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Perché gli over 30 si stanno prendendo la Serie A?

By 23 Settembre 2019

Llorente, Dzeko, Ribery, Kolarov. Tutti giocatori che hanno superato abbondantemente la trentina ma che riescono ancora a essere decisivi, a volte imprescindibili. Una volta top player, non ancora vecchie glorie, l’usato sicuro sta avendo un impatto incredibile sul nostro campionato

Usato sicuro, che passione. Mentre i direttori sportivi dragano i mercati principali e più periferici per trovare giovani fenomeni che producano plusvalenze, la serie A ci dice che sono gli over 30 il segreto del successo. E non solo in Italia, se è vero che il PSG ha umiliato il Real in Champions con Angel Di Maria, 32 anni a febbraio, e che il Napoli ha regolato il Liverpool con Mertens e Llorente, 66 anni in due. Un po’ top player, un po’ vecchie glorie, ecco cosa è rimasto degli anni ’80: nascevano in quella decade gli undici diversamente giovani che si prendono la scena in questo settembre.

Si potrebbe fare una squadra con i vecchietti terribili che hanno dominato e deciso la quarta giornata di questa stagione 2019-2020. Partendo da Gianluigi Buffon, 42 a gennaio. Mentre sugli spalti e sui divani si malignava sul record di presenze imposto nel contratto e si temeva qualche papera, lui non arriva sulla bomba di Veloso, intimorisce Di Carmine dagli 11 metri spingendolo verso il legno e poi negli ultimi minuti salva una partita rognosissima, contro la bestia nera bianconera, quello Juric che non riesce a finire una stagione ma che la Juventus sembra aver capito come si ferma.

Se in questo 11 mettiamo tra i pali il numero 1 di Carrara, come terminale ultimo dell’attacco è impossibile non inserire Cristiano Ronaldo. Il campione di Funchal ne farà 35 a febbraio (sì, a fine primavera si concepiscono i fenomeni), ma, come lui stesso ammette, “è come se fisicamente ne avessi 28”, grazie a un lavoro quotidiano ossessivo (anche in vacanza non rinuncia ad almeno 40 minuti ad altissima intensità), ben raccontato dall’amico Patrice Evra, messo sotto persino in un pranzo tra amici. Contro il Verona una delle peggiori Juventus degli ultimi anni vince solo grazie al suo assist e al solito rigore realizzato con freddezza.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Dietro va messo Aleksandr Kolarov, l’uomo che dopo una partita persa rimane a torso nudo sotto zero per far capire a tutti chi comanda, il difensore che grazie alle sue punizioni segna quanto una seconda punta, l’uomo che fa e disfa le trame giallorosse (a Bologna causa il rigore trasformato da Sansone dopo aver segnato lo 0-1 da 16 metri, con un’inusuale foglia morta, naturalmente potentissima). Tatticamente intelligente, professionista esemplare, può ricoprire tre ruoli nel reparto più precario della Roma, di cui è il capitano morale. Lo rimpiangono ovunque, dalla Lazio al City e solo un carattere poco diplomatico non lo ha fatto arrivare dove meritava. Passerà alla storia per aver redatto il primo teorema di Alekandr il grande, ovvero “I tifosi capiscono poco di calcio e parlano troppo. A loro non devo promettere nulla, al massimo a me stesso e al tecnico”. Tesi, antitesi e sintesi, in un paese e in uno sport in cui ci sono giocatori che ormai hanno dimenticato cosa voglia dire esultare, che trattengono urla e felicità per rispetto a squadre in cui hanno passato anche solo pochi mesi e in cui c’è chi bacia tutte le maglie per cui gioca.

Come Fernando Llorente: nel Napoli ha collezionato una partita da titolare e due scampoli per tre gol totali e un assist. Vicino al coetaneo Ronaldo (ha solo tre settimane in meno del portoghese) non sfigurerebbe con la sua esperienza, l’intelligenza tattica, l’abitudine a fare a sportellate che lo hanno portato due volte a un passo dalla Champions e il piede sorprendentemente fino. Con il rendimento che sta tirando fuori farà ricredere Aurelio De Laurentiis, da sempre scettico verso gli over 30 e i parametri zero troppo maturi. Con lui il Napoli trova il centravanti pesante e pensante, capace di assumersi responsabilità che i più giovani scansano e che tiene alta la squadra combattendo su ogni palla alta, sempre nel posto giusto al momento giusto laddove gli azzurri prima latitavano: sulle ribattute e sulle palle sporche. I suoi due gol a Lecce, il suo Vamos urlato a compagni e pubblica dopo il gol contro il Liverpool, potrebbero essere più importanti di quanto appaiano adesso.

(Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

Un altro fuoriclasse inossidabile dovrebbe trovare posto in questa compagine. Edin Dzeko, che la Roma ha provato a sbolognare negli anni al Chelsea e poi all’Inter, ma è rimasto a Roma, e non per svernare. Ci vuole coraggio e carattere per andare su quella pennellata di Lorenzo Pellegrini con quella decisione, per indovinare corsa e spazi, con la sua lucidità, all’ultimo secondo. E infine per tenere bassi gli entusiasmi nell’immediato post partita per una vittoria strappata in extremis e in 10, perché ormai è da troppo nella Capitale ed è troppo intelligente per non averla capita. Lui che la punizione dello 0-1 l’ha presa con furba esperienza, lui che i giallorossi li ha portati a un passo e mezzo dalla Champions quasi da solo neanche due anni fa.

Volendo mettere in campo un ardito 3-3-4, il poker di attaccanti si dovrebbe chiudere con Francesco Caputo, 32 anni compiuti ad agosto, arrivato troppo tardi nella massima serie per quell’odiosa etichetta di bomber di categoria che ha piegato le ambizioni di calciatori pieni di talento anche in passato (pensate a Stefan Schwoch, per dirne uno). Escludendo un rapporto con i rigori piuttosto tormentato, ha un fiuto del gol straordinario, naturale. Sbaglia molto, ma quando serve la mette dentro. Sedici volte nell’Empoli lo scorso anno – fabbrica di talenti giovanissimi e squadra in cui si torna grandi anche nelle ultime stagioni della propria carriera, come insegnano Maccarone e Tavano -, ora si trova a tre reti e ha annichilito la Spal con due reti di opportunismo e tecnica. Sa fare reparto da solo come giocarsela con un altro 9 o ancora sfruttare tridenti audaci come quello di De Zerbi.

 

(Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images).

Anche il centrocampo, diciamocelo, sarebbe a trazione anteriore. Si sono incontrati tutti e tre a Parma – il Tardini è la casa provvisoria della Dea in attesa della fine dei lavori nello stadio di casa – e nella prossima primavera sommati faranno 100 anni. Accarezzano la palla come pochi, amano inserirsi da lontano, a loro riescono cose che gli altri faticano a immaginare. Parliamo di Franck Ribery, 36 anni da compiere e capace di seguire un contropiede del folletto supersonico Federico Chiesa senza tradire fatica o difficoltà e di segnare al volo con un colpo da biliardo. Non da meno il Papu Gomez e Josip Ilicic che hanno confezionato, con i loro piedi soavi (cross del primo e stop e tiro in scivolata del secondo) l’1-2 che ha dato il La alla rimonta orobica.

Ogni anno si pensa a un calo di questi due ragazzi, a un approdo in lidi più prestigiosi (si è parlato di Roma, Milan e Napoli), ogni anno rimangono e stupiscono con la loro disciplina e inventiva. Anche loro vanno a 1000 all’ora, in una squadra che Gasperini ha cucito su uno schema frenetico che, ad esempio, ha fatto alzare bandiera bianca a una vecchia volpe come Skrtel, che dopo pochi giorni ha lasciato il ritiro per manifesta inferiorità atletica.

Dietro adattiamo Miguel Veloso, troppo spesso noto per la sua parentela con il presidente del Genoa Enrico Preziosi e non per quel tiro che qualcuno più vecchio, esperto di me definirebbe al “fulmicotone”. Grazie alla sua visione di gioco limpida e mai banale potrebbe essere un regista arretrato, un libero lento ma sempre in posizione. Ha passato i 33, ma come il calabrone sa di non poter volare, lui non sa di non poter reggere certi ritmi e lo fa lo stesso. Juric, che lo ha avuto nei rossoblu e che lo ha sfiorato come compagno di squadra nel 2010, sempre sotto la Lanterna, lo immaginava come un raccomandato e invece lo ha messo al centro del progetto scaligero.

(Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

Certo, con Kolarov tirerebbero sempre da 35 metri, ma poco male, perché abbiamo sempre Romulo, per chiudere il terzetto difensivo. Jolly di difesa e centrocampo, mai deludente in nessuna delle tappe della carriera, se ha un difetto è l’essere troppo pulito e corretto. Parliamo di uno che non chiede a gran voce rinnovi pur meritati (come alla Lazio) e che di fronte alla possibilità di giocare un mondiale senza la giusta condizione, ha lasciato il posto a un altro. Rômulo Souza Orestes Caldeira disse semplicemente “Prandelli mi aveva inserito tra i 23. Gli ho risposto che ero al 70 per cento: non mi sembrava giusto che un compagno restasse fuori stando bene”. Una perla rara, ora rivalutata da Eugenio Corini, un altro che a Palermo visse una nuova giovinezza giocando le sue migliori stagioni in carriera tra i 33 e i 37 e che quindi sa riconoscere meglio di altri il raffinato dicitore nel compassato andamento di chi ne ha viste tante.

Almeno l’Europa League, questa squadra che giocherebbe forse solo allenata dal mitico Ezio Glerean, visto il modulo, la conquisterebbe. Per tanti motivi. Perché il nostro campionato, lo vediamo in Champions in cui l’Inter capolista fa fatica a tenere il ritmo dello Slavia Praga, la Juventus crolla negli ultimi 30 minuti e non parliamo dell’Atalanta, viaggia su marce troppo basse. Abbastanza da far segnare a Llorente i gol che ha fatto negli ultimi due anni in Premier, tanto da rendere fondamentale, in un gioco speculativo in cui, nonostante la metamorfosi delle piccole e le medie verso moduli più rischiosi e aperti, è ancora troppo importante non prenderle, la saggezza di chi ha quindici o venti campionati sulle spalle, di chi ha girato città e nazioni, è fondamentale. Così come è inevitabile che siano queste prime giornate il loro terreno di caccia: le squadre non sono ancora al massimo, la preparazione rende più pesanti le gambe di chi non si è risparmiato in ritiro, come loro invece hanno fatto con astuzia e esperienza, conoscendo ormai a menadito il proprio corpo.

(Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

L’usato sicuro funziona anche perché siamo ancora dentro la crisi che ci ha fatto saltare gli ultimi mondiali, è decisamente superiore alla nostra la qualità media (e le performance atletiche) di Liga e Premier (un tempo Zola e Vialli facevano il diavolo a quattro oltre Manica, ora persino un Delofeu per qualche mese sembra un fenomeno solo perché qui andiamo a metà della velocità).

Abbiamo bisogno persino in Nazionale dei Quagliarella capocannoniere a maggio scorso, dei Chiellini ormai usurati, perché lo stesso Roberto Mancini che non ha paura di convocare uno Zaniolo che neanche ha esordito in A, sa che in un calcio zoppicante, serve chi ha abbastanza primavere alle spalle per non mettersi paura di nulla.

Certo, fa male pensare a Daniele De Rossi al Boca Juniors. In questa serie A avrebbe fatto un figurone. Ma forse è meglio giocarsi la Libertadores che continuare a vivacchiare in questa campionato per pensionati d’oro.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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