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Quando Pochettino ha ribaltato il tiki taka di Guardiola

By 17 Aprile 2019

Nel 2009 l’Espanyol ultimo in classifica ha strapazzato il Barça capolista al Camp Nou. Tutto merito della sfrontatezza del suo allenatore

«Mauricio Pochettino non è uno dei migliori allenatori in Premier League. È’ uno dei migliori al mondo». Dal vangelo secondo Josep Guardiola. Senza cadere nel burrone della blasfemia, la storia della loro rivalità sfida le leggi della gravità per elevarsi a ispirazioni quantomeno divine. È la vigilia del loro primo clash inglese. A White Hart Lane il primo weekend di ottobre del 2016 assomiglia più al primo scorcio di primavera. C’è qualcosa di anomalo nell’aria.

Il City capolista scende a Londra con sei vittorie su sei a spalancare il regno british di Pep. Gli Spurs, secondi con 5 vinte e 2 pareggiate a bilancio, vincono 2-0 con autogol di Kolarov e un tocco comodo di Alli davanti a Bravo. Underdogs, sfavoriti, piccoli che rovesciano il tavolo dei grandi, vestito che Pochettino ha sempre portato con eleganza nei suoi tête-à-tête con il catalano. Sempre, e solo, occasioni di gala.

Pochettino Guardiola

L’ultima volta una settimana fa, vittoria per 1-0 (gol di Son) nei quarti di finale di Champions League, così come la prima. Anzi, le prime. Sono le prime due partite tra Mau e Pep che portano in calce la doppia data di nascita “di uno dei migliori allenatori al mondo”. Prima che gli uomini costruiscano la loro storia, con scelte, azioni, idee ed errori, il destino disegna una traiettoria sul calendario puntando una data, un giorno, generando rivalità e stravolgendo l’ordine naturale delle cose.

«Mi hanno nominato allenatore dell’Espanyol martedì mattina. Ho svolto il mio primo allenamento nel pomeriggio. La mattina seguente abbiamo avuto giusto il tempo per una rifinitura. Due sessioni di allenamento in meno di 12 ore». 20 gennaio 2009, i “periquitos” hanno messo assieme tre vittorie. Tre vittorie nelle prime 19 giornate di Liga. Tre. Come gli allenatori stagionali chiamati al capezzale di una squadra sull’orlo della retrocessione dal presidente dell’epoca Daniel Sanchez Llibre.

L’ultimo a cui squilla il cellulare è Mauricio Pochettino, che quella maglia l’ha sudata 266 volte in carriera, recordman straniero per presenze del club. Non uno qualunque. Uno che però non ha ancora allenato nemmeno una squadra di pulcini. Il giorno dopo quella telefonata si gioca il derby d’andata dei quarti di finale di Coppa del Re. Finisce 0-0. La prefazione di un miracolo. «Mi guardavano come se fossi un matto: ho detto di pressare alti e sfidarli uno contro». Senza «Perché senza coraggio non si va da nessuna parte, in campo come nella vita».

Pochettino Guardiola

In questo vaso cresce la pianta dell’allenatore argentino. Dopo 3 punti e una sconfitta in campionato e il ritorno in coppa perso 3-2, il 21 febbraio 2009 l’Espanyol torna al Camp Nou. È la notte in cui i fratellastri di Barcellona rovesciano l’ordine. Tra le due squadre c’è un abisso di 42 punti, prima contro ultima, il Barça senza sconfitte in campionato dall’esordio a Numancia, Eto’o da solo ha segnato più gol dell’intero Espanyol. Davide contro Golia? Banale. Molto di più. «Come combattere King Kong con un cucchiaino da tè» ridacchiano tifosi e giornalisti, gli stessi che la mattina dopo, vedi AS, titolano: «Dio è periquito». Un “cocorito”, soprannome dei biancoblu.

Finisce 1-2. Il miracolo è servito, l’ultraterreno usato come paravento per mascherare la realtà di un’impresa impossibile. Anche, e soprattutto, alla luce dei sei titoli che il Barcellona riuscirà a lucidare sulla Rambla nell’anno solare 2009. Oltre al coraggio c’è di più, parafrasando quella canzonetta. Nessun pullman parcheggiato davanti alla voglia di Messi, Henry ed Eto’o di portarsi a casa il derby e di affondare i cugini accolti nel riscaldamento al grido di “A Segunda, Oé”, chiara speranza di retrocessione.

Senza Iniesta, con Xavi e Yaya Touré c’è Seydou Keita (poi espulso al 38’ del primo tempo) nel centrocampo di Guardiola. Pochettino scrive tre cose sulla lavagna: lo stesso pressing altissimo della Coppa del Re, mai permettere a Piqué e Rafa Marquez di iniziare l’azione portando palla nei piedi dei mediani e in fase di possesso evitare che scattasse la “regola dei sei secondi”, entro i quali partivano le ronde del recupero palla targato Pep.

«Contavamo: ‘uno, due, tre, quattro’ per cercare in tempo di mettere il pallone dietro la loro trequarti» racconta Ivan Alonso, unica punta quel giorno nel perfetto, e inusuale quanto sperimentale 4-1-4-1 di Pochettino. Dicevamo, ispirazione divina? Santificano quel derby anche i fedelissimi del “piccolo buddha” Ivan de la Pena, una delle parabole più misteriose, affascinanti e incompiute degli ultimi trent’anni di calcio. Il figliol prodigo non segna da quattro anni: quella sera fa doppietta, il primo di testa (a proposito di miracoli), il secondo guarda caso con un “cucchiaino” su regalo di Natale anticipato di Valdes. Guarda caso proprio l’arma anti King-Kong-Barça.

L’Espanyol torna a casa dal Camp Nou con una vittoria dopo 27 anni e per la prima volta nella storia della Liga l’ultima in classifica passa in casa della prima. Guardiola non usa l’alibi dell’ora di gioco in inferiorità numerica: «Abbiamo fatto pochissimo anche 11 contro 11». La chiave che fa girare la partita, e la storia, nel verso di Pochettino è l’aggressività e la ricerca del tackle che uccidono il Tiki Taka per una notte.

Per la prima volta l’Espanyol non si sveglia all’ultimo posto. Il 36enne di Murphy, provincia di Santa Fe, inizia una tripla, personale scalata. La prima guidando l’Espanyol sulla vetta del decimo posto finale in classifica.

La seconda, per mettere tutti i santi d’accordo, salendo lungo i 12 chilometri di pellegrinaggio sulla strada che porta alla Madonna nera del Montserrat, “la moreneta”, pregando per la salvezza (cosa che fece anche da giocatore nel 2004, riuscendoci). La terza verso l’Olimpo dei più grandi allenatore del calcio contemporaneo. Missione che sta compiendo con merito a sentire Guardiola, e non solo.

Foto: Getty Images

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