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Rodrigo Palacio, con la mente e con il corpo

By 30 Ottobre 2019

A 37 anni, Palacio sta corrompendo il tempo e continua a giocare il suo calcio unico. Un calcio fatto di pensiero, acume tattico e conoscenza. Un calcio prosaico ma colmo di grazia

Per tutta la sua carriera, Rodrigo Palacio ha giocato a calcio con la testa e con i piedi. È sempre arrivato con il pensiero lì dove il suo fisico normale non lo avrebbe mai condotto, per poi delegare alla qualità del suo tocco il resto del lavoro. Oggi, a 37 anni, tocca al corpo. Una rivincita dei muscoli nel momento in cui i muscoli tendono a cedere e infiacchirsi, a non offrirsi come bastone di longevità sportiva.

Sembra un paradosso, eppure è proprio grazie all’ostinato esercizio di resistenza del suo corpo se Palacio sta riuscendo a corrompere il tempo e sta disputando una straordinaria prima parte di stagione. Ha giocato dall’inizio alla fine le ultime tre partite di campionato. 270 minuti intensi, ricchi di un sacco di cose e impreziositi da due gol.

Quello segnato alla Lazio lo scorso 6 ottobre, è stato il primo al Dall’Ara da quando veste la maglia del Bologna, 32 partite dopo il suo debutto in casa. Quello realizzato domenica contro la Sampdoria, un piccolo opuscolo delle sue intramontabili qualità: attacco alla porta, lettura della situazione, scelta e finalizzazione con un tocco, essenziale per evitare il recupero del difensore.

I gol tra campionato e Coppa Italia sono già quattro in dieci partite, più di quelli realizzati in tutta la scorsa stagione. Tuttavia, per quanto i gol siano importanti per uno che di mestiere fa l’attaccante e che nel corso della sua carriera, pur non essendo mai stato un bomber implacabile, ne ha segnati più di duecento, non è questo il parametro migliore per parlare del rendimento di Rodrigo Palacio.

(Foto LaPresse/Filippo Rubin)

A convincere del fatto che alla sua età sia ancora un giocatore prezioso, per il Bologna e per la Serie A, è l’intensità e la costanza con cui ancora offre sul campo il suo variegato compendio di movimenti e gesti; è il grado di partecipazione e di “presenza” dentro ogni partita, sia che giochi da punta centrale che da esterno a sinistra; è la sua tenace multidimensionalità, tratto distintivo che conserva con ardore a dispetto dell’anagrafe.

In queste prime partite Palacio non ha mai dato l’impressione di subire i ritmi delle gare, non è mai apparso bolso o impacciato. Al contrario, grazie a un dinamismo sempre funzionale e a un vigore fisico davvero sorprendente, spesso capita che sia lui a dettare questi ritmi, a decidere se alzarli o abbassarli con accelerazioni o appoggi, tagli in profondità o movimenti incontro, un campionario lunghissimo di frecce tracciate sul campo, con e senza il pallone.

Se nella partita giocata all’Allianz Stadium contro la Juventus il Bologna ha impressionato per il coraggio e la proposta di gioco che quasi l’hanno portato a sfiorare il colpaccio, è anche perché sul fronte offensivo c’era un giocatore capace di porsi sempre come riferimento per i compagni, di garantirgli sempre una soluzione, una linea di passaggio, una possibilità. Così come avviene sempre, in tutte le partite. Esiste virtù più grande di offrire una possibilità? A Palacio non interessa dosare le corse, risparmiare le energie, concentrarle in alcune giocate. E non gli interessa perché tutto il suo dispendio fisico è qualitativo, non è mai uno spreco.

(Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

Se già il finale della scorsa stagione, culminata con una salvezza raggiunta dopo una corsa a perdifiato, aveva reso chiaro che Bologna per Palacio è tutt’altro che un buen retiro in cui porsi semplicemente come uomo d’esperienza che quando può dà una mano, elargisce qualche consiglio e tira pacche sulle spalle, quest’anno la centralità dell’attaccante argentino nelle dinamiche di gioco della squadra di Sinisa Mihajlovic appare ancora più chiara. Gran parte della produzione offensiva passa da lui, che non solo semplifica lo sviluppo della manovra, ma produce tanto, come testimonia, oltre i gol, la media di 1.8 passaggi chiave a partita.

Sebbene sia spesso decisivo, non ricerca con ossessione di determinare: sono altre le sue priorità. Con la visione corale che da sempre contraddistingue il suo rapporto con il calcio, Palacio scende in campo in ogni partita con la sola idea di mettersi a disposizione dei suoi compagni, di offrire loro un sostegno costante. Un integro alfiere del “noi”, abituato a considerare l’“io” solo se immerso in una dimensione collettiva. E infatti rifugge da un ruolo che invece è evidente: «Non so se posso essere un leader, bisogna avere un altro carattere per poterlo fare».

A 37 anni, Palacio continua a giocare il suo calcio unico. Un calcio fatto di pensiero, acume tattico e conoscenza; un calcio prosaico ma colmo di grazia. Tutto il suo gioco si regge su un soffice equilibrio, è scandito da un’armonia tecnica e motoria che lo vede compiere ogni gesto nel modo corretto previsto da ogni situazione: se bisogna usare il destro usa il destro, se bisogna usare il sinistro usa il sinistro, se serve solo un tocco gioca di prima, e via così.

È praticamente impossibile vederlo ricevere palloni con un orientamento del corpo sbagliato o in una situazione dalla quale è difficile uscire. Si mette sempre nella condizione più favorevole per fare una giocata, e così le sue partite non concernono momenti di imbarazzo. Ha un fascino ombroso e maniacale per tutto quello che bisogna fare prima di ricevere il pallone, tanto che del gol più bello della sua carriera, quello segnato di tacco nel derby contro il Milan, non ricorda con orgoglio il gesto tecnico in sé, ma il movimento che lo ha preceduto.

(Foto Massimo Paolone/LaPresse)

Questo eccitante controllo è in gran parte dovuto al suo naturale “senso del gioco”, ovvero quella innata capacità di cogliere in un tempo ristrettissimo la scelta migliore da compiere. È qualcosa che alberga in lui, non è solo il frutto degli insegnamenti da cui è passato e delle brillanti capacità di apprendimento di cui evidentemente dispone: si tratta di una sapienza quasi biologica, di una sensibilità congenita per gli ingranaggi che muovono il gioco, di una particolare predisposizione allo sport che lo ha fatto vivere nel dubbio fino a 17 anni, quando decise di dedicarsi al calcio e non al basket, in cui eccelle quasi in egual misura. È come se Palacio, quando si trova in un campo da calcio, potesse contare su altri sensi; come se il gioco non solo lo vedesse ma lo sentisse, lo percepisse.

Una peculiarità che gli ha permesso di costruirsi un’identità sportiva singolare, unica, riflesso ideale del suo carattere schivo e riservato, tipico di chi ha in dote un gran sapere ma con saggezza tende a dubitarne sempre. Così, quando si defila silenziosamente sull’esterno, lasciando la zona più affollata del campo quasi a non voler disturbare, trova la parte migliore di sé e del suo calcio pulito.

Palacio sembra assorto in una quiete esistenziale, un equilibrio spirituale che trova in quella treccia che da 16 anni pende dal lato destro della nuca il suo tratto estetico distintivo, inevitabilmente divenuto iconico. Un monaco del pallone che quasi tradisce le sue origini latine. Un argentino atipico, animato da un fuoco diverso, che scalda senza mai divampare.

Rodrigo Palacio finisce la partita in porta nel match di Coppa Italia Inter-Hellas Verona, il 18 dicembre 2012 (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

È difficile non provare empatia per Palacio, un giocatore che unisce, e a cui viene spontaneo voler bene. Il suo volto, il suo portamento, il suo sguardo fermo e onesto emanano moralità e un profondo senso di lealtà. C’è qualcosa di candidamente umano in lui. A Bologna è già un simbolo, in quella che con ogni probabilità è l’ultima tappa di una carriera che in Europa non ha conosciuto successi, ma è stata un affastellarsi di piccole conquiste, soddisfazioni personali che per Palacio sono preziose.

«Io non sono un campione, non sono un giocatore fortissimo. Però sono contento di quello che ho fatto», ha detto in un’intervista. È comodo intercettare in quest’umiltà, la stessa con cui una volta mise i guanti da portiere e difese la porta dell’Inter nei minuti finali di una partita di Coppa Italia contro il Verona, una scarsa ambizione. È semplice tracciare il profilo di uno che si è accontentato, che si è sempre rifugiato nel pensiero “ma sì, dai, in fondo va bene così”.

L’impressione, invece, è che per Palacio l’accettazione di un percorso privo di trionfi coincida con la fiera consapevolezza di essersi espresso in contesti perfettamente concilianti con il suo modo di essere e vivere il calcio. Prima un club nobile e ammantato di storia come il Genoa, porto ideale su cui sbarcare dopo la partenza dal Boca; poi l’Inter in un periodo transitorio, ora il Bologna coeso di Sinisa Mihajlovic. Un cammino coerente in cui l’universalità di Palacio ha sempre potuto trovare sfoghi e riverberi, e in cui il concetto di gloria si smarca dal palmarès per abbracciare un significato più intimo, più profondo, proprio come lui.

Federico Corona

About Federico Corona

Federico Corona nasce a Milano da genitori catanesi. Giornalista professionista, ha lanciato progetti editoriali sul web, scrive di sport e umanità varia su riviste cartacee e digitali.

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