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Quella domenica da incubo di Zeman fra derby e Take That

By 23 Aprile 2020

Il 23 aprile del 1995 i giocatori della Lazio vincono la stracittadina senza rispettare le disposizioni del boemo che a fine partita si chiude in silenzio stampa. Intanto Roma è paralizzata dall’arrivo dei Take That, che dimostrano la loro passione per il calcio

È appena iniziato il secondo tempo di un derby della capitale molto atteso e che, su richiesta della prefettura, viene trasmesso in chiaro dai Rai Tre nella zona di Roma. In telecronaca Giorgio Martino spiega le ragioni della decisione: «Oggi a Roma è una giornata campale sotto l’aspetto dell’ordine pubblico: c’è il derby, ci sono le elezioni e questa sera c’è anche l’attesissimo concerto del gruppo inglese dei Take That al Palaeur». Pochi secondi dopo le telecamere scovano prima Mark Owen e poi Robbie Williams sugli spalti dell’Olimpico.

Il racconto della 28ª giornata riprende immediatamente, senza lasciare spazio a nessuna digressione sul mondo dello star system: prima che Chamot rinvii, senza pensarci troppo su, un pallone che oggi nove difensori su dieci passerebbero al portiere, Giorgio Martino informa i telespettatori del raddoppio del Bari sul Brescia grazie a un gol di Protti.

È il 23 aprile del 1995 e, mentre la band inglese si gode lo spettacolo – modesto in campo, più interessante invece quello offerto dalle due tifoserie – e attende l’ingresso in campo del connazionale Paul Gascoigne, all’esterno del Palazzo dello Sport una folla di adolescenti si è già radunata in attesa dell’apertura dei cancelli, prevista per le ore 17. Si fanno chiamare thatters e due mesi prima duemila di loro avevano aspettato l’arrivo dei loro beniamini all’esterno del Teatro Ariston, a Sanremo, tra “lacrime, urla (…) invocazioni, svenimenti, polizia schierata, cani antisommossa e carabinieri a cavallo” stando ai racconti delle cronache dell’epoca. Scoprono le novità sul gruppo da riviste come Tutto, Cioè e Tutti Frutti, si sono affezionate alla loro musica grazie ai video che trasmette ogni giorno Videomusic. I biglietti, al costo di 35 mila lire l’uno, sono andati a ruba, per questo gli organizzatori hanno aggiunto una seconda data per la sera successiva.

(Photo by Christopher Furlong/Getty Images)

I giornali, nel tentativo di spiegare questa nuova forma di divismo che genera “entusiasmo ai limiti dell’isteria” si riferiscono ai Take That come al “gruppo che fa impazzire le ragazzine” e continuano a paragonarli ai Duran Duran. È in questo clima che i Take That si apprestano a concludere il loro tour, iniziato ad agosto dell’anno prima, con sette date distribuite tra Milano, Torino, Bologna e Roma. È la prima volta che si esibiscono in Italia, stanno per pubblicare Nobody Else, il loro terzo album, l’ultimo in formazione completa, anticipato dai singoli Sure e Back for good. Alle 19.30 inizia il concerto, l’apertura è affidata a un giovane Samuele Bersani. Anni dopo il cantautore confesserà che «all’inizio mi facevano aprire i concerti dei Take That, cosa di cui mi vergogno».

È un derby molto sentito, quello del 23 aprile del 1995. Al mattino persino Giovanni Paolo II aveva dedicato un pensiero all’incontro durante l’Angelus: «Mi auguro che la sfida tra Roma e Lazio sia occasione di sano divertimento e di un pacifico e leale confronto». La Roma arriva da favorita alla stracittadina di ritorno, dopo aver vinto in trasferta quella dell’andata per 3-0. La squadra di Mazzone è terza in classifica, a due punti dal Parma secondo e quattro punti sopra alla Lazio quinta. La Juve, in testa al campionato con un rassicurante margine di vantaggio, può anche permettersi una battuta d’arresto casalinga contro il Padova: uno 0-1 con rete dell’olandese Kreek, la cui immortalità verrà decretata due anni dopo da Carlo Mazzone, in compartecipazione con la Gialappa’s Band, nel dopogara di un Perugia-Cagliari.

Le qualificazioni a Euro 96 portano via Thern ai giallorossi e Winter e Boksic a Zeman, che dopo la sconfitta di Padova, la quinta nelle ultime dieci gare, è esposto al fuoco di fila della stampa e di una parte della tifoseria laziale. Signori non è in perfette condizioni fisiche ma stringe i denti e si posiziona a sinistra nel tridente che vede la presenza di Casiraghi al centro e di Rambaudi a destra. WInter è sostituito da Venturin nel ruolo di interno sinistro, regista Di Matteo, Fuser mezzala destra. In difesa un diciannovenne Alessandro Nesta, al suo primo derby, è impiegato come terzino sinistro, mentre dall’altra parte agisce Negro. Coppia centrale composta da Chamot-Bergodi e tra i pali Marchegiani.

Mazzone schiera Cervone in porta e una difesa a tre con Aldair, Petruzzi e Lanna. A tutta fascia Carboni a sinistra e Moriero a destra, in mezzo Statuto e Piacentini coprono le spalle a Giannini, che si abbassa frequentemente a ricevere il pallone per impostare. In attacco Totti gira attorno a Balbo.

La partita d’andata era arrivata per Zeman al momento giusto, rappresentando forse l’occasione più ghiotta in tanti anni di carriera: tra la Lazio e il Parma capolista erano solo due i punti di differenza, con gli uomini di Scala che avrebbero dovuto vedersela in trasferta contro l’Inter. Ma con i gol di Balbo, Cappioli e Fonseca e una grande prestazione, la Roma aveva smentito i pronostici senza concedere mai alla Lazio la possibilità di entrare in partita. Stavolta però cambia il copione, i calciatori disobbediscono alle direttive di Zeman e approcciano la partita rinunciando alla pressione alta e difendendo raccolti nella propria metà campo. Lo ammetteranno a distanza di anni sia Casiraghi che Bergodi, ossia gli ultimi due a toccare la palla prima che vada in porta in occasione del primo gol, nato da un azione d’angolo e, soprattutto, da un’uscita non impeccabile di Cervone.

Nella ripresa la partita non decolla, la Lazio gestisce abbastanza serenamente il vantaggio e, a venti dalla fine, dopo un’incomprensione tra Aldair e Moriero, Casiraghi si trova a tu per tu con il portiere della Roma dopo un passaggio di Signori: Cervone lo stende e l’arbitro Amendolia – agente assicurativo, come ricorda Giorgio Martino prima del calcio d’inizio – assegna il rigore che poi Signori trasforma. Da segnalare resta solo qualche accenno di rissa prontamente sedata, l’ingresso di Gascoigne, alla penultima apparizione in Serie A, al posto di Signori, e un gestaccio di Bergodi a fine partita che innescherà una polemica a distanza tra il difensore laziale e il capitano romanista Giannini.

Molti commentatori interpretano quanto accaduto nell’arco dei 90 minuti come un passo concreto verso un cambio di filosofia da parte di Zeman, descritto da tutti come un tecnico dogmatico e intransigente che però ha saputo derogare nel momento opportuno. Il primo a sorprendersene è proprio Carlo Mazzone, che a fine gara dirà: «La Lazio è stata prudente: d’altronde per necessità l’uomo diventa ladro». L’allenatore boemo però non ha nulla da festeggiare, è talmente arrabbiato con i suoi calciatori che sceglie di non presentarsi in sala stampa e di proseguire il silenzio iniziato dopo la sconfitta della settimana prima.

LaPresse.

Oltre ai Take That, sulle tribune dell’Olimpico, è segnalata anche “tanta politica in passerella”. Sono presenti i due candidati alla presidenza della regione Lazio, Piero Badaloni per il centro-sinistra – che alla fine vincerà per poco più di 5300 voti – e Alberto Michelini per il Polo della Libertà. Ci sono anche Massimo D’Alema, segretario del Pds e Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale, forza politica che tre mesi prima aveva celebrato il suo primo congresso. Alle undici di sera si troveranno in diretta su Canale 5 a commentare i risultati della elezioni regionali e della prima tornata delle amministrative. Entrambi concordano su un punto: «Non è andata come speravate voi». Nove regioni vanno al centro-sinistra, la cui coalizione prende il nome di Ulivo, sei al centro-destra, ma ciò che emerge è l’inizio della stagione di un nuovo bipolarismo: il Partito Popolare, erede diretto della Democrazia Cristiana, si è infatti presentato al voto diviso, con alcune liste apparentate a quelle del Polo delle Libertà – seguendo la linea del segretario Rocco Buttiglione – e altre a sostegno dei candidati del centrosinistra. S

i voterà per le elezioni politiche dodici mesi più tardi, dopo che nel gennaio del ’96 il presidente del Consiglio Lamberto Dini annuncerà le sue dimissioni. Lo scioglimento delle camere da parte del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro sarà anticipato di tre giorni da un altro scioglimento, quello dei Take That. Ad annunciarlo in conferenza stampa sarà Gary Barlow, che conferma le voci che circolavano circa un’imminente rottura: «From today Take That is no more». A luglio, infatti, c’era stato l’addio di Robbie Williams, insofferente rispetto alla leadership proprio di Barlow e alle prese con qualche problema personale già da qualche anno.

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Nei giorni immediatamente successivi alla sua uscita del gruppo, Williams, capelli biondi ossigenati come quel giorno in tribuna all’Olimpico, viene fotografato all’uscita di un ristorante di Manchester con indosso la maglia della Lazio che probabilmente ha comprato a Roma ad aprile. A giugno invece, quando il gruppo era tornato in Italia per partecipare alla trasmissione I Cervelloni, aveva chiesto una maglia della Roma di Abel Balbo, che gli è stata prontamente recapitata all’hotel Sheraton. Un’altra squadra italiana invece batterà nel marzo ’96 la squadra per cui Robbie Williams fa il tifo: nella finale, giocata a Wembley, dell’ultima edizione della Coppa Anglo-Italiana, il suo Port Vale verrà sconfitto 5-2 dal Genoa di Salvemini.

Per rivedere tutti e cinque i Take That assieme bisognerà attendere il 2010. Nel giugno del 1995 si congedarono da Roma dopo aver improvvisato una partita di calcetto sul terrazzo dello Sheraton coinvolgendo alcuni increduli camerieri.

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