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Marcelo Bielsa produce bellezza

By 21 Maggio 2019

Il tecnico rosarino non è riuscito a riportare il Leeds in Premier League. Per l’argentino, però, non conta la vittoria, ma la perfezione

Una volta a Jorge Valdano chiese: – Después de perder un partido, ¿nunca has pensado en matarte? Dopo aver perso una partita, hai mai pensato di ucciderti? Valdano lesse la domanda come un modo per uscire dal chiacchiericcio che le sconfitte sempre portano: scegliere un gesto estremo (il suicidio) metaforicamente per rinascere, per lasciarsi alle spalle quello che si voleva e non si è avuto. E la rubricò sotto pensieri da Houdini, sì, certo, il mago. Era un paradosso, ma la domanda, come tutte quelle che Marcelo Bielsa in questi anni è andato ponendo ai suoi amici più stretti, conteneva il racconto di sé: uno al quale non piace perdere, anche se non ne ha paura, non gioca certo per il pareggio, anzi.

Sta dentro quello che ripeteva un altro rosarino (dalla città di Rosario), un gigante del fumetto e della letteratura, Roberto Fontanarrosa: Aunque ganes o perda / no me importa una mierda / Pero siendo sincero / es mejor que ganemos. E Bielsa ha perso, quando sembrava avviato a portare in Premier il Leeds, ha cominciato a calare e poi è stato sconfitto dal Derby County di Frank Lampard, ma non ha smesso di portare il fuoco, come direbbe Cormac McCarthy, perché Bielsa è oltre il presente, oltre i campi e le partite, figuriamoci se non è oltre le sconfitte o i progetti mancanti, perché è un ricercatore.

Accende guerriglie – come Ernesto Guevara, altro rosarino – dall’Argentina al Cile, dal Messico alla Spagna, dalla Francia all’Inghilterra, un guerrigliero del pallone, passa, regala utopie, getta le basi per un metodo evolutivo, e poi va’, per capire dovete pensare ad Armonica di Sergio Leone in “C’era una volta il West”, ma senza vendette, piuttosto un uomo in rivolta, ma una rivolta intima, silenziosa e col traduttore di fianco. Una volta, chiamato a fare un discorso a dei ragazzini al Cuore Sacro, un collegio di Rosario, disse: «I momenti della mia vita in cui sono cre­sciuto hanno a che fare con i fallimenti. I momenti della mia vita in cui sono peggiorato, hanno a che fare con il successo».

marcelo Bielsa

Ma ovviamente per arrivare a comprendere Bielsa, la sua biografia, le sue sconfitte, servirebbe l’Hagakure – il Codice Segreto dei Samurai – di Yamamoto Tsunetomo, perché Bielsa è un samurai, uno che sa combattere, ma soprattutto sa prendersi le colpe in un mondo di irresponsabili, per questo non siede in panchina, ma sta accovacciato a guardare le partite a bordo campo, cerca il punto di vista della palla, e al massimo si riposa su una ghiacciaia. E, quando i giocatori del Derby – vincendo – hanno mimato il binocolo, sottolineando la storia di spionaggio di cui Bielsa si era preso le colpe e una multa salata per aver “investigato” sugli allenamenti delle altre squadre, lui ha sorriso.

Perché tutta questa storia fa sorridere, Bielsa, un maestro, ci teneva a sapere cosa avesse in mente Lampard, uno che deve ancora imparare molto come tecnico, giustamente individuato come avversario da battere e poi non battuto. «Non reclamate nulla, ingoiate il veleno, accettate l’ingiustizia, che alla fine tutto si riequilibra». Bielsa dice quello che vorrebbero dire i calciatori se solo sapessero parlare o alcuni giornalisti se sapessero scrivere. Ha la pedagogia e l’ammaestramento doveroso, arrivando a bordeggiare la perfezione, poi spesso il risultato non gli dà ra­gione, ma è relativo. Sa che ogni squadra ha un Karma specifico non dato solo dalla somma dei singoli karma più i suoi schemi, ma che abbraccia anche quello delle città e su su fino a quello delle nazioni e delle nazionali, e il suo compito è di portare tutti questi karma alla perfezione, non alla vittoria, per la vittoria ci sono gli altri.

Bielsa crea benessere, evasione appassionata dal quotidiano, emozione che ogni tifoso conserva amorevolmente e che al nome dell’allenatore – anche anni dopo – si illumina come una vecchia fidanzata che gli ha fatto scoprire come scriveva Jacinto Benavente: «La cosa migliore del fare l’amore è quando saliamo le scale». Bielsa sa che nel mondo leibniziano vincerebbe sempre o quasi; con la sua tattica e i suoi schemi, invece, nell’imperfetta realtà dei campi di calcio gli succede, soprattutto perché sfodera audacia, di perdere.

marcelo Bielsa

Quando con l’Athletic Bilbao vinse sul campo del Manchester United, Guardiola mandava sms agli amici, come un adolescente, che dicevano: «Bielsa è il miglior allenatore del mondo». Ovviamente di un mondo che va oltre i titoli, oltre il sistema binario di vittoria/sconfitta. Perché «Successo e felicità non sono sinonimi». È uno che porta Walter Benjamin, Michel Foucault e Gilles Deleuze negli spogliatoi facendoli passare per Arrigo Sacchi o van Gaal, e nello spaesamento generale, spiega e rispiega, fin quando non passa il concetto. Fin quando lo scetticismo diventa appli­cazione della felicità o di qualcosa che le somiglia. «Il gioco basato su un lavoro difensivo di cinque o sei uomini è destinato ad esaurirsi, prima o poi. Detti le linee guida, recuperi il pallone e ciao. Il calcio offensivo, invece, è infinito».

È lì che lui lavora, cercando di tirar fuori e conteggiare quante più possibilità riesce dall’offensività. Poi mischia. Andando per anni a vedere le partite di hockey su prato di sua figlia Ines – una delle allenatrici Natalia Morello raccontò che Bielsa le portò un quaderno con le sue osservazioni, ovviamente aveva ragione – e avendo in casa una moglie architetto, Laura Bracalenti, ha unito le verticalizzazioni dello sport alla precisione di Andrea Palladio e all’esuberanza di Luis Barragán, il risultato è quello che si vede sui campi. Perché si può dire che Bielsa non vinca titoli – da troppo tempo –, ma non si può dire che non produca bellezza. Ci sono gli allenatori di cui si contano i trofei perché non hanno altro, e poi ci sono i maestri di pallone che non hanno bisogno di vincere, anzi, perdendo scoprono come evolversi. Proprio come scrive Yamamoto Tsunetomo nell’Hagakure: “Con ogni pensiero, tentare di conoscere i propri difetti e correggersi per tutta la vita: questa è la Via”. E questo è Marcelo Bielsa.

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