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Cristiano Ronaldo nasconde tutti

By 24 Dicembre 2019

Questa continua narrazione di Cristiano Ronaldo ha fatto finire in secondo piano la Juventus. Ma siamo sicuri che non ci sia qualcosa di sbagliato nel modo in cui viene raccontato il portoghese?

Giovanni Arpino diceva che lo sport è lo specchio della società, e la nostra si riflette in Cristiano Ronaldo che ha occupato la narrazione giornaliera italiana. Ovviamente rispecchia una realtà che va accettata: editori, direttori, caporedattori, inviati, tele e radio cronisti, deskisti, capistazione, macchinisti, facchini e tifosi, giornali e televisioni, documentari e libri, tutti&tutto al servizio del lusitano – mostrando il largo provincialismo culturale che si vede anche nella narrativa e nel cinema italiano – tanto che ormai sembra che la Juventus giochi nel Ronaldo Fútbol Club: dove se si vince è merito suo, se si perde è colpa dell’allenatore.

Una situazione surreale, che ricorda la restituzione di un dittatore, per quanta comicità – involontaria e quindi non vista – c’è nel racconto dell’eroe, che non è randagio, no, è onnipresente e stanziale: copertine e paginoni, e se salta, poi, parte il racconto che sia migliore di un drone. In pratica è il metodo Baricco applicato al pallone: non importa quello che tu abbia fatto prima, conta che io l’ho fatto ora e ho una storia migliore e una eco ampissima. Solo che questa restituzione, questo specchio, questa realtà, sta uccidendo l’achilleide più di quanto possa fare la mia versione di minoranza, tanto che quando Fabio Capello, timidamente, ricorda che Ronaldo non dribbla un uomo da tre anni, si risvegliano i commentatori, a difesa dell’attaccante, claro, senza guardare che quello che dribbla gli avversari è Dybala, che però deve soccombere, non si deve nemmeno lamentare, e deve tenersi la tirannia.

 (Photo by Claudio Villa/Getty Images for Lega Serie A)

Ronaldo non scompare mai, come si compiace Carmelo Bene per Romario, anzi, Ronaldo vuole essere onnipresente in preda a delle febbri d’ego che lo portano a strafare fino al punto di avere delle manie di persecuzione (si veda il Pallone d’Oro, con sorella e madre che nella migliore tradizione mediterranea invocano giustizia, siamo oltre le mamme ebree e il loro disegnare mondi che cominciano e finiscono con i figli), o delle reazioni spropositate: l’altra sera, dopo aver perso il Trofeo Coca-Cola non la Champions League, Ronaldo si è immediatamente tolto la medaglia dal collo, in palese dissenso con la realtà e quindi con lo sport che non gli ha ubbidito.

Non è quella bugia che raccontano della fame di trofei e gloria, ma è egoismo distillato, la peggiore espressione dell’Occidente: incarnata e restituita al pueblo, prendete e imitatene tutti, contestate la verità sportiva, dissentite, perché non si può perdere, si deve vincere: sempre e comunque. C’era nelle sue espressioni una incapacità di accettare la vittoria altrui, che nessuno ha stigmatizzato. Ronaldo ha un problema con la sconfitta, e con lui ce l’hanno anche tutti quelli che l’adorano.

Cristiano Ronaldo

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

Il campionato italiano di calcio, i suoi trofei e le sue cronache dipendono quasi esclusivamente dalle gesta del portoghese, tanto che poi se un altro calciatore o squadra sovverte per un attimo la favola: vanno nel panico da inondazione, come è successo l’altro giorno per la vittoria della Lazio. Per un suo gol con salto abbiamo avuto paginate per giorni, come se nessuno avesse mai saltato per colpirla di testa: una volta l’ha fatto anche Materazzi in una finale mondiale, e persino il piccolo Messi in una finale di Champions; il tutto, poi, raccontato col giornalismo dei geometri: pesi, misure, spinta, forse perché in Ronaldo non c’è epicità (e penso a Gigi Riva ma anche a Diego Maradona), e non ci può essere perché gli mancano le sconfitte (nella narrazione), che pure ci sono state, ma non trovano lo stesso spazio, anzi scompaiono dalla favola.

E non è ancora niente, i telecronisti lo chiamano per nome, ossessivi, ripercorrendone le gesta con enfasi, esaltandosi come se gli appartenesse, perdendo ogni controllo, in una caduta di diga omerica: ogni suo passaggio diventa un ponte che collega mondi, ogni sua parola getta le basi per una trasformazione, se ha un dolore a un polpaccio si ferma la guerra in Medio Oriente. Viene da chiedersi che vuoto enorme ci sia dietro, e dentro i gazzettieri, al punto che se qualcuno sposta Ronaldo rischia di ritrovarsi in uno dei villaggi Potëmkin: che erano di cartapesta, costruiti dal principe Grigorij Aleksandrovič Potëmkin per impressionare Caterina II di Russia.

Cristiano Ronaldo

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Ronaldo a furia di saltare più in alto non vede più gli altri, mentre gli altri – quelli intorno – vedono solo lui, molto più alto e forte e bello che pria. Fate due calcoli, e poi riflettete se stiamo andando tutti dalla stessa parte, o se qualcuno sta esagerando. Se la stampa spagnola era così zerbinata, o se c’era anche un limite e un maggiore rispetto per la realtà. Poi, magari, rivince la Champions League, e ci toccheranno anche gli speciali, ma se poi la vincono ALTRI: vorrei lo stesso spazio, la stessa misura, e anche un tono minore nel racconto, ma vorrei QUEL racconto, stesse proporzioni, anzi maggiori visto che c’è qualcuno che ha battuto il CAMPIONE, ne avremmo tutti un gran beneficio, a cominciare dallo sport italiano, al quale Ronaldo appartiene solo in parte. Una appartenenza senza frutti, tra l’altro.

Marco Ciriello

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Marco Ciriello è nato.

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