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Lionel Messi al contrario

By 1 Luglio 2019
Lionel Messi argentina

Nelle ultime grandi competizioni internazionali la Pulce ha sempre trovato gol e buone prestazioni nelle fasi iniziali, senza trovare acuti nelle partite più difficili. In questa Copa America, invece, non ha ancora iniziato a brillare. A 32 anni è arrivato il momento di compiere il proprio destino e rovesciare la storia.

Il Mineirão dorme placido le sue ultime ore di riposo mentre i tifosi argentini cantano “Brasil decime que se siente”. Di nuovo, come cinque anni fa. Sembra di rivivere la storia di un Mondiale che finì male per Lionel Messi e malissimo per i brasiliani, che nello stadio di Belo Horizonte vissero il remake del dramma del Maracanaço. Per Leo, invece, fu la prima di tre finali perse di fila che avrebbero messo in discussione la sua continuità con la maglia dell’Argentina. Prima ancora di compiere 30 anni, il peso di quella maglia e di una profezia che non si avvera, sembravano dover schiacciare la Pulce.

Se guardiamo alla storia di Messi con la maglia dell’Albiceleste, pur sforzandoci di isolarci dagli stereotipi e dalle accuse del suo stesso popolo che gli rimprovera uno scarso attaccamento alla nazione che ha lasciato troppo presto, c’è una cosa che salta immediatamente all’occhio. In quegli anni in cui l’Argentina è stata realmente vicina a conquistare prima un Mondiale e poi due Coppe America, Leo è stato protagonista e trascinatore, ma lo ha fatto sempre nelle prime fasi del torneo. A Brasile 2014, per esempio, segnò 4 gol in tre partite del girone e poi lì si fermò. In Cile, l’anno dopo, ne segnò solo uno, su rigore, col Paraguay, ancora una volta nel girone, fu eletto miglior giocatore del torneo come al Mondiale ma si rifiutò di ritirare il premio. Nella Copa America Centenario del 2016 ne fece 3 nel girone, tutti contro Panama, uno ai quarti col Venezuela, uno in semifinale con gli Stati Uniti. In nessun caso, Messi ha mai segnato in finale, come peraltro il resto dei suoi compagni: zero gol con la Germania e due volte zero col Cile, una sconfitta di misura ai supplementari e due ai rigori.

Il 2016 è forse l’anno in cui la maledizione di Messi è apparsa più evidente. Più che al Mondiale del 2014, più che nella Copa America del 2015, quando furono soprattutto gli errori sotto porta dei compagni a costargli il primo trofeo con la nazionale maggiore. Dopo aver segnato 5 gol in 4 partite, Leo si presentava alla finale tirato a lucido, ma in qualche modo si inceppò anche lì davanti al Cile. Saranno stati i fantasmi dei due anni precedenti, la tensione, la paura di non farcela, ma la partita si concluse con una sconfitta ai calci di rigore su cui pesò anche un suo tiro sbagliato. Mentre i giocatori del Cile esultavano per il secondo anno di fila, la Pulce poggiò la testa alla panchina. Nella sua mente scorrevano le immagini di tre finali perse, le parole pronunciate dai suoi connazionali, le speranze ancora una volta disattese. Poi scoppiò a piangere, andò davanti ai microfoni e disse che quella era stata la sua ultima partita con l’Argentina.

Avrebbe cambiato idea dopo un colloquio con Bauza, ma il treno migliore era già passato. L’Albiceleste, da quel momento in poi, è entrata in una crisi di talento e identità da cui non è ancora uscita, ha centrato la qualificazione a Russia 2018 solo grazie a una tripletta di Leo con l’Ecuador, sempre grazie a un gol di Leo ha superato il girone ma poi ha mostrato tutte le sue fragilità con la Francia. Poi Leo si è preso un’altra pausa, che a conti fatti non ha ancora interrotto. Sì, perché anche se è tornato a giocare con la nazionale, non è che in questa prima fase di Copa America abbia lasciato il segno.

Al di là del gol segnato su rigore contro il Paraguay, Messi non è stato il leader tecnico a cui eravamo abituati. Nelle prime quattro partite di questa edizione del torneo, non è praticamente mai stato al centro del gioco, ha saltato poco l’uomo, creato poco la superiorità numerica, calciato poco in porta. Non ha nemmeno mai realizzato un assist, specialità della casa. Insomma, ha assunto un ruolo diverso, quasi da giocatore “normale” o quantomeno normalizzato. Non dalla bravura degli avversari ma dalla sua stessa volontà. Il nuovo Leo sembra diverso, sereno, non più ossessionato dall’idea di dover vincere da solo per eguagliare Maradona.

Questa nuova versione di Messi e di un’Argentina in maniera evidente meno dipendente da lui è il frutto di una fase di preparazione in cui Scaloni ha lavorato proprio sulla responsabilizzazione del resto della squadra. Non c’è dubbio che nell’ultimo decennio, da Sudafrica 2010 in poi, tutto abbia ruotato intorno a Messi. Ogni selezionatore, a partire da Maradona, si è preoccupato quasi esclusivamente di mettere la propria stella nelle condizioni di brillare, circondandola dei suoi amici e senza mai sviluppare un piano alternativo del gioco che non prevedesse il passaggio dai piedi e dal cervello della Pulce.

Lionel Messi Argentina

Questo ha portato, nel corso degli anni, a una progressiva deresponsabilizzazione degli altri giocatori, del tutto marginali nel piano di gioco e agli occhi di un’opinione pubblica per cui era Messi l’unico punto di riferimento, nella vittoria come nella sconfitta. Scaloni ha cambiato prospettiva, in parte anche perché è stato costretto a farlo da quei primi mesi senza la Pulce, trovando risposte positive in particolar modo da quei giocatori che con Messi non ci avevano praticamente mai giocato. Gente come Lautaro Martinez e Giovanni Lo Celso ha così avuto modo di crescere senza dover stare sotto la lunga e ingombrante ombra della Pulce, finendo per risultare determinante in questa Copa America.

Messi ha potuto così scaricarsi di buona parte di quel peso che si era portato sulle spalle per un decennio, riposarsi, risparmiare energie. Non è stato costretto a forzare nel girone e i quarti sono andati via lisci senza dover penare troppo. Ora può entrare in azione anche lui, facendo esattamente l’opposto di ciò che ha sempre fatto. Essere decisivo alla fine, dove più conta, può essere l’ultimo passaggio verso la sua definitiva consacrazione. Davanti c’è il Brasile, che porta con sé ricordi amari e dolci. Quello della prima finale persa, nella Copa America del 2007, a Maracaibo. Un 3-0 dove a brillare fu soprattutto la Bestia Julio Baptista. Ma anche quello della tripletta segnata nel 4-3 del 9 giugno 2012, un’amichevole, ammesso che sia mai esistita un’amichevole tra Argentina e Brasile. Ma ciò che è stato finora non conta nulla, va superato per poter scrivere un nuovo capitolo. A 32 anni è arrivato il momento di compiere il proprio destino e rovesciare la storia.

Foto: Getty Images.

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