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Perché Neymar e Mbappé devono separarsi

By 16 Luglio 2019

Il brasiliano e il francese vivono il calcio come un divertissement. Per far entrare i loro nomi nel dibattito sui più forti di sempre dovrebbero separarsi. Perché lì dove la brama famelica di lasciare il proprio marchio non si annida, la rivalità può essere lo stimolo necessario per superare se stessi e i propri limiti

Quando è arrivata l’ufficialità che Cristiano Ronaldo non avrebbe vinto il Pallone d’Oro – che Lionel Messi fosse fuori dalla lista dei candidati era noto da tempo -, l’abbiamo pensato un po’ tutti: il duopolio che ha egemonizzato il calcio nell’ultima decade comincia a mostrare le prime crepe. A meno di clamorosi colpi di scena, nemmeno la prossima assegnazione del più prestigioso tra i premi individuali li vedrà tra i protagonisti, loro che per dieci anni hanno banchettato nell’Olimpo del pallone alzandone cinque a testa e segnando un’epoca con la loro rivalità. Messi e Ronaldo hanno ancora tanto da dare al calcio, il calcio ha ancora tanto da dare a entrambi, e c’è da scommetterci che faranno di tutto – si stanno già ampiamente prodigando – per dimostrare sul campo di essere ben lontani da una resa. Per quanto non abbiano alcuna intenzione di abdicare, tuttavia, l’età avanza e alle loro spalle c’è qualcuno che corre veloce per raccoglierne l’eredità.

Kylian Mbappé, per esempio, ha già dimostrato di non soffrire il confronto con la storia. La scorsa estate, nemmeno ventenne, l’ha già riscritta. È il giocatore più giovane ad aver segnato in un Mondiale con la maglia della Francia. Dopo Pelé, è il più giovane ad aver realizzato una doppietta nella fase a eliminazione diretta di un campionato del mondo. Torneo che poi ha finito per vincere, da indiscusso protagonista. Per quanto sia utile tradurre questi record come il germoglio di un fuoriclasse epocale, non sono né i gol né il trofeo di miglior giovane del Mondiale che si è inevitabilmente aggiudicato a restituire la convinzione che Mbappé sia destinato a succedere ai più grandi.

La stima più affidabile che abbiamo del futuro di Mbappé si trova in quasi tutti i palloni che gioca durante una partita. È il pensiero, assecondato dalle doti, che ne anticipa la ricezione. È la folgorante sicurezza che ostenta quando ha la palla nei piedi che con quella palla farà qualcosa di importante. Una volontà maniacale di incidere che a quell’età può appartenere solo ai migliori. Un’attitudine, quella voler determinare ogni volta che ne ha la possibilità, che non è spregiudicatezza sbarazzina o slancio giovanile, perché trova concretezza nei numeri spaventosi. Mbappé ha chiuso la stagione con 39 gol e 17 assist in 43 presenze. In Ligue 1, sebbene la competizione tra Psg e il resto delle squadre non esista, ha segnato più volte (33) di quante è sceso in campo (29). Mostruoso.

Neymar Mbappé

Basterebbe tutto questo a conferirgli le stimmate del gigante, visto che parliamo di un ragazzo di appena vent’anni, ma c’è anche tutto il resto. C’è il Time che ha scelto il suo volto da bambinone per la copertina di un numero dedicato ai leader delle nuove generazioni. C’è il Cies (l’osservatorio sul calcio) che poco tempo fa – per quanto il calcolo sia volubile – lo ha messo in cima all’elenco dei giocatori più cari al mondo in questo momento. Insomma Mbappé sembra davvero avere tutti i crismi dell’uomo-simbolo della prossima decade calcistica.

Qualche mese fa, in un’intervista rilasciata a Eurosport, Gigi Buffon ha detto: «Kylian lo conosciamo tutti, ha 19 anni e il mondo nelle sue mani». Poi ha continuato: «Parlo spesso con Neymar. Ha una tecnica, un talento e una classe che probabilmente non avevo mai visto. Gli ho detto: “È incredibile, hai 26 anni e non hai ancora vinto il Pallone d’Oro. Dovresti averlo già vinto anche se ci sono Messi e Cristiano Ronaldo. Non devi aspettare che loro smettano perché sei forte come loro. Nei prossimi cinque anni devi vincerne tre! Tre tu e due Kylian. Hai la possibilità di farlo”».

Per dimostrare a se stesso e al mondo di essere “forte come loro”, due stagioni fa Neymar ha dovuto salutare Barcellona, dove la luce che irradia tutto riflette la maglia numero dieci blaugrana. È andato a Parigi per prendersi il proscenio, la maglia numero dieci, l’occasione di far vedere a tutti di essere “forte come loro”. Non c’è riuscito. Anzi, sembra aver frenato la sua evoluzione, al punto di desiderare il ritorno a Barcellona, dove ha lasciato tanti amici, il ricordo di un triplete, e forse l”dea di poter essere il migliore di tutti. Il campionato francese non lo ha aiutato a elevare il suo gioco e la sua mentalità, al contrario, si è rivelato e continua essere una palestra malsana in vista degli scontri decisivi in Champions League, dove prendere palla all’altezza del centrocampo e aspettare gli avversari per fargli un tunnel di suola o un doppio sombrero tornando verso la propria porta è un lusso non esattamente concesso.

Ma la sua mancata escalation non è nemmeno troppo determinata dalla partecipazione a un campionato talmente poco allenante da risultare quasi nocivo, o dall’efficacia intermittente della sua “ginga”, come il primo allenatore di Neymar definì il suo stile ritmico; così come hanno inciso relativamente quella caviglia così fragile e i risultati fallimentari ottenuti con il Psg in Europa o con il Brasile agli ultimi Mondiali. Altri sembrano i fattori che lo tengono ancora distante da “quei due là”. Su tutti due. Il primo ha a che fare con una fragilità mentale che nemmeno l’impressionante autorevolezza tecnica riesce a celare, e che lui stesso ha fatto poco per nascondere: «Non ho imparato ancora a deludere gli altri. Sembro scortese perché non so gestire la frustrazione. Ho fatto fatica ad accettare le critiche, a guardarmi allo specchio e trasformarmi in un uomo nuovo». Nel silenzio della sua grandezza, O’Ney soffre.

Neymar Mbappé

La seconda è il solipsismo effimero di cui è vittima. Neymar è un individualista sfrenato con evidenti tratti di egocentrismo – che si manifestano in tutta la loro forza nelle sceneggiate ridicole delle sue simulazioni -, senza però avere l’ambizione feroce, tipica di chi vede il mondo ruotare intorno a sé. Al suo individualismo manca la componente più virtuosa, quella che permette davvero di elevarsi come singolo. Per dominare il calcio come hanno fatto e continuano a fare Messi e Ronaldo, Neymar sembra potersi aggrappare solo all’età, aspettando la fine del valzer di quei due con lo stesso surplace in cui si adagia prima di saltare un avversario. Oppure deve trovare qualcuno a cui contrapporsi, in grado di spingerlo a superarsi e portarlo dove da solo non sembra poter arrivare.

Mbappé e Neymar giocano insieme, condividono vittorie e sconfitte di squadra, sono molto legati. «Kylian è come un figlio. Fa cose davvero belle, è un grandissimo giocatore. Penso abbia tutte le qualità per diventare uno dei calciatori più importanti di sempre. Io tifo per lui e cercherò di aiutarlo nel modo migliore possibile. Spero di fare per lui quello che Messi ha fatto per me a Barcellona», ha detto O’ Ney. Dal feeling sul campo alle foto insieme sui rispettivi social vien da pensare che siano parole sincere. Entrambi, come suggerisce lo stile che sul campo li caratterizza, hanno una visione del gioco fortemente ludica, vivono il calcio principalmente come un divertissement. Un approccio magnifico perché coglie l’essenza del gioco, ma che alla lunga, per chi ha grandi obiettivi personali, può rivelarsi un limite.

L’espressione naturale del talento, la leggerezza del genio, salvo alcuni casi, non hanno mai forgiato uomini capaci di lasciare con continuità un segno indelebile nella storia dello sport. Molti tra i più grandi sportivi di sempre hanno vissuto una carriera costantemente scandita dal conflitto e dal piacere dell’ossessione per il gioco, che spesso li ha condotti ad essere divorati dall’ambizione. In assenza di questo spirito, per immaginare Neymar e Mbappé come nuova legacy calcistica degna di quella di Ronaldo e Messi, capaci di entrare nel dibattito sui più forti di ogni epoca, la cosa migliore sarebbe vederli separati. Lì dove la brama famelica di lasciare il proprio marchio non si annida, la rivalità può essere lo stimolo necessario per superare se stessi e i propri limiti. Per fare qualcosa di veramente grande.

Messi e Ronaldo, per quanto la narrazione mediatica del loro dualismo sia stata spesso e volentieri enfatizzata e inzuppata di epica, si sono alimentati a vicenda per dieci anni. Si sono spinti dove senza l’altro sarebbe stato impossibile spingersi. Si sono aiutati e compensati, perché se uno calava toccava all’altro andare al massimo e trascinarselo dietro. Quest’anno, il primo dopo tanti che non li ha visti competere nello stesso campionato, hanno trasferito il loro duello sul campo internazionale. Una sfida a distanza giocata sempre allo stesso modo: al colpo di uno rispondeva l’altro, dopo la tripletta di Ronaldo arrivava la doppietta di Messi. Più che essere migliori “nemici”, sono sempre stati preziosi alleati, perché entrambi, senza l’altro, non sarebbero quello che sono. Qualche tempo fa, Ronaldo, in una intervista alla ESPN, parlava così: «Lottiamo tra di noi, con Messi. È ciò che mi dà la motivazione per essere il migliore anno dopo anno. I migliori seguono sempre i migliori». Messi, più asciutto, così: «E stata una rivalità molto sana, in cui entrambi volevamo migliorare noi stessi. Ed è stato buono per gli spettatori».

Neymar e Mbappè hanno background molto simili: il primo nato a Mogi das Cruzes, sobborgo ai margini orientali di San Paolo, stando attento a non pestare i piedi degli otto familiari con cui condivideva la casa. Il secondo originario di Bondy, cittadella alla periferia di Parigi. E anche sul campo si somigliano molto, per lo stile, il fisico, e l’approccio al gioco. Non si tratterebbe, dunque, di una rivalità connotata dalla netta opposizione, estetica e meccanica, come quella che ha curiosamente segnato i grandi duelli dello sport (Borg/McEnroe, Lauda/Hunt, Federer/Nadal, Messi/Ronaldo), ma potrà essere una rivalità utile. Leonardo, da poco tornato a Parigi nel ruolo di ds, ha recentemente dichiarato di poter fare a meno di Neymar, aprendo alla sua cessione. Sarebbe un bene per tutti: per Neymar, per Mbappé, per il calcio.

Foto: Getty Images.
Immagine di copertina: LaPresse. 

 

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