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Chi è davvero Lionel Messi?

By 9 Maggio 2019
Chi è Lionel Messi

Nel secolo scorso erano le squadre a entrare nella storia, ora sono i calciatori a scriverla. E l’argentino, pur essendo un fenomeno, non è mai riuscito davvero a vincere da solo

Nel calcio marketing degli anni 2000, Lionel Messi è il prodotto perfetto, per quantità e qualità. Ha la bacheca personale piena di record: di gol nel Barcellona, nella Liga e nella nazionale argentina, di trofei (34) di Palloni d’oro (5), di coppe Pichichi per il miglior capocannoniere in Spagna (5). Ha sullo scaffale persino il maggior distacco dal secondo classificato nel Pallone d’Oro, Ronaldo, nel 2009, con più di 200 preferenze tra lui e il portoghese. L’ideale calciatore brand, more than team, amato dal mondo intero e venduto a ogni latitudine.

Se nel secolo scorso erano le squadre e le loro epopee ad entrare nella storia, ora sono i campioni a firmarla, indipendentemente dalle società in cui giocano, pur essendone delle bandiere. E forse il cambiamento avviene proprio con l’idolo, o forse l’ossessione di Messi, Diego Armando Maradona, talmente forte e capace di miracoli tecnici e sportivi, da diventare più importante delle formazioni in cui ha giocato, dal Napoli all’Argentina. Nella strategia di marketing del ragazzo di Rosario c’è stato anche questo: la fissazione per la competizione personale con il campionissimo, che lo ha portato a replicare vari suoi gol in condizioni di sicurezza (le reti di Dieguito in Argentina-Inghilterra del mondiale 1986 lui le ha rifatte in Barcellona-Espanyol, quella di mano, e contro il Getafe in Coppa del Re, quella della serpentina a tutto campo, entrambe nel 2007: non proprio la stessa tensione e importanza).

Un giocatore simbolo, un atleta straordinario, una storia commovente: malato, il Barcellona gli pagò le cure per sconfiggere l’ipopituitarismo (deficienza di secrezione della somatropina, l’ormone della crescita) permettendogli quindi di proseguire la sua maturazione fisica normalmente, attraverso iniezioni di sostanze dopanti, autorizzate ovviamente, per tutta l’adolescenza. Un fenomeno, senza dubbio, per il controllo della palla quasi innaturale (“mai visto nulla del genere” disse lo stesso Maradona), per la capacità che ha di usare ogni centimetro del suo piede sinistro, dall’interno per gli assist all’esterno punta per i gol da falso nueve, potente e tecnico, veloce e stilisticamente perfetto quanto l’altro era a volte sgraziato, sconvolgente per l’incredibile consapevolezza tecnica e tattica nel e del campo, che gli consente, dal ruolo di regista in poi di poter coprire qualsiasi ruolo.

E in fondo, che sia il miglior giocatore della storia del calcio lo confermerebbe uno come Jorge Valdano, che disse “Messi è Maradona tutti i giorni” (nel 2013, se non erro, anche se ricordo un tweet simile del maestro Paolo Condò l’anno prima). Valdano, raffinato artista del pallone, borghese e intellettuale, che con Dieguito ci ha giocato e che nel 1986 ne ha anche beneficiato del suo talento, ma che per estrazione sociale e stile di vita lo ha sempre mal sopportato el Diez. Certo Pelé, di Messi ha detto che “sa fare solo una cosa”, e Diego, che pure l’ha magnificato e nel 2010 ha puntato su di lui per il suo sogno mondiale da allenatore, ha ricordato “che non può essere un leader uno che prima di una partita importante va in bagno 20 volte”.

Forse, semplicemente, hanno ragione tutti e tre.

Sì, Messi è Maradona tutti i giorni. Tranne in quelli importanti.

Se si esclude un’Olimpiade e un mondiale Under 20, con la nazionale non ha vinto nulla, al Barcellona gli è andata decisamente meglio ma dal 2015, anche lì, in Europa non vince più. E si fa fatica a ricordare una competizione vinta da solo, come succedeva a Dieguito che il primo scudetto del Napoli e i mondiali in cui arrivò primo e secondo (ma persino quello del 1994), riuscì a marchiarli a fuoco con le sue prestazioni. E il doppio confronto recente col Liverpool ci dice tutto di questo ragazzo: doppietta all’andata, scorribande straordinarie e poi la faccia sprezzante al momento degli errori di Dembelé.

Chi è davvero Lionel Messi

Al ritorno un paio di ottime occasioni consegnate ai compagni, due tiri pericolosi – ma troppo accademici, per uno come lui – e lo sguardo vitreo durante la spaventosa rimonta. Perché Messi è Maradona tutti i giorni, ma troppo spesso in quelli in cui si gioca con Espanyol e Getafe (quelle partite in cui Diego regalava assist perché segnare rischiava d’essere troppo facile). E se Pelé è stato ingeneroso – non è vero che sa fare una cosa sola, è vero che è piuttosto ripetitivo nelle sue funamboliche acrobazie col pallone -, Dieguito stesso ha sottolineato che il nostro, nei momenti cruciali, viene paralizzato dalla paura, trovandosi a giocare competizioni internazionali con la sua nazionale in cui non riesce neanche a segnare. L’esatto contrario del suo idolo, che si esaltava nei momenti difficili, di fronte alle imprese impossibili.

Eppure, forse, la motivazione tecnica e tattica dell’inferiorità di Messi (rispetto alla sua enorme reputazione) va cercata negli ultimi 4 anni di astinenza di vittorie fuori dai confini spagnoli. Già, perché se Maradona vinceva con Romano e Crippa, De Napoli e Sola, il nostro ha dominato il mondo con i blaugrana catalani di Xavi e Iniesta. Due che da soli, con la Spagna, hanno dominato in Europa e nel mondo – con un undici non più forte della corazzata argentina, nei singoli – anche senza Messi. Ma a Lionel, il contrario non è successo. Anzi, quando i due lo hanno abbandonato, lui ha smesso di vincere fuori dalla Liga e con l’Albiceleste ha fallito così tanto da esserne persino fuggito, per un periodo. Xavi se ne andò dopo la quarta Champions League, conquistata contro la Juventus di Pirlo, Pogba, Vidal, Tevez e Morata, Iniesta nel 2018.

Negli ultimi cinque anni, al primo giugno, avrà fatto più finali di Champions Llorente di Messi, che ha subito l’onta di due rimonte sportivamente tragiche contro la Roma, nel 2018, e il Liverpool. Crolli psicologici personali e collettivi, come fu lo 0-4 contro la Germania nel mondiale 2010. Quei black-out di Lionel passano per quel ragazzo che fin da piccolo è stato programmato per vincere e stupire, che ha mandato a memoria un sistema di gioco e un modo di stare in campo e che dietro di sé ha avuto sempre il meglio, non dovendosi mai adattare ad allenatori o compagni sgraditi, regolarmente fatti fuori (dal Tata Martino a Ibrahimovic, e il sospetto che Luis Enrique se ne sia andato prima di essere defenestrato dalla Pulce è grosso).

Uno come Wayne Rooney, al primo triplette blaugrana, assistette dalla posizione scomoda e privilegiata di sparring partner in finale di Champions League. A precisa domanda, disse “è vero, nel Barcellona gioca il calciatore più forte del mondo: Iniesta”. Ora di quel centrocampo delle meraviglie è rimasto solo il fabbro Busquets, meraviglioso artigiano della palla e della caviglia avversaria, ma anch’egli orfano dei due genietti.

Chi è Lionel Messi

Ecco perché Lionel Messi è un campione straordinario, un esteta della giocata, un grande funambolo ma non sarà mai il giocatore più forte della storia e probabilmente neanche della sua epoca. Perché a vincere da solo non ci è mai riuscito, a cambiare, invertire il destino, se non il proprio, non è mai stato capace (forse neanche Ronaldo, che senza Modric non è mai stato lo stesso, se è vero che l’Europeo del Portogallo porta la firma del carenate Eder e lo ha visto vivacchiare e per ora con la Juventus non ha vinto in Europa). È vero, tutti coloro che hanno giocato con entrambi, dicono che l’argentino è il migliore. E palla al piede lo è: per controllo, creatività, visione. Calato in uno sport di squadra, però, ha limiti caratteriali enormi e un’incapacità di invertire la tendenza di una partita sconcertante. Forse per questo CR7 non ha avuto paura di andare altrove a provare a vincere, mentre lui non si sogna di andar via da Barcellona.

Messi se non è il migliore in campo, è quasi sempre il peggiore. Spegne la luce, laddove Diego magari 5 minuti di magia li trovava (ricordate l’Udinese-Napoli 2-2 in cui gioca malissimo per poi fare un gol e un assist nel recupero?). La pulce di Rosario, inoltre, non ha la capacità di D10S (ma anche, per citare il migliore della sua epoca, di Modric) di trovarsi una posizione altra e alternativa per incidere sulla partita quando marcature e tattica lo asfissiano, quando rischia di andare in crisi. Basta pensare alla finale mondiale messicana Argentina-Germania.

Il ragazzo di Lanus viene letteralmente marcato a uomo da Matthäus, fa fatica anche a respirare. Quando dal 2-0 i tedeschi arrivano al 2-2, capisce che il sogno sta svanendo, che i suoi rischiano di mollare. E prende una decisione folle e geniale: va a fare il libero, tra Cuciuffo e Brown. Da lì nel finale fa partire un incredibile disimpegno che diventa un poetico lancio per Burruchaga (non Xavi e Iniesta, appunto). Quello della vittoria (il quinto assist in quel mondiale, tanti quanti sono stati i suoi gol). A centrocampo aveva Batista e un altro ragazzo di Lanus, Enrique. In confronto Romano era Liedholm.

Chi è Lionel Messi

Infine Messi domina e condiziona i compagni, quanto Diego li esaltava, li amava. Messi decide le loro sorti: la sua difesa di Coutinho “costringe” Valverde a schierarlo anche da Anfield, probabilmente l’inizio della rovina, di Maradona nessuno ex compagno parla male e non ci ricordiamo di titolari imposti da lui, ma solo di giocatori arrivati dove non si poteva neanche immaginare (la tripletta di Andrea Silenzi nella Supercoppa con la Juventus del 1990 rimarrà nel mito) grazie a lui. Messi esprime disprezzo con la sua mimica dopo l’errore di un compagno, Maradona ha sempre sorriso a chi sbagliava, consolandolo (Stoccarda-Napoli, Maradona abbraccia De Napoli piangente dopo un autogol dicendogli “sei il più forte del mondo”).

Neymar scappa da lui, perché in ombra, Careca rimane pur essendo in quel momento, con Van Basten, il giocatore più forte del mondo dopo l’argentino. Perché il Pibe tra un gol da urlo e un assist al bacio preferiva sempre il secondo. E ancora oggi, su Facebook, se deve parlare di una delle sue partite più belle (Bayern Monaco-Napoli, semifinale di Coppa Uefa nel 1989) esalta le prodezze dell’ex compagno brasiliano, non le sue.

Messi è un testimonial perfetto per il gioco della Playstation Fifa, uno spot eterno per il pallone, il campione assoluto degli highlights. L’uomo dei record. Ma non sarà mai uno di quelli che cambierà la storia. Forse anche perché drogati da lui e Ronaldo non ci siamo resi conto che gli anni 2000 sono gli anni degli allenatori, non dei fuoriclasse. Dei Klopp e dei Guardiola (e pure Pep senza Xavi e Iniesta ha fatto un passo indietro), passando per Mourinho.
Ma questa è un’altra storia.

 

Foto: Getty Images.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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