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Griezmann è l’acquisto perfetto per il Barcellona

By 15 Luglio 2019
Griezmann Barcellona

Poche cose nel calciomercato hanno senso come il passaggio di Antoine Griezmann al Barcellona. Ed è persino paradossale pensare che un matrimonio calcistico tanto logico abbia dovuto aspettare tanti anni per completarsi. Se fosse nato in Catalogna, le Petit Diable, avrebbe avuto la vita probabilmente molto più semplice. A 11 anni sarebbe entrato alla Masia e avrebbe svolto lì tutto il suo percorso tecnico, mettendo a frutto le sue qualità migliori in un contesto in cui nessuno gli avrebbe mai rimproverato il fisico troppo gracile. E invece non è andata così, Griezmann è nato a Mâcon, al centro della Francia, nemmeno 100 chilometri più a nord di Lione, e per diventare un giocatore professionista ha dovuto lasciare una patria in cui non era stato capace di trovare un solo club che non si lasciasse spaventare da quella sua genetica carenza di centimetri e chili.

Griezmann al Barça appare come la cosa più naturale possibile, anche se avviene con un anno di ritardo e qualcuno in Catalogna non ha ancora digerito il no di un anno fa. Non esiste una questione sull’ambientamento di Grizou nel nuovo contesto tattico, non esisterebbe probabilmente in nessun club, ma men che meno a Barcellona. Semmai dovremmo stupirci di come Griezmann sia stato capace di incidere profondamente per cinque anni in una squadra come l’Atletico Madrid di Simeone, così lontana dal voler semplificare la vita a un finissimo palleggiatore, ma questa è un’altra storia a cui abbiamo già assistito, fatta di 133 gol in 257 partite, una Supercoppa Spagnola, due finali di Champions perse, una di Europa League vinta.

Se ci chiediamo che giocatore sarà nel Barcellona e come si inserirà nel sistema accanto a Messi e Suarez, la risposta è che sappiamo già che giocatore è. Griezmann è tutto, qualsiasi cosa possibile, è una prima punta col fisico da seconda punta, una seconda punta con l’astuzia della prima, rifinitore e finalizzatore, attaccante e centrocampista, persino terzino se serve, incline alle giocate semplici e ai numeri a effetto, fortissimo col sinistro, tutt’altro che disprezzabile col destro, incredibilmente produttivo nel gioco aereo per essere un ragazzo alto 1 metro e 76.

Griezmann ha iniziato a giocare da ala sinistra nella Real Sociedad, in un 4-2-3-1 piuttosto rigido, doveva creare superiorità numerica in avanti e ripiegare in difesa a sostegno del terzino, fornire cross per i compagni e segnare. Il primo gol in carriera l’ha fatto di destro, rientrando da sinistra, ed è già di per sé un piccolo manifesto di completezza. Poi ha iniziato ad alternarsi sulle due fasce con Carlos Vela, spostandosi ogni tanto a destra per sfruttare il piede migliore.

A 19 anni, alla sua prima stagione in prima squadra, è salito in Liga con la Real Sociedad, a 22 l’ha accompagnata in Champions League con 10 gol e 5 assist, a 23 è passato all’Atletico. Non ha mai vinto una Liga, Grizou, e a parte la Supercoppa di Spagna del 2014, ha dovuto aspettare il 2018 per alzare un trofeo. Poi quell’anno ha deciso di esagerare, vincendo Europa League, Mondiale e Supercoppa Europea nel giro di tre mesi, mostrando due volti diversi.

Fino al Mondiale di Russia ci eravamo abituati al Griezmann dell’Atletico, un giocatore di straordinaria elettricità, capace di accendere una partita con un’accelerazione, un tiro da fuori, un’acrobazia. L’unica variabile in un gioco-non gioco ripetitivo e noioso, l’unico piacere estetico concesso da una squadra brutta per scelta. Poteva essere un pesce fuor d’acqua, Grizou nell’Atletico del Cholo, ne è diventato simbolo e perno, tanto che ora non si arrendono a lasciarlo andar via dal Wanda Metropolitano e promettono battaglia legale rifiutando i 120 milioni della clausola già versati dal Barcellona. Dopo il Mondiale abbiamo scoperto un Griezmann diverso, meno vistoso ma se possibile ancora più determinante. Un Griezmann forgiato dalla delusione di un Europeo perso in casa da capocannoniere, consapevole del suo ruolo in una nazionale di talenti scollati, equilibratore in un gruppo caratterizzato da individualismi spietati.

Griezmann si è trasformato. Mentre il popolo di Francia e i media nazionali lo rimproveravano per la ridotta presenza in area di rigore e sotto rete, lui prendeva in mano la squadra e la conduceva verso il Mondiale, facendo da ponte tra centrocampo e attacco, unendo Mbappé e Giroud, arretrando il suo raggio d’azione e diventando regista aggiunto per aiutare una squadra con enormi difficoltà in fase di costruzione. A quel punto avevamo già perso il conto di tutti i Griezmann che avevamo conosciuto: l’esterno di sacrificio e qualità, l’ala, la seconda punta, la prima punta, il rifinitore, il regista. E se ora ci chiediamo che Griezmann vedremo al Barcellona, la risposta è che probabilmente vedremo tutti questi Griezmann, a seconda di ciò che richiederà la partita.

Sarà interessante vedere come si alternerà con Messi tra compiti di costruzione e finalizzazione, al di là di quello che sarà lo schieramento scelto da Valverde. Potrebbe fare la seconda punta in un 4-3-1-2, con la Pulce trequartista e Luis Suarez centravanti, o tornare a fare l’estremo a sinistra in caso di 4-3-3, con Messi sul lato opposto, interpretando il ruolo un po’ come fece David Villa, da centravanti defilato abile a infilarsi negli spazi alle spalle delle difese avversarie. Sarebbe anche l’alternativa più naturale al centro dell’attacco in caso di infortuni o squalifiche del Pistolero. Griezmann è tutto, e tutto sarà anche nel Barcellona.

Se un dubbio c’è, semmai, è legato all’accoglienza di uno spogliatoio che si vocifera non abbia digerito il rifiuto di un anno fa. Lo aspettavano impazienti, sembrava che tutto fosse pronto, ma Grizou non se l’è sentita di voltare le spalle a Simeone dopo un Mondiale, di rinunciare al sogno di una finale di Champions League da giocare in casa, al Wanda Metropolitano. Vallo a spiegare a Messi, che ancora bussa alla porta di Bartomeu ogni giorno ripetendo il nome di Neymar. Poi c’è Suarez, che non ha mai gradito che Grizou si definisse un po’ uruguaiano e battibeccò con lui prima del quarto di finale del Mondiale: «Lui è francese, può apprezzare la nostra cultura ma non sa cosa vuol dire essere uruguaiani». Divergenze che dovranno essere appianate ma che sembrano davvero troppo piccole per poter sabotare un progetto d’attacco decisamente affascinante. A 29 anni, le Petit Diable si è fatto grande, e dopo anni passati a rincorrere gli avversari, vuole vedere cosa si prova a tenere il possesso della palla.

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