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L’eterna contemporaneità del mito di Michael Jordan

By 18 Maggio 2020

A ogni generazione di sportivi corrisponde un idolo a cui ispirarsi. La grandezza di Michael Jordan, ciò che gli ha garantito un posto d’onore nell’Olimpo dei più grandi, risiede nella specialità di essere assurto a riferimento intergenerazionale

Una volta consumata l’esaltazione per un prodotto irresistibile, forse dovremmo interrogarci su un aspetto sotterraneo di The Last Dance, la sua portata sociale. Sono le reazioni folgorate di molti spettatori – neutrali e non – a suggerire che non si tratti di un’esagerazione. Per una fetta di questo pubblico, i dieci episodi, da questa mattina tutti disponibili su Netflix, sono già diventati una fonte di ispirazione così potente da mettere in soffitta i best sellers di Steve Jobs e Marco Montemagno, testi sacri che fino a ieri svettavano sui comodini per cullare le ambizioni di persone bramose di successo. Il grande guru di questa campagna motivazionale silenziosamente condotta dalla docu-serie targata ESPN è ovviamente Michael Jordan.  

La sua influenza era forte e stabile anche prima della messa in onda di The Last Dance. Persino chi non ha avuto la fortuna di essergli contemporaneo, di assistere con coscienza alla sua parabola è stato illuminato dal riflesso della sua aura. I suoi noti aforismi (“I limiti, come le paure, spesso sono solo illusioni”, eccetera) sono mantra che non hanno mai smesso di echeggiare e di fare presa nella mente di giovani sportivi; le sue scarpe sono ancora le più amate e ricercate, il culto delle sue jersey non si è mai sopito, il logo Jumpman campeggia sulle maglie del Paris Saint-Germain, il club calcistico più connesso alle tendenze della moda urban. Tuttavia per i neofiti della pallacanestro e per gli appassionati nati dopo gli anni Ottanta, la visione di Jordan in The Last Dance ha avuto un impatto dirompente. 

 (Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Sebbene le diverse linee narrative abilmente tracciate dal regista Jason Hehir abbiano cercato di eludere un racconto jordancentrico attraverso lo scavo di molti dei protagonisti della grande epopea dei Chicago Bulls, è inevitabile che queste finiscano sempre per confluire nell’ipnotica figura del 23. Jordan è una calamita, un catalizzatore. Nemmeno l’aspetto decadente (gli occhi rossi, il viso gonfio, la pancia che si adagia su improbabili pinocchietti camouflage) con cui appare nelle interviste che accompagnano la ricostruzione degli eventi riesce ad appannarne il fascino. Anche perché le sue parole – per quanto il più delle volte sferzanti, caustiche, ferme – sono solo un corredo alla galleria di immagini iconiche che scorrono sullo sfondo per documentare la sua carriera dentro e fuori dal campo. 

 Michael Jordan è considerato quasi unanimemente il più grande sportivo di tutti i tempi. The Last Dance ha rivelato – o certificato – una valida tesi a supporto di questo giudizio, e che va oltre gli straordinari risultati ottenuti sul campo e il brutale dominio sul contesto in cui si muoveva. Ovvero l’eterna contemporaneità del suo mito, la sua capacità unica di rimanere sempre attuale. A ogni generazione di sportivi corrisponde un idolo a cui ispirarsi. La grandezza di Jordan, ciò che gli ha garantito un posto d’onore nell’Olimpo dei più grandi, risiede nella specialità di essere assurto a riferimento intergenerazionale.

Michael Jordan

Jonathan Daniel /Allsport

La reazione di buona parte di quelli che, grazie a TLD, si sono trovati per la prima volta ad affondare le mani nella sua storia, è stata diversa da quelle che possono seguire la visione di un documentario su altre leggende dello sport come, per esempio, Diego Armando Maradona (per restare nella sua epoca). Personaggio enorme per cui l’attrazione sarebbe forte, ma che con ogni probabilità –  fuori da Napoli, è chiaro –  resterebbe confinata in una dimensione di ammirazione o stupore. Il confronto con la traiettoria di Jordan, invece, porta a un’immediata influenza, a un concreto condizionamento. Il suo mito attecchisce e smuove come nessun altro.

Le ragioni sono in buona parte da ricercare nel suo ruolo di illustre anticipatore. Jordan è stato prodromo della superstar globale, ha permesso di affacciarsi a un mondo, quello del domani, e di conoscerlo prima che si delineasse. Oggi quel mondo non è più una prospettiva. È reale, è il presente, e non può che accogliere Jordan come suo perfetto esponente. Il processo di svelamento del futuro è avvenuto in forme diverse. La più sorprendente, forse, ha a che fare col suo gioco. The Last Dance non esplora a fondo il lato tecnico di Jordan, ma gli highlights che mostrano le sue penetrazioni, i cambi di mano in volo, il lavoro offensivo in post e i suoi fadeaway, sono sufficienti a descrivere l’assoluto avanguardismo del suo talento, tanto da sembrare immagini prese direttamente dalla NBA dei giorni nostri e montate su partite dei primi anni Novanta. Al punto che Shaquille O’Neal, seguito a ruota da David Falk, storico agente di Michael, hanno recentemente dichiarato che nella lega di oggi Jordan viaggerebbe serenamente con 50 di media.

Michael Jordan

 Mike Powelll/Allsport

Una provocazione lanciata per sottolineare come una volta si giocasse più duro, ma che ben esprime, anch’essa, il futurismo di cui era intriso Jordan. A distanza di 25 anni i suoi movimenti sono ancora da studiare e da imitare. “Senza MJ non ci sarebbe LeBron James. Mi capita spesso di guardare i suoi video, cerco sempre di imparare qualcosa”, ha detto il 23 di quest’epoca. E soffermandosi sullo stile di giocatori come Jayson Tatum (nato nel 1998), ala piccola dei Celtics, la mente corre subito a Jordan e a Kobe Bryant, guarda caso il miglior epigono di His Airness. 

Per quanto l’evoluzione calcistica sia stata più radicale di quella del basket – per ovvi motivi riconducibili alle maggiori variabili di un gioco che coinvolge 22 atleti che si muovono su un campo molto più grande – , è difficile, se non impossibile trovare un calciatore o aspirante tale che oggi cerchi di emulare i gesti di Maradona. Mentre è molto probabile che ragazzini del Gen Z, se solo non fossero stati costretti a restare in casa per via del lockdown, si sarebbero diretti al playground più vicino per replicare in solitudine i movimenti di MJ. 

La perdurante capacità di Jordan di diventare ispirazione per gli altri e il suo ruolo di antesignano non sono legati solo a quello che faceva sul parquet. Sono sterminate le sequenze di The Last Dance che celebrano il magnetismo del suo stile, della sua estetica e del suo portamento. Qualità non trascurabili per un’icona mondiale costretta a vivere 24 ore al giorno con una telecamera puntata addosso, e che per molti sportivi di oggi fanno parte del pacchetto essenziale per distinguersi nel territorio della celebrità. In un’era analogica in cui ancora non si viveva come in un reality show, Jordan era già un perfetto modello di come si gestisce la propria immagine e si costruisce un personaggio.

Getty Images

Una scena in particolare descrive bene quello che gli americani chiamano “swag”, e mostra Jordan che, seduto in spogliatoio con il sigaro stretto tra i denti e una mazza da baseball in mano, simula una battuta mentre analizza con autocompiacimento il reale spessore di un trash talker (“Un vero uomo si vede se ti provoca quando si è in parità, o quando sta perdendo. È facile parlare quando sei avanti”). Una prova di acting coach così sensazionale che da una parte sorprende non abbia catturato l’attenzione di registi come Martin Scorsese o Quentin Tarantino, e dall’altra svilisce il lavoro delle produzioni All or Nothing che circa vent’anni dopo hanno portato le telecamere nel dietro le quinte degli sportivi senza tuttavia incontrare un giocatore che potesse solo avvicinarsi a quel livello di prestazione attoriale. 

Ma il punto che più di tutti, probabilmente, fa presa su chi si affaccia alla storia di Jordan, è la mentalità vincente frutto di una competitività estrema e ossessiva. Un aspetto centrale della narrazione di TLD, che ne mostra le sue diverse declinazioni, la maggior parte delle quali vanno della direzione di un potere quasi inumano di Jordan di piegare gli eventi alla sua volontà. Con un approccio piuttosto enfatico, la docu-serie mette in luce molte delle occasioni nelle quali MJ, toccato nelle corde del suo ego smisurato, consumava le sue “vendette” ai danni di chiunque avesse osato sfidarlo, scendendo in campo la gara successiva con l’unico obiettivo di distruggerlo e umiliarlo. E finendo puntualmente per riuscirci.

La partita speciale giocata dalla meteora di Washington LaBradford Smith, per citarne uno, diventa per Jordan un affronto personale, un oltraggio – che Michael addirittura ricama inventandosi una frase che in realtà Smith non ha mai pronunciato: “bella partita, Mike” – , lo stimolo per dimostrare a lui, al mondo e a se stesso che nessuno poteva permettersi di mettere in discussione il suo strapotere. Benché The Last Dance abbia il merito di non essere un ritratto agiografico di Jordan e, al contrario, di mettere in evidenza le ombre di una figura tanto accecante quanto contraddittoria, la sensazione che arriva forte allo spettatore è quella di trovarsi di fronte un uomo infallibile. Un uomo che non solo se decidere di vincere, vince, ma che addirittura, tanto è forte il suo sentimento di superiorità, può lasciare l’NBA nel momento del suo prime tecnico. Per poi tornare un anno e mezzo dopo e riuscire nell’impresa di un altro three-peat.

Michael Jordan

Getty Images.

Non bastano le cadute, i piccoli fallimenti, il vizietto del gioco d’azzardo per scalfire l’idea di perfezione che Jordan riflette. Anche i modi severi e dispotici con cui tratta i compagni di squadra, che dovrebbero restituire un ritratto poco edificante della sua leadership, passano come comportamenti giustificabili per chi mira alla grandezza. “L’insegnamento che ho tratto guardando Jordan in The Last Dance, è che la grandezza è una missione”, ha twittato Giannis Antetokounmpo. Un superomismo quasi oggetto di venerazione per chi riduce tutto ai trionfi, ma che viene osservato con occhio languido anche da chi conosce il culto della sconfitta. Soprattutto per via dell’umanità che ogni tanto emergeva, ben racchiusa nell’immagine indelebile di MJ sdraiato sul pavimento dello spogliatoio che piange stringendo il pallone del suo quarto titolo, conquistato nel giorno della festa del papà. 

L’America capitalista che si lanciava verso il nuovo millennio aveva trovato in Jordan il suo simbolo perfetto, l’ideale rappresentante di una paese egemone che mira a primeggiare in tutto ma “sa essere sensibile”: una campagna promozionale fedelmente espressa dal famoso slogan “Be like Mike”. Ed è evidente come, in una società contemporanea così fortemente competitiva, che si erige sul modello binario successo/fallimento come metro di valutazione degli individui, il mito di Jordan possa risultare ancora oggi attuale e fonte di ispirazione.

La più grande vittoria di Jordan resta così non documentabile. Perché il più tosto avversario su cui ha avuto la meglio non sono né i Pistons né i Jazz, né la stampa né se stesso: Michal Jordan ha messo al tappeto l’avversario che forse nessun mito dello sport è mai riuscito a sconfiggere – almeno non così nettamente -, il tempo. 

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