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L’ultima favola del Leeds

By 6 Novembre 2020

Nel 2001 la squadra di David O’Leary riesce ad arrivare fino alla semifinale di Champions League. Un risultato incredibile che coincide con l’inizio di una discesa verticale che toccherà anche la terza serie inglese

Dieci punti. Meno sei dalla prima posizione. Meno tre dalla zona Champions League. Il ritorno del Leeds United in Premier League dopo sedici lunghi anni è segnato dalle buone sensazioni. Quelle per un club storico (del calcio inglese e non solo) che sta cercando di tornare dove la sua storia meriterebbe di stare. All’interno delle competizioni europee. Sotto la guida di Marcelo Bielsa e la presidenza italiana di Andrea Radrizzani, l’impresa non è impossibile. Il ritorno nel massimo campionato inglese è stato accolto con grande simpatia da tutto il mondo del calcio, e non solo per un passato glorioso e affascinante. Ma anche perché al Leeds United è legata l’ultima favola vissuta da una squadra inglese in Champions League. Una cavalcata che ancora oggi viene ricordata con stupore e ammirazione. Quella dell’edizione 2000/2001. È il Leeds United di David O’Leary.

Tutto ha inizio l’anno prima. È la stagione 1999/00. Il Leeds United si classifica al terzo posto, mettendosi alle spalle squadre più forti e blasonate come Liverpool e Chelsea. Per gli Whites si tratta del miglior piazzamento da quando hanno vinto il loro ultimo campionato, nel 1991/92. In otto anni non erano mai riusciti ad andare oltre la quarta posizione. Non sono mai stati davvero in lotta per il titolo (hanno 22 punti di ritardo dal Manchester United di Alex Ferguson) eppure quel terzo posto ha un significato importante. Sportivo quanto economico. Il Leeds United si è qualificato ai preliminari di Champions League (all’epoca i posti riservati alle squadre inglese erano soltanto tre). Nessuno a Leeds lo sa, ma i fasti della grande squadra di Don Revie stanno per essere rinverditi.

David O”Leary durante la rifinitura in vista della gara di ritorno dei quarti di finale di Champions League contro il Deportivo La Coruña. (Laurence Griffiths/ALLSPORT).

Quella di O’Leary è una squadra fisica e dura, ma anche dotata di grande talento. Sopratutto nel reparto avanzato. Un gruppo che fa dell’agonismo e della personalità le proprie cifre calcistiche. In porta c’è il veterano Nigel Martyn. Non è un top player ma ha una grande esperienza alle spalle. È con lui che il Crystal Palace raggiunge il terzo posto nel 1990/91. Davanti si schiera una difesa a quattro. Al capitano Radebe viene affiancato un giovane di cui si dice un gran bene. Il suo nome è Rio Ferdinand. Jonathan Woodgate agisce a destra, mentre a sinistra c’è lo specialista dei calci piazzati, l’irlandese Ian Harte. Centrocampo. Sulle fasce David Batty e Harry Kewell garantiscono rispettivamente quantità e qualità. In mezzo Olivier Dacourt e Lee Bowyer abbinano corsa e tempi di inserimento perfetti. Tutti sono a disposizione del duo in avanti. Mark Viduka e Alan Smith. Quest’ultimo è, insieme a Bowyer, il beniamino assoluto dei tifosi. Ha appena 20 anni ed è un figlio del Leeds United. Cresciuto nel settore giovanile. Ancora oggi è il miglior marcatore europeo nella storia degli Whites.

È il 9 agosto 2000 quando Elland Road dà il proprio bentornato alla Champions League. Nel terzo turno di preliminari arriva il Monaco 1860, arrivato quarto in Bundesliga l’anno prima. Segnano Alan Smith di testa e poi Harte su rigore, ma una rete all’ultimo minuto di Agostino complica le cose. La vittoria per due a uno lascia con l’amaro in bocca. Ai tedeschi basta un misero uno a zero per accedere al turno successivo. A Monaco ci pensa però ancora una volta Alan Smith. Mancano pochi secondi alla fine del primo tempo quando Martyn rinvia lungo verso Viduka. L’australiana lotta caparbiamente con due difensori avversari e, da terra, riesce a liberare il compagno solo davanti a Hofmann. Smith con il sinistro non può sbagliare. Si va ai gironi.

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Rio Ferdinand nella gara di andata dei quarti contro il Deportivo La Coruña Alex Livesey/ALLSPORT

Besiktas, Milan e Barcellona. Nel girone H non sembra esserci spazio per le sorprese. Rossoneri e blaugrana si giocheranno il primo posto. I ragazzi di O’Leary se la vedranno contro i turchi per la Coppa Uefa. Il pronostico viene rafforzato dopo la prima giornata. Quattro a zero senza appello al Camp Nou. La differenza pare abissale. Poi però si va ad Elland Road, e lì le cose cambiano. È il 19 settembre 2000. Arriva il Milan di Alberto Zaccheroni, vincitore all’esordio con il Besiktas. A Leeds viene giù una pioggia torrenziale. Sembra uno zero a zero scritto, quando la palla arriva a Lee Bowyer. Manca un minuto alla fine. La distanza che lo separa dalla porta difesa da Dida è di circa trenta metri. Eppure Bowyer prova la conclusione. È un destro centrale e innocuo, destinato ad essere bloccato facilmente. Ma Dida decide di fare una cosa rischiosa su un campo scivoloso: far ribalzare la palla sul terreno. La sfera, a contatto con l’erba bagnata, non ritorna tra le mani del brasiliano ma scivola all’indietro. La palla supera la linea. È uno a zero. È la svolta della Champions League del Leeds United.

Nelle due partite successive arrivano quattro punti contro il Besiktas. Se a Istanbul la gara non va oltre lo zero zero, la partita di Elland Road è quella della maturità. Il Leeds United prende consapevolezza di essere una grande squadra. Il risultato finale è sei a zero ma non racconta completamente la partita. La superiorità degli uomini di O’Leary è la stessa che separa un club di A con uno di B. Segnano due volte Bowyer, Viduka, Matteo, Bakke e Huckerby. La partita casalinga contro il Barcellona equivale al primo match point per la seconda fase a gironi. I blaugrana sono all’ultima spiaggia. Dopo la roboante vittoria inaugurale hanno ottenuto due sconfitte e un pareggio.

Lee Bowyer esulta dopo aver segnato il gol vittoria nella sfida contro il Milan (Laurence Griffiths /Allsport).

Ma il Leeds United è una squadra molto diversa da quella scena in campo in Spagna. Quinto minuto di gioco. Calcio di punizione da posizione defilata di Bowyer. Il destro del centrocampista inglese disegna una parabola che inganna Dutruel. La palla si infila nell’angolo lontano. Il vantaggio galvanizza gli Whites e per ottantotto minuti il Barcellona è fuori dall’Europa. Poi, in pieno recupero, un pallone viene in mezzo alla disperata da Cocu. Gerard di testa colpisce il palo ma sulla ribattuta c’è Rivaldo. Il punto però non fa altro che prolungare l’illusione del Barcellona. A San Siro, contro il Milan, al Leeds basta un pari per qualificarsi. Tocca a Matteo chiudere i conti del gruppo H. Il suo colpo di testa porta avanti gli inglesi prima del pareggio definitivo di Serginho. Le speranze del Barcellona si esauriscono sul palo colpito da Shevchenko su calcio di rigore. Milan 11, Leeds United 9, Barcellona 8, Beskitas 4.

Real Madrid, Lazio e Anderlecht. Più morbido ma comunque insidioso il girone D della seconda fase. I Blancos sono campioni d’Europa in carica, i biancocelesti campioni d’Italia e i belgi sono stati capaci di vincere il proprio gruppo contro Manchester United e PSV Eindhoven. Anche stavolta la partenza non è delle migliori. Sconfitta per due a zero contro il Real Madrid, ad Elland Road. Per il Leeds è la prima volta. Potrebbe esserci un contraccolpo psicologico, ma ormai è troppo tardi. I ragazzi di O’Leary sono ormai una squadra europea.

5 dicembre, stadio Olimpico. I Bianchi sono ospiti di una Lazio reduce dalla partita persa contro l’Anderlecht. La partita pare destinata allo zero a zero ma, a dieci minuti dalla fine, la palla arriva a Viduka. L’attaccante australiana protegge palla al limite dell’area e vede Alan Smith che si sta inserendo alle sua spalle. Colpo di attacco a liberare il compagno e questo non può sbagliare davanti a Peruzzi. Anche la seconda fase ha conosciuto la sua svolta. Si, perché di lì poi sarà tutto in discesa. L’ultimo brivido arriva la partita successiva, contro l’Anderlecht. Stoica porta in vantaggio i belgi a 25 minuti dal termine, ma Hart e Bowyer ribaltano il risultato nello spazio di dieci minuti, facendo impazzire Elland Road.

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Mark Viduka esulta dopo aver segnato contro il Real al Bernabeu (Alex Livesey/ALLSPORT)

A Bruxelles è invece un dominio. Quattro a uno. Ancora protagonista Alan Smith con una doppietta. Al fischio finale viene decretato quello che nessuno a Leeds osava nemmeno immaginare. L’accesso ai quarti di finale. Le ultime due sfide diventano ininfluenti (sconfitta al Bernabeu e pareggio casalingo contro la Lazio). È già tempo di pensare alla sfida contro il Deportivo La Coruna, l’altra sorpresa dell’edizione. Non c’è voglia di fermarsi. Dopo tanto tempo, a Leeds c’è voglia di sognare. Real Madrid 13, Leeds United 10, Anderlecht 6, Lazio 5.

Il 4 aprile 2001 Elland Road è in una di quelle serata nel quale non vorresti mai giocarci all’interno se sei un ospite. Lo stadio è una bolgia. Un’energia che diventa travolgente quando Harte mette sotto la traversa un calcio di punizione dei suoi. Il Deportivo, abituato a giocare in tale condizioni (il Riazor è uno degli stadi più caldi di Spagna) regge solo un tempo. Nella ripresa, nel giro di venti minuti, la partita si chiude. Cross di Kewell e Smith di testa batte ancora Molina. Dieci minuti dopo Rio Ferdinand farà lo stesso su azione da calcio d’angolo.

Il Leeds è a un passo dalla qualificazione. Ma bisogna ancora andare in Galizia. E, come abbiamo detto, il Riazor è un ambiente che sa essere infernale. Lo sanno bene Barcellona, Valencia e Real Madrid, che l’anno precedente hanno visto Tristan e compagni alzare la prima Liga della storia del club biancoceleste. Nove minuti e Djalminha mette l’uno a zero su rigore. Si, se la dovranno sudare questa semifinale. Il Depor attacca in maniera ossessiva. Per la prima volta il Leeds United è davvero in difficoltà. Makaay, Victor e Pandiani vanno più volte vicini al raddoppio. Smith ha l’occasione di chiudere i conti, ma il suo tiro finisce sull’esterno della rete. Nel secondo tempo Makaay colpisce la traversa, prima della rete di Tristan. Due a zero. Mancherebbero 15 minuti alla fine, ma per i tifosi degli Whites devono essere sembrati almeno il doppio. Gli ultimi assalti però non portano alla rete per i supplementari. Il Leeds United è tra le migliori quattro del continente.

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I giocatori del Leeds protestano con l’arbitro dopo il gol di Sanchez (Laurence Griffiths/ALLSPORT)

In semifinale trovano un’altra spagnola, il Valencia. Sono vice-campioni d’Europa e hanno una squadra fenomenale. In porta c’è Canizares, in mezzo al campo Mendieta e in attacco Claudio Lopez. Nei quarti però hanno eliminato l’Arsenal non senza faticare. Elland Road sogna una finale di Champions League dal 1975. L’impresa non è impossibile. L’andata si gioca in Inghilterra e O’Leary sa che le chance di passare il turno risiedono tutte, o quasi, in quei 90 minuti. Però questa volta il fattore casa non viene sfruttato. Il Leeds attacca ma il risultato non si schioda dallo zero a zero. Sulla carta sarebbe anche un buon risultato (gli inglesi hanno due risultati su tre a disposizione), ma tutti sanno, nel profondo, che il Valencia vincerà al Mestalla. È l’8 maggio 2001. L’atmosfera non è molto dissimile da quella subita a La Coruna. Ed infatti dopo appena sedici minuti Sanchez infila Martyn con un colpo di testa su cross velenoso di Mendieta. È finita. Nella ripresa nel giro di cinque minuti segnano ancora Sanchez e Mendieta e fissano il risultato sul tre a zero. Per il Leeds United è l’ultima recita. L’inizio di una discesa verticale che toccherà anche la terza serie inglese.

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