abbiati, né scarso né piccolo, un pallonetto per il quale non c’era la potenza, lo spazio, la possibilità fisica di realizzazione. Ma lui, come il calabrone con il volo, non lo sapeva. Lui desiderava quella magia e l’ha realizzata. Poco importa se quel match finì 1-2, che i rossoneri violarono il San Paolo: quel prodigio valeva più di tre punti. Persino la realizzazione ad Anfield fu inutile: 50 minuti dopo Gerrard, entrato nel secondo tempo, si produsse in una tripletta.

Le sue magie al Sant’Elia, stadio in cui il vento la fa da padrone e un suo figlio non può che ben figurare, dicono tutto del suo bagaglio tecnico ma anche di quel carattere da scugnizzo: quel gol con cui aprì il 3-3 a fine 2009 contro il Cagliari, una serpentina che lascia sul posto tre avversari, il suo solito diagonale, la rete che si gonfia. Finirà con un gol in spaccata quasi suicida al 95’ di Mariano Bogliacino, entrato nel recupero, a suggellare il pareggio, ma tutti ricorderanno la pallonata furiosa del Pocho contro Massimiliano Allegri, perché al cuor non si comanda e lui, che di solito non si arrabbiava mai, se un intero stadio insultava la sua gente e un allenatore lo provocava, non le mandava a dire.

Si vendicherà: neanche un anno dopo. Allo stesso minuto dell’espulsione della partita precedente, il 94’, si invola in una ripartenza solitaria. Una di quelle da campetto, da partita di amici, una specie di penalty shootout. Angolo sbagliato dai sardi, lui prende palla. E corre, corre, corre, il Forrest Gump di Villa Gobernador Galvéz. Dietro difensori disperati che dovrebbero poter recuperare quel metro di svantaggio: lui ha la palla tra i piedi, non può correre più veloce di loro. Lui è esausto, ma è Lavezzi, un figlio del vento. Non si ferma. Dopo 40 metri capisce che non arriverà in porta e inventa un diagonale perfetto, a mezza altezza, imprimendo in caduta tutta la forza che può. Gioia. Pura.

(Photo by Photogamma/Getty Images)

Come quella della Coppa Italia con cui salutò tutti nel 2012, all’Olimpico, per andare al PSG. Rimase davanti agli spalti riempiti dai suoi tifosi piangendo, disperato e felice, lui che aveva vinto “solo” un’Olimpiade, insieme a Lionel Messi. Le lacrime erano per la vittoria, in cui lui era stato determinante (dal contropiede in semifinale, quei 12 secondi verso la gloria dei tre tenori, fino al rigore conquistato in finale), ma perché stava abbandonando la squadra e la città in cui era stato più forte, amato e felice.

Fu onesto e non fu trattato da core ‘ngrato. «Vengo da una famiglia povera, non riuscirei a dire a mio padre che ho rifiutato 4,5 milioni di euro» disse, andandosene. E Napoli, terra d’emigranti e di sacrifici, capì subito. Lavezzi si è ritirato il 27 novembre 2019 – anche se ha lasciato uno spiraglio dicendo “sono sicuro quasi al 100%” -, ma iniziò lì la fine della sua carriera. A Parigi fece bene, ma era uno dei tanti, poi ancora troppo giovane – ma con quel fisico e quell’incapacità di risparmiarsi, era destinato a ritirarsi presto – se ne andò in Cina, con uno stipendio monstre (Footbal Leaks parlava di 580.000 a settimana, 27 milioni e rotti all’anno, più i benefit da dittatore del terzo mondo, tra cui due case arredate, altrettante auto, un cuoco e un autista personali) e la testa altrove. Ma lo hanno amato in Francia e persino rimpianto, così come a Qinhuangdao: i tifosi cinesi, per il suo addio al calcio, hanno esposto uno striscione commovente, “le leggende non muoiono mai, non ti dimenticheremo mai”.

(Photo by Jamie McDonald/Getty Images)

Difficile dimenticarlo Lavezzi, è vero. Il perdente più amato: la sua più bella partita fu Napoli-Chelsea, ottavi di Champions League. Un 3-1 in casa ribaltato in 1-4 a Londra. Lui era così, non era fatto per vincere, ma per farsi amare. Come quel cagnolino che gli regalò il soprannome, Pocholo. Si infilava ovunque, dava fastidio, non si fermava mai. Come lui. Perché in quel nomignolo c’è Ezequiel: nella leggenda che voleva significasse fulmine o pazzo – era entrambe le cose -, nella realtà di un vezzeggiativo che arrivava da quell’anima bambina, da un’umanità imperfetta e meravigliosa.

Lavezzi è uno di quelli che entra nell’immaginario dei poeti, dei romantici, dei romanzieri. Dario Bevilacqua nel suo bellissimo libro d’esordio ha anagrammato il cognome dell’idolo argentino per consegnarlo al suo protagonista. Lui che Pocho, ha confessato a una presentazione, ha chiamato il suo amatissimo gatto.

Ora probabilmente tornerà in Argentina, a prendersi cura dell’associazione benefica aperta 10 anni fa, Ansur, in sostegno di bambini e adolescenti indigenti. Campione lo è e lo è stato Ezequiel Lavezzi: dentro al campo e soprattutto fuori. Corri, Pocho, corri e grazie di tutto uomo che segnavi i gol cadendo. Quel gesto tecnico è la tua firma da uomo e da calciatore: hai sempre dimostrato il tuo valore non da come hai vinto, ma da come ti sei rialzato dopo le sconfitte.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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