Feed

Roberto Baggio, l’uomo che ha unito l’Italia

By 25 Marzo 2020

Abbiamo intervistato Stefano Piri, autore del libro “Roberto Baggio. Avevo solo un pensiero”, uscito per 66thand2nd

 

Da bambini, o ragazzi, noi nati tra gli anni Settanta e gli Ottanta, abbiamo tutti avuto per un po’ un solo pensiero. Tutti abbiamo atteso la domenica per vedere giocare i nostri miti. Tutti ne abbiamo avuti di diversi, tutti ne abbiamo avuto almeno uno, forse solo uno, in comune. Roberto Baggio ci ha uniti e lo fa ancora oggi, che ha smesso di giocare da 16 anni, che si è ritirato a vita privata e appare sempre più di rado in pubblico. Anche oggi, tutti noi, tra mille pensieri, ne abbiamo uno solo in comune. Con una prosa ricca e semplice al tempo stesso, Stefano Piri gli ha dato voce in Roberto Baggio. Avevo un solo pensiero, un libro edito da 66thand2nd che è una biografia è qualcosa di più. Un viaggio filosofico e letterario all’interno di Baggio, della sua vita, della sua carriera, del suo mito. Del come sia diventato un bene identitario che custodiamo gelosamente.

 

Perché Baggio? Ci deve essere una ragione personale.
Perché dopo averci scritto un long form qualche anno fa, mi sono reso conto che nella sua storia ci sono degli elementi quasi da romanzo o da film. Parliamo di un ragazzino con un talento mai visto, uno famoso già a 12 anni, conosciuto dagli osservatori di tutte le squadre, un predestinato più di Messi, che però si ritrova ad affrontare degli infortuni che arrivano con un tempismo molto crudele, come quello all’ultima partita al Vicenza che quasi gli cancella il futuro da davanti agli occhi. E da quel momento lì, ogni conquista è il frutto di una lotta, nulla si può più dare per scontato, deve persino sviluppare un nuovo rapporto col suo corpo e ci riesce anche grazie alla pratica buddista.  Noi abbiamo conosciuto il Baggio dopo gli infortuni, non possiamo neanche immaginare quando sarebbe stato forte da integro.

 

Perché “Avevo solo un pensiero”?
Perché è una frase che dice lui ricordando con nostalgia quando era ragazzino e poteva permettersi di pensare solo a prendere il pallone e andare in porta. E invece, a un certo punto deve rinunciare ad avere solo un pensiero, non se lo può più permettere. È una storia molto esistenziale in cui molti si possono ritrovare, la storia di uno che da piccolo sembra poter realizzare facilmente tutti i propri sogni, e che diventando adulto si confronta col fatto che le cose sono più complicate e si trova a misurarsi col dolore.

 

Il difficile è scrivere qualcosa che non sia già stato scritto o detto, qualcosa di originale.
In realtà per me non è stato così difficile. Tutti hanno molto presente la leggenda di Baggio, una storia universalmente conosciuta, si tratta del giocatore che più di tutti ha una risonanza culturale extra calcistica, basti pensare a come il rigore sbagliato a Pasadena sia diventato un simbolo universale di sconfitta a un passo dal trionfo. Raschiando un po’ sotto il mito, però, la storia di Baggio non l’ho trovata poi così raccontata.

LaPresse.

 

Siamo abituati a misurare i campioni con i titoli. Baggio ha vinto due scudetti, di cui uno da comprimario, e una Coppa Uefa. Come fa a essere considerato tra i più grandi di sempre?
L’idea di un campione senza vittorie ha qualcosa di liberatorio. E Baggio è anche uno dei pochi, forse l’ultimo, campioni associati più alla maglia della Nazionale che a quella di un club. Questo suo legame con la maglia azzurra ha fatto sì che anche chi ha un medio interesse per il calcio oggi si ricordi almeno un suo gol per l’Italia. Molti meno te ne citeranno uno con una squadra di club. In un calcio come il nostro, fatto di fazioni, lui ha unito i tifosi trasversalmente.

 

È quasi paradossale in un paese totalmente incapace di accettare il fallimento. Forse questo è ancora più importante.
Parliamo di un calciatore che non ha mai nascosto la propria sofferenza e la propria fragilità. Intorno a lui c’è una narrazione diversa rispetto a quella superomistica e machista che solitamente circonda i calciatori. In questo tipo di narrazione, la sconfitta e il fallimento aggiungono nobiltà, profondità e poeticità alla storia. Nel libro, paragonando il calcio al teatro greco in cui anche le donne sono interpretate da attori uomini, dico che Baggio fa risuonare archetipi anche femminili. E questo spiega anche perché sia stato un calciatore tanto amato dalle donne in un’epoca in cui c’erano meno donne tifose di calcio rispetto a oggi.

 

Pensi sia il più grande calciatore italiano di tutti i tempi?
Sì, alla pari con altri. Lo devi mettere in quel gruppetto di tre o quattro tra i quali non ci può essere una gerarchia. Paragonare Baggio e Rivera non ha senso, non si può dire chi è il più forte tra i due, ma per quello che faceva in campo io lo metto sopra agli altri grandi 10 moderni del calcio italiano, come Totti e Del Piero. Senza voler sminuire loro. E penso che con un po’ meno infortuni non esisterebbe nemmeno il dibattito. Sarebbe il Maradona italiano.

 

A parte Mazzone, ha litigato con tutti gli allenatori che ha avuto. E anche coi compagni non è sempre andata bene. Secondo te perché? Invidia?
Non si allenava, stava male fisicamente, doveva andare a tutta per giocare. Fondamentalmente i problemi con gli allenatori derivano da quello. Inoltre ha avuto la sfortuna di essere un giocatore molto discontinuo nell’arco dei 90 minuti proprio in quel periodo in cui in Italia avveniva un enorme processo di razionalizzazione tattica del calcio, da Sacchi in poi.

(Photo by Bob Thomas Sports Photography via Getty Images)

 

Forse con qualcuno c’è stato però pure qualcosa di più. Per esempio con Lippi.
Beh, penso sia una questione di visioni esistenziali diverse. Lippi è un caudillo, uno che non ama che un singolo si distingua dal resto della squadra. Baggio è invece esattamente quel tipo di giocatore. Discorso simile si può fare per il rapporto che ebbe a Bologna con Ulivieri. L’idea è che un giocatore così troppo più forte tolga responsabilità e fiducia in se stessi agli altri.

 

Che poi forse è un po’ quello che succede oggi all’Argentina con Messi. O che è successo al Real Madrid con Cristiano Ronaldo.
Sì, esatto.

 

La sua sembra una carriera fatta di momenti anticlimatici quando sembrava dovesse toccare l’apice e di sorprendenti picchi elevati quando in teoria tutto sembrava finito. Perché? Pressione psicologica?
A costo di banalizzare, riconduco anche questo alla sua situazione fisica. Il calcio moderno è una questione di continuità molto più che di talento, per affermarti ai livelli massimi devi essere decisivo in tutte le partite. Baggio però non aveva le caratteristiche fisiche per poter superare quest’ultimo esame. Ogni volta che gli si chiedeva quello falliva. E quando veniva bocciato e ripartiva da un livello di aspettativa più basso riprendeva evidenza la sua classe.

 

C’è una giocata, una sola, che ti porti dentro?
Evitando la banalità del gol alla Juventus col Brescia, forse il non gol nei supplementari di Italia-Francia ai Mondiali del ’98. Un altro dei momenti, oltre al rigore di Pasadena, che lo separa per questione di centimetri dalla storia del calcio. Poi mi ha sempre colpito la frase dei commentatori, “ha colpito troppo bene”, che forse non è vera ma rimane una potente metafora della carriera di Baggio, un giocatore non abbastanza sporco e cattivo per farsi strada nel mondo del calcio.

©angeli/lapresse

Qual è la cosa più importante che ti ha lasciato Baggio?
Una certa distanza dalle cose. È un personaggio di cui percepisci la sofferenza, la devozione ossessiva per il calcio, però da un altro punto di vista è uno che mantiene un bel distacco e una certa ironia. A Usa ’94, mentre la squadra andava male e lui è criticatissimo, si presenta all’allenamento col bastone per fare lo scemo, poi lo molla e dice che non ne ha bisogno. O prima di Francia ’98, quando sembra lontano dalla convocazione, gli chiedono qual è il suo sogno e continuano a paragonarlo a Del Piero in maniera forse anche offensiva, lui risponde: “Il mio sogno è essere il nuovo Del Piero”. Questa capacità di mantenere quel mezzo passo di distanza è sicuramente molto bella.

 

Nel calcio di oggi ci sarebbe posto per lui?
Penso sia una domanda irrisolvibile, lo formerebbero fin da ragazzino in maniera diversa, non sarebbe Baggio. Se lo potessimo trapiantare così come era, con quel fisico e quella preparazione mentale alla partita, secondo me no. O forse lo sarebbe al Brescia. Per eccellere oggi gli ci vorrebbe un’altra continuità durante la partita, più ancora che un altro fisico.

 

Magari però sarebbe un influencer riluttante.
Ha sempre avuto un rapporto ambivalente con la popolarità. Aveva i suoi piccoli vezzi, dai braccialettini colorati al codino, in un modo suo molto artigianale aveva una sua cura per la sua immagine pubblica e un istinto per la comunicazione dal punto di vita estetico. E per questo veniva considerato un divetto, anche se oggi lo vediamo come anti-divo. Questa cosa gli fece avere problemi con Agroppi, a Firenze. Ma allo stesso tempo gli ha permesso di entrare nella cultura pop come nessun altro. Madonna indossò persino la sua maglietta a un concerto in Italia nel 1990.

 

Uno così aveva tutto per poter dare ancora tanto al calcio, anche dopo il ritiro da calciatore. Perché è sparito?
Perché il calcio ha continuato a dargli delusioni. Lui ha sempre detto che niente gli ha fatto male come la mancata convocazione ai Mondiali del 2002, nonostante la Fifa avesse aggiunto un ventitreesimo convocato – si dice – proprio perché l’Italia potesse portare lui e il Brasile Ronaldo. Poi sarebbe anche rientrato, si è applicato con grande serietà quando è stato richiamato dalla Figc, forse pure troppo. Ha scritto un documento gigantesco per riformare il calcio italiano, con la sua solita tendenza a fare le cose “troppo bene”, in un contesto in cui probabilmente questo non serviva ed era pure controproducente. Forse si è reso conto di essere semplicemente troppo serio per quell’ambiente.

 

 

 

Leave a Reply