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Mandzukic, oltre il campo

By 4 Gennaio 2020

Con l’addio di Mario Mandzukic i bianconeri non perdono solo un attaccante prezioso, ma anche una quota significante di juventinità. Ecco come il croato è diventato il simbolo di una Juve che non c’è più, quella di Allegri

Mario Mandzukic è la maglia bianca e nera rigorosamente a strisce verticali e non una qualsiasi variazione sul tema, è uno stemma e non un logo, un sistema di valori e non un brand. Dalla vigilia di Natale – ma invero dopo una lunga proscrizione dall’epilogo scontato – Mario Mandzukic è il passato della Juventus, e con il suo addio il club stesso ha perso una quota non insignificante di juventinità.

Perché, parliamoci chiaro, nella Juventus di oggi, nell’immagine di sé che il club bianconero sta cercando di proiettare tanto fuori dal terreno di gioco quanto sul campo, Mario Mandzukic non c’entrava proprio niente. In una società nel bel mezzo della transizione identitaria, in una squadra impegnata nell’attraversamento del guado di una rivoluzione concettuale che al momento è decisamente più potenza che atto, la presenza dell’attaccante croato era una sorta di incidente della storia, un residuo di ciò che era stato e non è più previsto nella visiondella dirigenza. Eppure, Mario Mandzukic è destinato a restare un’icona nella memoria dei tifosi bianconeri.

Fisicità straripante, potenza a scapito della raffinatezza, apparenza truce, un passato di tutto rispetto e persino l’origine – come da stereotipo – gli hanno immediatamente consentito di assurgere a mito incontrastato del popolo, quello che ce l’ha fatta pur non essendo baciato da talento sopraffino, il duro con cui identificarsi e al quale accompagnarsi nella lotta.

Vinca ciò che vuole, ma è improbabile che a Cristiano Ronaldo venga mai dedicata una coreografia a tutta curva come quella che la Scirea dedicò al croato prima di Juventus-Barcellona del novembre 2017: “Tra gli uomini, i guerrieri”, si leggeva, e se nel secondo anello compariva un drappo con 24 suoi compagni di squadra a mezzobusto, gli uomini, nel settore inferiore della curva campeggiava mastodontico il suo singolo ritratto, quello del guerriero. Ironicamente, Mandzukic nemmeno giocò quella partita: Allegri lo tenne in panchina per scelta tecnica dal primo all’ultimo secondo, ma tutto in fondo rientra nella letteratura.

Mandzukic

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Figura di culto, non glamour ma pop, proprio per questo il croato è stato sfruttato dai social media strategist della Juventus (la saga di “Mr. No Good”, in linea di continuità con “Pirlo is not impressed”) e dedicatario di una godibile pagina Facebook intitolata “l’Onnipotente Mario Mandzukic”, la quale ha celebrato con una emoticon triste la sua partenza.

Nostalgia canaglia per oltre 115 mila follower, vedove di questo Ravanelli contemporaneo, magari più dotato ma di pari livello in termini di ardore agonistico. Uno che, come Ravanelli, è andato a segno in bianconero in una finale di Champions, e pazienza se tra il colpo di Roma 1996 e la rovesciata di Cardiff 2017 l’esito è stato opposto: nella storia della Juventus, solo Platini, Del Piero e Morata hanno fatto altrettanto.

Foto Cafaro/LaPresse

Lui, del resto, sul campo ha alimentato al meglio il personaggio: in quattro anni – gli ultimi mesi non contano – di Juventus ha impresso il suo marchio, colpendo almeno una volta tutte le principali avversarie italiane dei bianconeri (notevole il 2018-19, quando andò a rete contro Napoli, Inter, Milan, Lazio e Roma, e furono quasi sempre gol decisivi) e, più in generale, diventando un simbolo dell’era Allegri, di una squadra che vinceva “a corto muso” e nella quale il tecnico aveva studiato per il croato una collocazione fuori ruolo ma assai funzionale, quasi da ala sinistra.

Mandzukic, soprattutto nella seconda fase della sua avventura in bianconero, era quello che giocava a prescindere, anche a corto di fiato, così sostenevano, nemmeno a torto, i detrattori. Uno che poi, nonostante gli ultimi cinque mesi di damnatio memoriae, ha lasciato la Juventus senza nemmeno affondare una stilettata, né una libera critica – con forzato ravvedimento – alla Emre Can, per dire.

Mandzukic

 (Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Mandzukic insomma ha significato una certa idea di Juventus e un certo idealtipo di calciatore che nel club ha lunga tradizione ma ha scarso futuro. Anche se ha vinto dovunque, se ha conquistato tutto con il Bayern nel 2013, se nel 2018 è arrivato persino a giocarsi una imprevista finale mondiale riuscendo ad andare in gol per entrambe le squadre, la sua Croazia e la Francia. Quando si dice essere onnipotente.

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