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L’importanza di chiamarsi Borja Valero

By 18 Dicembre 2019

Perché il vecchio regista sta tornando di moda?

Può un giocatore all’ultimo contratto della carriera, 35 anni a gennaio, diventare fondamentale, centrale per la possibile vittoria di uno scudetto? Tanto da gettare nel panico Antonio Conte per un affaticamento muscolare e cercare di recuperare un incerottato Sensi (che però non dà lo stesso equilibrio, pur essendo molto più forte). Può un ragazzo di talento, ormai invecchiato, che ha fatto bene ovunque (ma non benissimo, ma questo è più un parere dei critici che di compagni e tifosi) essere centrale nel miracolo Cagliari, a ben 33 anni, come Luca Cigarini? Può Gomez cambiare ruolo, alternandosi con De Roon per una partita e portare l’Atalanta agli ottavi di Champions League, pur essendo un loro coetaneo?

Eccome, la loro parola d’ordine è: regista. Parola antiquata, cinefila, che era diventata un apostrofo rosa tra mezzala e centrale di centrocampo, un orpello di tempi andati, come il libero o il centromediano metodista, ruoli cannibalizzati da nuovi moduli, profeti del calcio totale che si dimenticano però dei fondamentali. Quel giocatore spesso lento ma incredibilmente intelligente e preciso, quel play che ha il fisico da lanciatore di coriandoli ma che sbaglia un passaggio a stagione, quell’uomo d’ordine e di visione che diventa il metronomo dei suddetti guru. Sarri, aveva sì schemi quasi robotici, ma si era (ri)costruito Jorginho a propria immagine e somiglianza – e ora ne approfitta Roberto Mancini in nazionale -, e non è un caso che ora che Pjanic è poco in forma sia incorso nella sua prima misirizzi bianconera.

Foto LaPresse/Tocco Alessandro

Giocatori, i registi, spesso ingiustamente ingiuriati. Un loro errore vale quanto quello di un portiere, se è lui a perdere il pallone, lui, depositario della fiducia e del senso del gioco della squadra, spesso il risultato è letale. Il simbolo di questa croce e delizia nel ruolo sono stati Pizarro, calciatore poetico per quanto era perfetto nelle movenze e nelle geometrie, ma così drammaticamente compassato che una palla persa da lui era una rete avversaria. E così valeva anche per Andrea Pirlo, nato trequartista e arretrato progressivamente grazie all’uomo che quest’anno si è dimenticato di farselo comprare un regista (!), ovvero Carletto Ancelotti.

Che il regista sia tornato di moda, anzi fondamentalmente necessario (è un rafforzativo eccessivo quanto voluto), lo dimostra proprio una squadra come il Napoli, da due mesi in un crollo verticale, condannata a una crisi continua che è partita dal re di coppa ed è arrivata a Gattuso ma che ha le sue radici, però, nel calciomercato invernale del gennaio scorso. Quando dal golfo andò via il suo capitano, recordman di gol e presenze, Marek Hamšik. Fu adattato da Carlo Ancelotti a ricoprire quel ruolo dopo la partenza di Jorginho (62 milioni di euro, allora sembrò l’affare del secolo, ora è il rimpianto più grande): lo occupò con volenterosa efficacia nonostante l’incomprensione di tifosi e addetti ai lavori, che si sono resi conto solo dopo la sua partenza del lavoro oscuro di posizione e raccordo che faceva lo slovacco: dopo la sua partenza non ci si è avvicinati più neanche lontanamente alla media di due punti a partita. Ora Aurelio De Laurentiis rischia di vedere il proprio giocattolo (finora) perfetto finire fuori dell’Europa ed è arrivato a offrire 35 milioni di euro per Torreira e 25 per lo sconosciuto Berge del Genk. Non fulmini di guerra ma, appunto, registi vecchia maniera.

È talmente essenziale questo tipo di giocatore che spesso ci si accontenta di giocatori di qualità media, magari inferiore al resto dei titolari, ma che conoscono gli automatismi del ruolo (si pensi a Hernani, molti difetti ma anche una capacità di ricoprire la posizione nel Parma, di cui è l’equilibratore). E chi non ce l’ha, in realtà ne schiera due come Atalanta e Roma (De Roon e Freuler, Diawara e Veretout).

Il miglior interprete di quella che è una categoria dello spirito prima che il presidio di una fetta di campo, è forse Lucas Leiva, chiave insieme al regista offensivo (Luis Alberto) di questa Lazio da scudetto. Lui, che è si è costruito e scolpito nel calcio inglese non ancora champagne, è uno di quelli muscoli e cervello, capace di una fase difensiva brutta, sporca e cattiva e una di costruzione lineare e quasi infallibile, abituato non agli arzigogoli e alle invenzioni ma alla ricerca ossessiva della soluzione più giusta, intelligente e soprattutto semplice da realizzare.

Il regista è fondamentalmente un semplificatore e un equilibratore tattico, dà ritmo e geometria dove non c’è, è l’anello della catena che unisce i reparti ma anche quello che può, verticalizzando o aprendo il gioco (pensate all’immensa bravura di Luka Modric nel cambio di gioco o nel rilancio dell’azione) spezzare quello avversario. Quello che avrebbe sempre voluto essere Brozovic, nell’Inter, ma che mai ha saputo fare, troppo tecnico per essere elementare e geometrico (un 5 per intenderci), troppo elementare per essere un 10, alla fine un 8 troppo leggero e poco convinto.

Già, perché la ricerca di un regista – mai annunciata, ma sempre effettuata – ha fatto anche molti danni, ha strozzato carriere, perché come dicono in tanti la “regia è un compito, non un ruolo”. Pensate a Bonucci, difensore illuminante e spesso determinante per piede e visione di gioco, regista arretrato per cui sono passati molti trofei bianconeri.

Il calcio è come il cinema: non è detto che il regista sia quello dotato di maggior talento nella troupe, così come nella squadra, ma senza di lui non si può fare il film. E neanche una stagione degna di questo numero. E non citateci il Sassuolo di De Zerbi: lì i compiti di regia passano per tutti i centrocampisti grazie a un sistema di gioco collaudato e intelligente, in cui tutti sanno cosa devono fare e come. E lì quel ruolo è così importante, da dover essere svolto da mezza squadra.

B (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

L’importanza di essere Borja Valero è questa, avere la testa di un giocatore di scacchi, sapere con tre mosse d’anticipo cosa succederà. E innescare il meccanismo che permetterà che accada. Non comprenderemo mai abbastanza la loro grandezza, anzi li insulteremo e derideremo. Come abbiamo fatto con Thiago Motta – ma il triplete nerazzurro senza di lui sarebbe stato solo una battuta di cattivo gusto -, con Gerson (omonimo peraltro del miglior interprete del ruolo, quel Gerson del 1970, tessitore delle trame di Pelè e compagni), incompreso a Roma (un po’ meno a Firenze, dove però faceva la mezz’ala) e ora centro di gravità permanente del miracolo Flamengo, finalmente tornato grande, o Iniesta, mai vituperato ma mai insignito dei premi individuali più importanti, nonostante abbia messo piede e testa in tutti i trionfi delle sue squadre. Spesso pure segnando, compito che di solito ai suoi compagni di reparto non viene richiesto.

Ai nostri allenatori, che si sono dimenticati troppo spesso di crescerne di nuovi (e così ci troviamo solo interpreti over 30, Verratti e Jorginho esclusi), consigliamo di raccontare ai ragazzi chi fosse Niels Liedholm. Uno che regista è rimasto sempre. Da giocatore: San Siro si alzò in piedi ad applaudirlo dopo un errore. Era il primo dopo diversi anni. Va detto che l’aneddoto lo raccontava lui stesso è anche non fosse vero, è sicuramente verosimile. E fa capire quanto tenesse tutto sotto controllo, dalla comunicazione alle strategie pallonare. Con la sfera di cuoio, con la tuta da allenatore – è lui che rende Falcao uno dei migliori nel ruolo, nella storia del calcio -, come direttore di spogliatoi caldi come quelli di Milan e Roma. Lui non sbagliava mai, era ossessionato dal vedere il calcio come una ragnatela di cui lui fosse il tessitore instancabile.

Chiedi al tuo allenatore chi era Niels Liedholm. Capirai meglio il calcio.

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