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Il Cholismo sopravviverà?

By 24 Maggio 2019

Diego Simeone è chiamato a confermarsi senza alcuni dei suoi uomini più importanti e con un calcio che sembra andare in direzione opposta alla sua

Le due sponde calcistiche di Madrid stanno attraversando un momento simile con stati d’animo diversi. Entrambe reduci da una stagione deludente, le due squadre della capitale si trovano in fase di riprogrammazione. In casa Real il rinnovamento passa attraverso un’azione fredda e pragmatica. La stessa risolutezza con cui è stata condotta la cessione di Ronaldo, leggenda del club salutata senza particolari slanci affettivi. Tutta l’arrogante magnificenza di un club in cui i sentimenti vengono molto dopo i successi, offuscati dallo scintillio di un brand ultraelitario che non ammette cedimenti emotivi. Qui il cambiamento si affronta così, senza indugi: ci si stringe attorno a un tavolo con una penna in mano e il portafoglio nell’altra, e si stila una lista di nomi su cui puntare milioni di quattrini per tornare il prima possibile al successo dopo la peggiore stagione di questo secolo.

In casa Atleti, prima di impostare il futuro, si piange. Le lacrime partono dagli occhi di Godin prima e Juanfran poi, fino a rigare il viso di un intero popolo costretto a separarsi dagli eroi di un ciclo unico per la storia rojiblanca, ma soprattutto da due uomini che hanno rappresentato al meglio il significato più profondo dell’essere colchoneros. Uomini che per anni, con il loro atteggiamento sul campo, hanno incarnato ed elevato tutti i dogmi morali che compongono l’universo Atleti.

Un’identificazione tradotta nel coro con cui il pubblico ha omaggiato il capitano Godin nella sua ultima partita con la maglia dell’Atletico: «Tu eres Atleti, Diego tu eres Atleti», o nelle parole con cui Juanfran sì è accomiatato, colme di gratitudine e senso di appartenenza: «L’Atletico mi ha trasmesso valori forti, mi ha fatto vivere il calcio in un altro modo, sento l’Atletico come se fosse parte di me fin da piccolo. Arrivato da vichingo, vado via da indio».

Due addii dolorosi e forzati, risultato di una discussa politica del club che prevede il rinnovo annuale come unica formula contrattuale per i giocatori che hanno superato i trent’anni. Una linea societaria necessaria e contraddittoria, che si scontra con lo spirito “familiare” che caratterizza l’ambiente, e che porterà ai saluti anche Filipe Luis. Ad aggiungersi a queste separazioni ce n’è una che, forse, è ancora più sofferta perché volontaria e non imposta dalle esigenze di programmazione del club, quella di Antoine Griezmann, l’unico giocatore in grado di ammantare di bellezza la tempra guerresca del tipico combattente colchonero. Colui a cui è stato delegato il compito, assolto egregiamente, di offrire un afflato estetico alla carnale passionalità dell’animo Atleti; di dimostrare come la classe al servizio dell’umiltà possa brillare ancora di più, e che il talento può, e in questo caso deve, coincidere con il sacrificio. L’elevazione artistica di un’identità proletaria.

Tutte partenze che segnano la fine di un’era gloriosa iniziata nel 2011 con l’arrivo di Diego Simeone, e che ha portato alla conquista di otto trofei, due finali di Champions League perse oltre i 90 minuti regolamentari e il raggiungimento di un consolidato status di top club europeo nonostante i problemi finanziari a cui negli anni l’Atletico Madrid ha dovuto fare fronte. Un’era che, più di tutto, è stata segnata dall’affermazione del cholismo, la filosofia su cui si sono eretti tutti questi successi e che ha fortificato i tratti identitari di una squadra e di un popolo, legandoli con un filo bianco e rosso a precisi ideali nei quali rispecchiarsi.

Cholismo sopravviverà

Il sacrificio, la determinazione, la forza del gruppo, l’etica del lavoro, il valore della collettività che sul campo sono stati esaltati da un’organizzazione maniacale e da un’intensità furiosa, fuori dal campo sono stati costantemente infiammati dal topos narrativo del debole che può vincere sul più forte, dalla retorica popolare con cui Simeone contrapponeva lo spirito umile e comunitario dell’Atletico all’opulenza e all’individualismo del luccicante Real. Una filosofia che ha sconfinato il terreno del calcio fino a diventare un modus vivendi, un approccio esistenziale alla vita di tutti i giorni, in cui bisogna conquistarsi tutto con forza e dedizione: «abbiamo trasmesso ciò di cui la gente ha bisogno nella vita quotidiana: l’energia, la sensazione che tutti hanno sempre una possibilità, e la forza per inseguirla», ha detto il Cholo.

Della squadra che Diego Simeone ha trovato al momento del suo insediamento, di quei giocatori a cui è entrato prima nella testa per poi arrivare al cuore e alla gambe, è rimasto solo Koke, unico superstite della genesi e dello sviluppo della rivoluzione cholista. Una rivoluzione che ha fatto leva sull’utopia di mettere l’uomo al centro di tutto, in un momento storico in cui il calcio è stato preso in mano da profeti della tattica. Il Cholo ha modellato la materia dello spirito di ognuno dei suoi giocatori per poi iniettarla nella sua idea di calcio feroce, semplice, e perfettamente strutturata.

La presa e il conseguente successo del suo approccio sono stati possibili grazie al materiale umano che Simeone si è trovato a disposizione e che poi è andato ricercando negli anni in tutte le sessioni di mercato – molte delle quali infelici –, in alcuni casi supportato dalla convinzione di poter intervenire per cambiare l’imprinting di alcuni giocatori e portarli “dalla sua parte”, di trasformarli in colchoneros, come Jackson Martinez, Morata o Lemar, senza tuttavia riuscirci.

Cholismo sopravviverà

E proprio la portata e l’incidenza della dimensione umana nella realizzazione della sua visione calcistica – e non solo -, costringono a interrogarsi sul futuro della sua filosofia, sulla possibilità che il cholismo possa continuare a imporsi. Negli ultimi anni il Cholo ha perso pedine importanti del suo esercito di guerrieri (le metafore militaresche sono ricorrenti nel racconto dell’Atletico Madrid, ma restano quelle che meglio restituiscono l’immagine di un gruppo di individui che vive il campo come un terreno di battaglia e che “dà la vita in ogni partita”): Miranda, Raul Garcia, Mario Suarez, fino a Fernando Torres e soprattutto il capitano Gabi lo scorso anno, ma è riuscito sempre, seppur con qualche intervallo e nonostante non tutti i sostituiti si siano dimostrati all’altezza, a portare avanti la sua utopia e il suo calcio appassionato.

Nessuno di questi (a parte Gabi), però, aveva lo spessore di Godin e Juanfran, i suoi soldati più fedeli, quelli che più di tutti hanno saputo impiantare il seme del cholismo nella squadra facendosi portabandiera dei valori del loro allenatore e trasferendoli a tutti i compagni: «Sono orgoglioso dei calciatori che vanno via perché hanno dato tanto. La cosa più importante che ci lasciano non sono i titoli, ma il rispetto. Nello sport conta molto».

E così come sarà difficile continuare a portare sul campo la sua filosofia senza i suoi principali demiurghi, non sarà facile trovare un sostituto di Griezmann, qualcuno che sappia porsi come riferimento creativo della squadra anteponendo sempre il gruppo a se stesso, che sappia maneggiare con cura ed equilibrio il suo talento per farlo oscillare da arma a cui ricorrere a semplice corredo di un agonismo sfrenato. Gli uomini prima dei giocatori, dunque. Ma non solo. La possibilità che il cholismo sia destinato alla decadenza è avallata da uno stile di gioco che sembra andare in direzione opposta a quella intrapresa dal calcio contemporaneo.

Cholismo sopravviverà

Questa stagione ce lo ha detto in modo perentorio: ce la può fare solo chi propone invece che speculare, chi parte con l’idea di segnare un gol in più degli altri invece che evitare di prenderlo e poi provare a farlo. L’impianto tattico che Simeone ha costruito e consolidato nel tempo è noto, e nonostante abbia apportato delle piccole trasformazioni nel corso degli anni per andare incontro alla caratteristiche di alcuni giocatori, i capisaldi di quella solida struttura sono sempre gli stessi. Una squadra che non ama tenere il pallone e attaccare alti gli avversari, capace in fase difensiva di intasare le zone centrali del campo come nessuno per poi portare la sua furente aggressione sugli esterni e ripartire velocemente per arrivare in porta il prima possibile. Un’impostazione conservativa condita dalla garra che tutti i suoi interpreti mettono nei duelli individuali, improntati perlopiù sulla difesa della propria porta che all’attacco di quella avversaria.

Il calcio è bello perché accoglie tante interpretazioni e consente di vincere in modi diversi, ma i tempi che corrono sembrano suggerire in maniera piuttosto chiara che il ventaglio di proposte possibili si sia notevolmente ridotto, o quantomeno che sia necessario assecondare alcuni princìpi se si vogliono ottenere risultati importanti. La visione del Cholo appariva anacronistica già qualche anno fa, quando le maggiori squadre europee hanno cominciato a puntare tutto sul dominio del pallone e la pressione alta, ma ha sempre dato i suoi frutti perché quella presunta essenzialità rudimentale era resa efficace da un gruppo di uomini che si sentiva in missione per conto del proprio allenatore.

Oggi quella spinta ideale sembra essere meno travolgente, e la partita allo Juventus Stadium che è costata l’eliminazione dalla Champions League nell’edizione in cui la finale si sarebbe giocata in casa, in cui l’Atletico ha bruciato il vantaggio maturato all’andata facendosi rimontare due gol è particolarmente indicativa. È vero, è stata la Champions dei grandi ribaltoni, ma il modo in cui i colchoneros hanno affrontato quella partita è tutto ciò che di più lontano c’è dal loro credo e dalla loro natura, una squadra inerme che si è fatta travolgere senza mai dare l’impressione di avere la forza di combattere con foga su ogni pallone e ogni centimetro, come il cholismo vorrebbe.

Cholismo sopravviverà

Finito il tempo della commozione e dei ringraziamenti, ora anche la Madrid biancorossa dovrà mettersi a tavolino e studiare il nuovo Atletico. Il budget a disposizione non sarà certo quello dei cugini blancos, ma Simeone e la dirigenza non potranno sbagliare le scelte perché il mercato, i giocatori e gli uomini che arriveranno, saranno determinanti per capire se il cholismo può ancora sopravvivere o se la sua meravigliosa utopia è ormai al tramonto.

Foto: Getty Images.

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