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La mistica di Adani

By 6 Febbraio 2020
Daniele Adani

Fenomenologia di Daniele Adani, la seconda voce più ascoltata della tivù italiana, votato all’estetica e all’emozione tanto da perseguitare chi la pensa diversamente, come lo sciagurato Allegri

Lambrusco, popcorn e asado. Da Correggio a Montevideo è una sola verticalizzazione, a farla col cuore, triangolando con Baires, con l’impegno d’un Buffa e i toni da Altafini. A guardare a orecchio dagli studi di Sky si vede il Sudamerica, fin dall’ingresso, si sente il Sudamerica, Uruguay e nuvole, quelle raccontate da un direttore di circo che canta salendo le scale. Un personaggio da “Mai dire gol”, se ci fosse ancora una trasmissione così, anche se le parodie sul tubo non mancano. Una creatura metà Garra Charrúa metà – noblesse oblige – pubblicità Nike.

È Daniele, o come lo chiaman tutti, Lele Adani, la seconda voce più ascoltata della tivù italiana, anche perché è quella col tono più alto, tanto da portarlo fuori contesto. Adani è uno che ha studiato, che quando ha smesso di giocare non s’è disperato, anzi, s’è applicato, e tanto. Numeri e volti, storie e partite, giovani e vecchi, squadre e città, lui sa tutto, o comunque l’ha imparato, vede tutto, segue tutto, calcio in ogni dove e ad ogni ora e se deve scegliere ha liste e motivi, e se per caso quel calciatore ormai è sulla lingua di tutti, persino della Gazzetta, allora specifica, Eh ma io lo seguivo da prima, prima quando? Prima, divenendo un personaggio di Jannacci. Il Lele che sapeva tutto e purtava i scarp de tennis.

Daniele Adani

(Claudio Villa /Allsport)

Voi girate adesso con le magliette di Virgil van Dijk, lui lo seguiva già dai tempi del Celtic e del Southampton, ed è capace di tirar fuori un selfie per mettere in chiaro le cose. Il suo è un riflesso condizionato, non banalmente da primo della classe, ma del liceo, e poi della città e via così. Ha studiato e deve prevalere, portando il campo, e quindi la Garra Charrúa, in tivù. Adani insegue la mistica, e come i predicatori si meraviglia se qualcuno non gli va dietro, se c’è una parte che si ribella, e lavora su quella, il povero Massimiliano Allegri è il suo capro espiatorio. Colpevole di non essere Marcelo Bielsa, e di aver scelto d’imparare l’inglese e non il castigliano.

Adani come un tempo Umberto Bossi ha un suo fiume sacro, il Río de la Plata, chi non s’è bagnato in quelle acque non sarà mai santo, non deciderà le partite, e difficilmente entrerà negli entusiasmi del commentatore. La terra della religione adaniana è l’Uruguay, geografia limitata ma sempre pronta a sfornare calciatori in grado di farsi valere nel mondo: da Ghiggia e Schiaffino e Varela passando per Francescoli e ora Suárez e Cavani, solo per citarne alcuni.

Miracolo che si ripete in letteratura come in politica, con Eduardo Galeano, Mario Benedetti e Pepe Mujica. Insomma, una grande resistenza, figlia dell’applicazione e del talento, della volontà e della ricerca. Il posto dove il margine si fa primato. E Adani c’è rimasto sotto, tanto che ne ha fatto una ossessione, si è scritto una biografia da ambasciatore uruguagio che non ne vuole sapere che ci sono altri mondi, che non siano l’America Latina che parte da Montevideo e a Montevideo ritorna.

Una riedizione urlata di Gianni Minà senza letteratura e musica, ma con la panchina del Peñarol al completo dal 1891 a oggi, dove al posto di Toquinho c’è Washington Ortuño, e al posto di Vinícius de Moraes c’è Oscar Míguez. E poi attraversando il sacro Rio c’è Buenos Aires, e quindi il River Plate, una delle ragioni di vita di Adani, che a ogni trofeo della squadra immortala in video la sua emozione, urlando e mimando rovesciate nella sua cameretta, un adolescente ribelle che vuole farci sapere che è felice.

E ovviamente vuole venderci i suoi eroi – con l’arroganza di pensare che nessuno li amerà e capirà come lui – così Marcelo Gallardo diventa il nuovo profeta, il River la squadra delle meraviglie, almeno fino a quando non arriva il Flamengo a rovinare l’assolutismo. E allora lui corre in cameretta e torna con la fotografia del calcio primitivo, Néstor Ortigoza, una sorta di Fausto Bertinotti naturalizzato paraguaiano, ah non lo conoscete? Lui è la radice del calcio, e via così tra energia vitale e partite da far impallidire Harry Potter.

Daniele Adani

(MARCO ROSI – LAPRESSE)

Adani è uno da superlativi, ma è colpa sua solo in parte, perché tutto il racconto televisivo di oggi si appella ai superlativi giocando con i vezzeggiativi, e le voci producono solo degli esclamativi che schiacciano la sfumatura, dove spesso la sfumatura fa la differenza.

Adani è votato all’estetica, e ne canta la gloria, invoca la grande bellezza – della giocata – facendo prevalere la parte brasiliana del continente che ama, rispetto a quella argentina e uruguagia, almeno quando c’è da raccontare il campionato italiano, invocando gol a ripetizione e magia, tanta magia in area e fuori.

Ma come a tutti quelli che son con lui, manca Gianni Brera, per carità ormai è divenuto un ricordo lontano, anche lui ha commesso errori, ma aveva il pregio d’essere autentico, non un derivato googlesco, aveva una zolla, dove Adani e i suoi – leggo schiere di giovani adaniani che ne cantano l’ars oratoria, non avendo mai letto Seneca né Brera, ma ci sta, ci sta tutto, dove il tutto è il perduto, ormai – hanno l’emozione. È l’emozione che deve guidarci. L’errore più grande è aver trasformato il racconto del calcio nel mestiere della negatività, nel racconto degli errori dopo un 5-4”.

Daniele Adani

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

In pratica Adani ci chiede – e ovviamente è in maggioranza – di barattare la vittoria per l’emozione d’un attimo, e ci può anche stare, il carpe diem da pizzeria che diventa purea pallonara, e poi paradigma del carpet al punto di perseguitare chi non ci sta, come lo sciagurato Massimiliano Allegri. “Il calcio è una stella cometa, va oltre gli incarichi, i soldi, la visibilità”. Solo che lui non è Zdeněk Zeman, ma una specie di Giuseppe Mazzini verdonesco che fomenta rivolte in nome della bellezza, dimenticando completamente la realtà della zolla, che non ha voluto ri-frequentare quando Roberto Mancini lo chiamò come vice all’Inter, preferendo la tivù.

È lì che stanno le certezze assolute di Adani, che sono quelle da commissario politico sovietico, senza l’ironia di Beppe Viola o l’irriverenza e l’indolenza che aveva El Negro Fontanarrosa. È uno che ci crede troppo, come i maestri di salsa e i direttori di villaggi turistici.

Ha la sua tabella di marcia, le sue frasi motivazionali, i riferimenti, l’energia e così sia. “Il calcio va venerato e rispettato, devi sentirlo. Io mi faccio guidare”. È un calcio bambino / soltanto un po’ latino / un calcio che è speranza / un calcio che è pazienza, come cantava l’ala dribblomaniaca Ivano Fossati.

Marco Ciriello

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Marco Ciriello è nato.

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