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Neymar è diventato vittima della sua ambizione

By 2 Settembre 2019

Il brasiliano non è più indispensabile per il Paris Saint Germain, che non l’ha lasciato partire solo per evitare minus valenze, per il Barcellona, che ha intuito che il suo ritorno non valeva il sacrificio di 170 milioni e due o tre giocatori, nemmeno per la Seleção, che senza lui ha vinto una Copa America

Ci ha provato per mesi. Ha strizzato l’occhio alla sua ex, chiamato gli amici che non l’hanno mai dimenticato per provare a far leva su di loro, a un certo punto ha persino ammiccato ai più grandi rivali del club che corteggiava. Sfacciatamente, come sa fare solo lui, tenendo il piede in due o tre staffe, cercando una fuga che non gli è riuscita e finendo per restare intrappolato in una situazione kafkiana. Neymar rimarrà a Parigi, questa ormai è una certezza, il problema semmai è come lo farà. Perché al Parco dei Principi nessuno lo vuole più, si sono stufati di lui i tifosi, che gli dedicano cori e striscioni di insulti, e persino l’allenatore avrà le sue grane a ricompattare uno spogliatoio che non ha mai troppo amato il brasiliano e che ora ha un motivo in più per non farselo andare giù. E Neymar continua a cadere, tradito da un’ambizione che doppia il suo comunque enorme talento, compiendo una parabola impossibile da prevedere solo qualche anno fa.

Nell’estate del 2014 il volto di Neymar era affisso su tutti i muri del Brasile. Il Paese ospitava il Mondiale per la prima volta dopo 64 anni, l’eco del Maracanaço e del gol di Ghiggia risuonava ancora potente per le strade di Rio de Janeiro, e il talento di O Ney sembrava il modo migliore per esorcizzare ogni paura, l’ancora a cui aggrapparsi per evitare di naufragare ancora una volta nelle lacrime della sconfitta. Al Mineirão, l’8 luglio, la maschera di Neymar riempiva gli spalti mentre lui era costretto ad assistere alla semifinale contro la Germania dal letto per colpa di un contrasto con Zuniga nei quarti che gli aveva provocato la frattura trasversale della terza vertebra lombare. Il 7-1 con cui il Brasile consumò il suo secondo grande incubo mondiale non fece che confermare che Neymar era la stella di quella Coppa, facendo pesare la sua assenza forse anche più di quanto non avrebbe fatto la sua presenza.

Sembra passata una vita e invece sono solo cinque anni. Cinque anni in cui è successo un po’ di tutto, compresa un’Olimpiade vinta da protagonista in casa, ma Neymar non è ancora il giocatore che tutti si aspettavano diventasse e forse, a questo punto, non lo sarà mai. La storia, per lui, ha tracciato una strada diversa, fatta di scelte sbagliate e comportamenti fin troppo sopra le righe che rischiano di renderlo un eterno incompiuto.

LaPresse.

Nell’estate del 2014 veniva dalla prima stagione vissuta a Barcellona, un anno di apprendistato alle corte di Messi, concluso con 15 gol in 41 partite. I blaugrana l’avevano acquistato l’anno prima dal Santos, per una cifra che si sarebbe rivelata molto più alta di quella dichiarata, tra commissioni ad agenti e una pesante stecca al papà che sarebbero costate le dimissioni all’allora presidente Sandro Rosell e un’indagine per evasione fiscale al club.

L’arrivo di Neymar a Barcellona fu all’insegna dell’understatement totale. Pur essendo già un giocatore di fama internazionale e all’epoca il giovane più interessante in circolazione, ribadì in continuazione di avere ancora tanto da imparare, di essere andato a giocare col migliore al mondo proprio per questo, di trovarsi a Barcellona per aiutarlo a segnare ancora di più e a vincere altri Palloni d’Oro.

Un reverenza nei confronti di Messi per nulla casuale, forse nemmeno interamente genuina, ma finemente calcolata. Neymar sapeva che non poteva presentarsi a Barcellona come rivale di Messi, l’ambiente non glielo avrebbe permesso e Leo se lo sarebbe mangiato silenziosamente come aveva già fatto con Zlatan Ibrahimovic. Sapeva che la Pulce mal sopporta le personalità forti che pensano di poterne mettere in discussione la leadership a Barcellona e si adeguò alla situazione, scegliendo per se stesso un ruolo da scudiero.

Quell’umiltà costruita ad arte e così lontana dalla sua reale personalità svanì completamente quattro anni più tardi. Dopo aver condotto il Barcellona all’incredibile rimonta agli ottavi di Champions League contro il Paris Saint Germain, Neymar pensò che era arrivato il momento di uscire dall’ombra di Messi e costruirsi una propria legacy da numero 1 al mondo. Scelse il Paris Saint Germain, l’unico club in grado di pagare la clausola di rescissione e il suo ingaggio, ma chiese al club francese di temporeggiare. Se si fosse fermato a Barcellona fino alla fine del mese di luglio, infatti, sarebbe scattato per lui un corposo bonus fedeltà, così il PSG fece partire il bonifico solo il primo giorno di agosto.

Neymar

(Photo by Srdjan Stevanovic/Getty Images)

Quello fu un gesto che nessuno a Barcellona prese bene. Se si poteva accettare che l’ambizione lo portasse lontano dalla Catalogna, diverso era tollerare quella beffa aggiuntiva. Uno strappo che sembrava irrecuperabile, un addio doloroso, un divorzio di quelli in cui vanno di mezzo avvocati e scartoffie. Impossibile pensare di rimettersi insieme, impossibile per tutti ma non per lui, che non fosse stato per il costo proibitivo del suo cartellino, alla fine, si sarebbe preso il perdono di Bartomeu e del club che aveva umiliato e oltraggiato.

Cosa stava spingendo il Barcellona a calpestare la propria dignità e dissanguare le proprie casse per riprendersi un giocatore che l’ha umiliato? La volontà di Lionel Messi, senza dubbio, e una bulimia da calciomercato che cresce di pari passo con i flop in Champions League. Cosa aveva spinto Neymar a rimangiarsi ogni velleità di autonomia per ritornare a fare il co-protagonista? Qui la risposta è più complicata. Le due stagioni a Parigi non sono andate come sperava.

Il PSG ha vinto il campionato ma non ha sfondato in Champions, lui è stato frenato dagli infortuni, ha giocato poco, segnato parecchio, litigato di più con compagni e tifosi. Da subito si è presentato con un fare arrogante diametralmente opposto a quello con cui aveva iniziato l’avventura a Barcellona, ha spaccato equilibri di spogliatoio, affermato il proprio egoismo negando due volte un rigore a Cavani, la seconda in un 8-0 nel quale era già finito sul tabellino con 3 gol e 2 assist, mentre il Matador cercava la rete che gli avrebbe permesso di superare Ibrahimovic il primato di miglior marcatore nella storia del club. Neymar è stato fischiato da un pubblico che non l’ha mai amato, accusato di stupro e di evasione fiscale, si è persino infortunato alla vigilia di una Copa America in cui sperava di poter tornare a parlare sul campo. Nel momento peggiore della sua carriera, ha capito che a Parigi non sarebbe mai diventato più forte di Messi e ha deciso di tornare nel suo cono d’ombra, dove forse il sole brillerà di meno ma si sta molto più al sicuro e non si rischia di bruciarsi.

Neymar

(Photo by Julian Finney/Getty Images).

Ha ragione Paolo Condò quando dice che il suo tentativo di ritorno al Barça è “la certificazione di un fallimento”. Quello del Paris Saint Germain, che due anni fa ha investito 220 milioni su di lui, ma soprattutto la sua. In due anni Neymar ha perso tutto quel credito che era stato in grado di accumulare con un inizio di carriera folgorante e con gli anni di Barcellona. Ha perso credibilità come professionista e la capacità di gestire il suo talento mettendolo al servizio della squadra. Non è mai stato decisivo davvero, forse anche un po’ per sfortune e infortuni, ma nei fatti ha rinunciato a ogni velleità di diventare il numero 1 al mondo. Capendo di non poter sfidare Messi e Cristiano Ronaldo, di non essere in grado di vincere un Oscar da attore protagonista. E allora, non potendo battere Leo, aveva cercato di riunirsi a lui, di tornare comprimario in un cast di star.

Così ha finito per non essere più indispensabile a nessuno. Non al Paris Saint Germain, che non l’ha lasciato partire solo per mere ragioni di minus valenze, non al Barcellona, che a un certo punto ha intuito che il suo ritorno non valeva il sacrificio di 170 milioni e due o tre giocatori di primissimo livello, nemmeno alla Seleção, che senza lui ha vinto una Copa America trascinata dal suo sostituto Everton. E adesso Ney rimane prigioniero di se stesso, dei propri capricci e della propria immaturità. Ostaggio del suo cartellino prima ancora che del Paris Saint Germain, costretto a vivere in un ambiente ostile che dovrà impegnarsi sul serio per perdonargli anche questa. Ah, quanto è lontana l’estate del 2014.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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