Feed

Cosa resterà della Juventus di Massimiliano Allegri

By 30 Aprile 2019
Cosa resterà della Juventus di Massimiliano Allegri

Il tecnico pone l’accento sui titoli conquistati ma va in sofferenza quando gli viene fatto notare il gioco non entusiasmante di una squadra che pensa a vincere più che a stupire

Se si approfondisce il calcio – dice Massimiliano Allegri – si scopre che è molto semplice. Volendo parafrasare la massima calcistica di Gary Lineker, che è l’Andreotti del pallone: «Il calcio è un gioco che si fa in undici, e alla fine vince la Germania», potremmo dire: «Il calcio è un gioco che si fa in undici, e alla fine, in Italia, vince la Juventus». Ma, a fare due conti, che cosa resta? Di otto scudetti consecutivi, oltre la possibilità di dire a un interlocutore che hai vinto e per questo hai ragione? Beh, se hai un gioco, quindi una lingua, allora hai un mondo, se non hai un gioco e quindi non hai lingua, resti muto, anche se sei in compagnia dei tuoi record e delle tue vittorie.

È tutto così semplice? No. Bisognerebbe spacchettare questi anni di vittorie juventine – solo in Italia, all’estero hanno sempre cozzato contro squadre con un gioco che li ha travolti – tra quelle contiane e quelle allegriane. Quelle di Antonio Conte avevano un metodo e un gioco che poi ha quasi funzionato in Nazionale e funzionato per una stagione e mezza in Premier League, anche se era stato al limite del disastroso in Champions League. Quelle di Massimiliano Allegri risultano vincenti solo in Italia (anche se le partite migliori si sono viste in Champions League anche per merito degli avversari: molta intensità, tanto ritmo, quasi una maschera da orgia kubrickiana-Eyes Wide Shut) e sembrano avere un metodo ma non un gioco, che poi è il punto che lo fa arrabbiare ogni anno, sul finire del campionato, quando Lele Adani gli presenta il conto delle vittorie senza stupore.

Foto: Getty Images.

Allegri – fin dalla lingua che usa – sembra essere più un manager che un allenatore, nel senso più ampio del termine, perché è un grande gestore di risorse umane, un costruttore di specchi capace di ingabbiare gran parte dei suoi avversari, ma – ed è questo il suo limite – nemmeno in una partita come quella contro l’Inter dell’altra sera sembra essere disposto ad aprirsi e giocare, ecco scommettere su un 4-3-3, stupire tutti e poi sì, arrabbiarsi. Invece no, l’Allegri è concentratissimo su se stesso, sembra essere un personaggio triste di Paolo Virzì, uno che vince e rivince – sempre e solo in Italia – e poi s’arrabbia pure, portando in conferenza stampa la sofferenza psichica che gli provocano quelli come Maurizio Sarri o prima Arrigo Sacchi per arrivare infine a Lele Adani passando per i nipotini di Cruyff dell’Ajax.

Mentre Antonio Conte si è messo in salvo dai tormenti di SkySport (che poi tormenti non sono) il “povero” Allegri sente il peso del suo non gioco, non vede riconosciuti i meriti delle sue – italianissime – vittorie, ma non fa nulla per uscire da questa marcatura “intellettuale”, anzi, per buona parte dell’anno se ne compiace, e poi arrivato al gran finale, con la solita conta dei punti di distacco, comincia una sorta di recriminazione dove chiede il riconoscimento dei propri meriti puntellando il suo discorso con le vittorie. Ed è curioso perché le sue sconfitte non creano urst (unresolved sexual tension), quello che a cinema è un amore impossibile, tipo: Leon e la ragazzina, nel film di Luc Besson. A Hollywood con queste cose ci campano, a Torino ci litigano con Adani.

Per dire quello che succede all’Atletico Madrid o in precedenza è successo con la nazionale Olandese, perché perd(e)/ono male, e poi se ne lamenta/no (vedi Ajax), non avendo gioco non ha/nno lingua e senza lingua non c’è narrazione. Ma si sa la Champions è «bella e bastarda». E per tutto il resto c’è il campionato. Ma il punto è che la somma delle vittorie non elude la noia di vedere giocare la Juventus, il riconoscerle il merito quest’anno di aver vinto con meno influenze psicologiche non la libera dal fatto che negli ultimi anni – tolte le partite con le due squadre di Madrid – chi l’ha vista giocare c’ha trovato poco o niente nelle sue partite del campionato italiano, sprazzi d’apprezzabilità in quelle di Champions League.

Cosa resterà della Juventus di Massimiliano Allegri

Foto: Getty Images.

L’impressione che si ha è che anche la dirigenza insegua la vittoria come unico riscatto, l’accumulo come unica strategia, perché è il solo modo per scavalcare il passato, soltanto il record può cancellare come si arriva al record, soltanto il numero di partite vinte può cancellare il modo con cui si conseguono quelle vittorie, in uno scarto dei nipotini di Agnelli – con la loro squadra – rispetto alla Juventus del passato, sapendo bene che tutto quello di italiano e che ha a che fare con risorse umane rimaste in Italia – fra non molto – sarà solo bianconero.

Dove un tempo la squadra era strumento per governare e accontentare le masse – gli stessi operai che manifestavano contro Agnelli in fabbrica, erano quelli che tifavano Juve la domenica – che stava nella dinamica tra operai e padrone, ora non solo rischia di essere l’ultima protesi che lega la famiglia all’Italia, ma è divenuta una vera e propria fabbrica, per questo le parole e l’accumulo a fine anno sono solo espressioni di successo e non di idee, di bilanci – che poi non sono così rosei – e non di giocate e bellezza.

Si è perso il gioco inseguendo il primato. Andrea Agnelli – che corre a lodare l’Ajax, quindi un mondo con un linguaggio che prescinde dalla vittoria, sapendo che si sta aprendo una voragine tra la sua squadra e le aspettative dei tifosi – è lo stesso che invoca un campionato tra ricchi e che conteggia anche gli scudetti di Calciopoli, in una voracità che ricorda più il Mastro-don Gesualdo di Giovanni Verga che il (suo) zio/patriarca/mito Giovanni Agnelli. E questa voracità la si respira in ogni giustificazione di Allegri, ed è tra le grandi cause dell’abbandono di Antonio Conte, uno di famiglia, prontamente cancellato come un Trotsky. E, Allegri che parla di vittorie e fatturati, invece che di gioco, fa l’elogio del vincere vincendo, accarezza l’ego di Andrea Agnelli, a differenza della complicanza, d’hidalguìa dolente, di cui era portatore Heriberto Herrera: ogni volta che parlava e diceva ‘Giuve’ o peggio ‘Giuventus’ generava un fastidiosissimo tic nervoso all’occhio sinistro dell’Avvocato Agnelli, che vedeva nel ‘ginnasiarca’ paraguaiano un comico storpiatore del nome della squadra oltre che un pericoloso riduttore dell’aristocrazia calcistica di cui si sentiva portatore: «Siamo diventati una squadra socialdemocratica».

Cosa resterà della Juventus di Massimiliano Allegri

Foto: Getty Images.

Gli otto scudetti consecutivi sono un record non riuscito nemmeno al Milan di Silvio Berlusconi, che a differenza della dirigenza Juve, si era prima preoccupato di darsi un linguaggio e quindi un gioco e poi di vincere, aveva/no una ossessione (di vittorie) priva di voracità, un paradosso, pensando a Berlusconi e alla sua storia, la tranquillità di sconfitta concessa è documentata nell’autobiografia di Arrigo Sacchi.

Berlusconi col suo Milan non voleva solo vincere, voleva soprattutto stupire. Agnelli e la sua Juventus vogliono solo vincere. Legittimo. Per questo Allegri è perfetto, un generale che conta i cannoni, che dispone più sentinelle a difesa del fortino che uomini da mandare in avanscoperta, uno capace di cambiare tante formazioni, bravissimo nei cambi, oltre-bravo nelle letture di ripiego rispetto al gioco degli altri, appunto, un costruttore di specchi, che a meno d’essere costretto, non attacca mai. Lui non crede negli schemi, ma solo negli episodi.

Per suo (torna)conto la Juventus pratica una intimidazione economica ultraliberista nel calciomercato – soprattutto italiano –, per lui acquista Cristiano Ronaldo che in un momento di insubordinazione nella partita contro il Napoli urla ai suoi di andare all’attacco, finendo comicamente per sembrare “un uomo contro”, capendo – forse per la prima volta – che tutta la grandezza acquisita al Real Madrid, lo sperpero di giocate, alla Juventus è risparmio, controllo, una mentalità molto industriale. Che nulla vada perduto. Poi tutto è passato o quasi. Ma rimane la presa di coscienza. E rimane soprattutto la noia. Però ci sono i record.

Otto anni di vittorie, con i tanti cantori di queste. Eppure, dal basso, e dalle curve, comincia a salire un malessere, si comincia a sentire il tedio di una ripetitività che ha le dinamiche del porno. Anche quello è molto semplice come il calcio di Allegri. Qualche anno fa, Martin Amis, scrittore inglese, fece un viaggio nel mondo del porno, (Pornoland, in “L’attrito del tempo”, Einaudi) e appena arrivò a casa di John Stagliano, il creatore di Buttman, venne investito da una massima: «La f*** è una presa per il culo». Per spiegargli che la nuova frontiera si stava spostando verso l’anal: «Con il sesso vaginale, spiega Stagliano, in pratica quello che vedi è una ragazza che cinguetta. E a questo punto il vero intenditore (piegato in avanti sulla sua sedia) si chiede: ma è tutto vero? O è solo una presa per il culo? Invece nell’anal l’attrice deve prodursi in versi differenti: più gutturali, più animaleschi. Per citare le parole alquanto bizzarre ma spiritose di Stagliano: ‘Viene fuori la vera personalità dell’attrice!’ (E infatti è proprio la personalità dell’attrice che gli spettatori del porno vogliono vedere). e continua: ‘C’è bisogno di maschi che siano bravi a scopare e che facciano apparire la donna più… virile’. Virile, naturalmente, significa vigorosa; ma di nuovo Stagliano fa un uso filologicamente corretto della lingua. Le ragazze devono tirare fuori tutto il loro testosterone». Se sostituite f*** con campionato, e anal con Champions League, ecco cosa resterà di questi otto scudetti consecutivi, un esercizio.

Immagine di copertina: LaPresse.

 

Leave a Reply