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Il Celtic è entrato nel futuro

By 28 Novembre 2019

Una rivoluzione copernicana in pochi anni ha portato il Celtic a cancellare l’etichetta di squadra alla kick and run a favore di un’idea di calcio tatticamente evoluto ed elastico. Una nuova identità, in campo e fuori

 

L’episodio che ha reso celebre il Celtic Glasgow nel passato più recente è stato probabilmente il match contro il Barcellona del 6 novembre 2012. Wanyama e Watt sconfissero il Barcellona di Tito Villanova proprio nel giorno del 125esimo compleanno della società scozzese. Anche Rod Stewart, grande tifoso dei biancoverdi, scoppiò in lacrime in tribuna. Oltre al significato simbolico di quella partita, destarono clamore le incredibili statistiche del Celtic Park, in cui gli Hoops superarono i catalani nel risultato nonostante l’11% di possesso palla. L’11%. Quei dati legarono gli scozzesi alla già attestata etichetta di squadra alla kick and run, il più tipico calcio britannico tanto intenso e rude.

 

Celtic

Charlie Mulgrew, Victor Wanyama e Andres Iniesta nel Celtic-Barcelona del 7 novembre 2012 (Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)

Il Celtic però negli anni si è evoluto, tagliando i ponti con la sua pesante etichetta e compiendo una rivoluzione del suo stile. Dopo quattro anni con Neil Lennon, oggi tornato allenatore, sulla panchina del Celtic Park si sono seduti il norvegese Ronny Deila prima e l’ex Liverpool Brendan Rodgers poi. Deila venne esonerato dopo il secondo anno – nel suo biennio vennero vinti cinque trofei – mentre Rodgers lasciò la squadra a marzo dell’anno scorso per andare in Premier League al Leicester. Gli ultimi due manager del Celtic sono stati scelti con la chiara idea di cambiare l’orientamento aziendale del club, selezionati soprattutto con la volontà di costruire una nuova identità sul campo.

Il primo anno di Deila non andò bene, e più in generale, l’intero biennio può essere definito deludente sotto l’aspetto dei risultati, con due mancate qualificazioni alla Champions League e una clamorosa eliminazione dalla Scottish Cup (opera dei Rangers). Cambiato il norvegese, la società ha investito su un allenatore preparato e internazionale come Brendan Rodgers, che nel 2014 sfiorò la vittoria della Premier League con il Liverpool. È stato con l’allenatore gallese che il Celtic ha cambiato stile e modus operandi, e sul mercato, per la prima volta dopo l’arrivo di Samaras nel 2008, sono stati acquistati giocatori con nomi importanti. In particolare, Rodgers chiese e ottenne il suo pupillo Kolo Tourè (adesso suo assistant coach al Leicester terzo in Premier League).

L’ex allenatore del Liverpool ha raggiunto sul campo un livello di gioco che in Scozia probabilmente non si era mai visto, portando in un calcio tatticamente molto conservatore elasticità nei moduli e nelle posizioni giocatori. In pratica, la rivoluzione copernicana attuata da Rodgers e voluta dal club ha ridimensionato l’icona del Celtic, operando un passaggio da una visione atrofizzata sui fasti del passato e sull’esclusivo mito del clima del Celtic Park verso l’idea di un club molto più progressista e moderno. In campo ma soprattutto fuori.

Celtic

(Photo by Ian MacNicol/Getty Images)

Prima i giovani

Il fatturato della squadra scozzese è molto inferiore a qualsiasi altro club campione nazionale dei primi tornei d’Europa. Eppure, dopo la prima stagione con Rodgers, il Celtic ha raggiunto una cifra record per il proprio fatturato pari a 101 milioni di sterline. Un traguardo importante che ha spinto la società a aumentare gli investimenti e a perseguire le tracce segnate dal nuovo corso con l’allenatore gallese. E la gestione della squadra, rispetto al management precedente, è cambiata soprattutto nel player trading. Già con Deila ma soprattutto con Rodgers, infatti, il Celtic ha importato nel proprio roster giocatori sia d’esperienza – come Tourè, Scott Sinclair e il portiere Forster – che soprattutto under senza notorietà, creando di fatto una rosa molto giovane (quest’anno età media di 24,68 anni, 23,52 lo scorso).

A questo si lega anche la conseguente possibilità di vendere a prezzi maggiori rispetto all’acquisto gli elementi più attenzionati della squadra, come successo di recente con Moussa Dembélé. Una politica che ha portato, in cinque anni, all’incasso di 65 milioni per quattro giocatori under 23 più il ventiquattrenne Van Dijk, acquistato dal Groeningen nel 2013 per 8 milioni e rivenduto al Southampton per 14,5 milioni.

Celtic

(Photo by Mark Runnacles/Getty Images)

In questo senso la cifra più sostanziosa è arrivata dalla recente vendita del terzino Patrick Tierney all’Arsenal, un’operazione di totale plusvalenza dato che il laterale scozzese era cresciuto nell’Academy degli Hoops. Non a caso, in questi ultimi anni, il settore giovanile del Celtic è stato uno dei punti di forza per il miglioramento della rosa, che attualmente conta sei giocatori cresciuti nel proprio vivaio – di cui due, Forrest e McGregor, molto spesso titolari. Il centro sportivo di Lennoxtown ha portato alla prima squadra diverse pedine rivelatesi fondamentali e che, come nel caso esemplare di Tierney, hanno poi condotto a notevoli soddisfazioni economiche.

La politica dei giovani si allarga nel Celtic anche fuori dalla formazione home made, con un attento lavoro di scouting che ha permesso l’ingresso in squadra di talenti non indifferenti. Un’attenta operazione di ricerca che ha portato a scoprire i giovani Van Dijk o il francese Moussa Dembélé, uno dei giocatori chiave delle ultime stagioni dei biancoverdi; arrivato nel 2016, il francese classe 1996 ha segnato in due stagioni 26 gol in 55 presenze: preso dal Fulham a costo zero, è stato rivenduto al Lione per 22 milioni di euro.

Adesso nel panorama biancoverde si stanno mettendo in mostra due giocatori su tutti: il difensore norvegese Kristoffer Ajer, classe 1998, e il centravanti francese Odsonne Edouard, classe 1998, quest’anno 7 gol in 10 partite. Mediaticamente esplosivo è stato l’esordio in prima squadra del sedicenne Karamoko Dembélé, che già nel 2013, a 13 anni, aveva giocato la prima partita con l’under 20 degli Hoops.

Il Celtic da alcune stagioni si avvale inoltre di alcune collaborazioni con importanti squadre straniere, il Manchester City in primis. Con il club di Guardiola gli Hoops hanno un intenso rapporto di prestiti e comproprietà di giovani giocatori, che nella maggior parte dei casi, coprono la tratta da Manchester verso Glasgow. In quattro anni ci sono stati sei giocatori dei Citizens trasferiti al Celtic Park, e anche quest’anno, la partnership è stata mantenuta con l’arrivo in Scozia di Jeremie Frimpong (classe 2000) e Daniel Arzani (classe 1999). In più, tre anni fa, il Celtic ha stretto un rapporto simile con il PSG, che ha prestato ai biancoverdi l’attaccante americano Timothy Weah per sei mesi e, prima ancora, il già citato Edouard, poi riscattato dagli Hoops per 10,3 milioni di euro.

La strategia di puntare su talenti a bassa notorietà per poi migliorarli e ricavarne cifre superiori alla spesa è un disegno non nuovo: l’aspetto in evidenza è che a farlo sia una società che fino a poco fa seguiva un corso dirigenziale totalmente diverso. Le dinamiche del calcio contemporaneo che si estendono non solo sul campo ma soprattutto fuori, oggi, hanno raggiunto pure club di fascia secondari quali il Celtic, cinquantunesimo nel ranking Uefa.

 

Celtic nel mondo

In agosto, il Celtic ha reso noto di aver iscritto un proprio team di eplayers a un torneo mondiale di Call of Duty, il popolare videogioco di guerra. Gli scozzesi sono stato il primo club britannico a investire in un’operazione simile, ampliando la propria squadra di eplayers già impegnata nei vari tornei di videogiochi calcistici. Nonostante possa sembrare un fatto superficiale, questa scelta societaria allarga ulteriormente il marketing dei biancoverdi in giro per il mondo, cercando di esportare il blasone internazionale del club anche verso quei mercati che meno possono entrare in contatto con la realtà scozzese.

Di fatto il Celtic è una delle squadre più famose del mondo grazie ai miti dei Lisbon Lions e alla rivalità politico-religiosa con i Rangers, ma in termini di popolarità di marchio, quello degli Hoops non raggiunge minimamente quello dei top club europei. Eppure la squadra adesso ha assunto un clamore internazionale sempre più crescente proprio grazie alle iniziative attuate sul piano della visibilità. Da tre stagioni il Celtic trascorre la pausa invernale a Dubai, negli Emirati Arabi, e d’estate, come da tradizione, gli Hoops svolgono ritiro e cicli di amichevoli in tutta Europa; nel 2016 la squadra ha preso parte anche alla ICC Cup, sfidando Leicester, Barcellona e Inter.

Dunque il marchio Celtic si è espanso anche partecipando agli appuntamenti più esclusivi, consapevoli sempre che in ogni caso, per raggiungere il massimo della popolarità, bisogna partecipare alla Champions League. Ma ai ritiri negli Emirati e alle amichevoli sono seguite altre operazioni che la società ha scelto per pubblicizzarsi. Una di queste è stata la partnership con la Konami per l’edizione 2019 di Pes, un accordo sui diritti d’immagine che vede gli Hoops vicino a altri top club quali Liverpool, Barcellona, Borussia Dortmund e Juventus. Inoltre, in ambito di progressi, il Celtic ha contrattualizzato come professioniste le calciatrici femminili – Celtic FC Women -, diventando la prima squadra femminile professionista in Scozia.

Celtic

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Di recente gli scozzesi hanno battuto la Lazio nel terzo turno di Europa League e si sono conquistati il primo posto nel gruppo E del torneo. In campionato sono primi a parità di punteggio con i Rangers e dopo cinque anni sono tornati ad essere allenati da Neil Lennon, ex giocatore del club e autore del “miracolo Champions” nel 2013 – gli Hoops batterono il Barcellona e superarono il girone, arrendendosi agli ottavi alla Juventus. Ancora oggi, lo celebrano sul loro profilo Instagram. Come fanno tutti.

Riccardo Belardinelli

About Riccardo Belardinelli

Marchigiano classe 1996, laureato in Lettere Moderne, vive a Milano. Ha scritto per "La Gazzetta dello Sport" ed è stato caporedattore a Numero-Diez.it. Segue il calcio britannico in ogni sua declinazione.

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