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Roma-Benfica 1-2. Ovvero, quando eravamo ansiosi di de-italianizzarci

By 19 Giugno 2019

Nei quarti di finale di Coppa Uefa del 1983 si affrontano i giallorossi di Nils Liedholm e i portoghesi guidati da Sven Goran Eriksson. Due allenatori svedesi che, però, avevano un modo molto diverso di interpretare la “zona”

Cominciamo dal dato storico tramandato agli archivi: Roma-Benfica 1-2. E continuiamo con le brevi note di questa intro dando le informazioni essenziali da tabellino, e collocandole nell’esatto contesto calcistico di allora. Si gioca il 2 marzo 1983 alle ore 15, gara d’andata dei quarti di finale della Coppa Uefa. Che all’epoca era forse la più spettacolare fra le competizioni europee per club. In Coppa dei Campioni andavano le vincitrici dei campionati della precedente stagione, che però vivevano spesso in tono minore la stagione da post-vittoria. E la Coppa delle Coppe era la meno valida in assoluto, dato che potevano arrivare a disputarla le perdenti della finale di coppa nazionale o anche squadre di categoria inferiore. Invece la Coppa Uefa allineava le squadre piazzate fra il secondo e il quarto posto nei campionati nazionali delle stagioni precedenti, e che spesso erano anche quelle destinate a aggiudicarseli al termine della stagione in corso.

È esattamente il caso di Roma e Benfica, che conducono una corsa di testa in Italia e in Portogallo e all’Olimpico si contendono un posto in semifinale. Avranno la meglio gli encarnados allenati dall’emergente Sven Goran Eriksson, che proprio all’Olimpico si prendono la qualificazione vincendo 2-1. La Roma guidata da Nils Liedholm viene condannata da due autogol, che il tabellino ascrive a Pietro Vierchowod (40’) e Aldo Maldera (59’). Coi criteri di oggi, forse, entrambi i gol verrebbero assegnati all’allora jugoslavo Zoran Filipovic. Erano tempi più rispettosi della verità sportiva, quelli.

Il rigore trasformato da Agostino Di Bartolomei al 63’ serve soltanto a dimezzare lo svantaggio. La gara di ritorno si concluderà 1-1, col vantaggio dei portoghesi messo a segno al 18’ da Filipovic (e stavolta il gol è indiscutibilmente suo) e pareggio romanista segnato da Paulo Roberto Falcão a 5’ dalla fine. Un’ultima cosa va aggiunta, per completare la rassegna delle condizioni di contesto. Quella sconfitta all’Olimpico contro i portoghesi apre per la Roma una crisi breve ma dagli effetti potenzialmente devastanti. Perché quattro giorni dopo arriva all’Olimpico la Juventus, campione in carica ma attardata in classifica.

Le due squadre giungono all’appuntamento dietro la spinta di umori opposti, determinati proprio dagli esiti infrasettimanali delle partite di coppa. La Roma arriva con qualche problema di autostima dopo la sconfitta col Benfica. All’opposto, la Juventus è gasata dalla vittoria 2-1 ottenuta lo stesso giorno (allora le gare di coppa venivano disputate tutte di mercoledì, con sola variazione degli orari) sul campo dell’Aston Villa, detentore della Coppa dei Campioni. E tale differenza di umore è forse decisiva per la vittoria della squadra bianconera allenata da Giovanni Trapattoni, che ribalta nel finale con gol di Michel Platini (83’) e Sergio Brio (86’) il vantaggio romanista messo a segno da Falcão al 62’.

È il 6 marzo 1983, e la Roma ha l’improvvisa paura di non farcela dopo aver condotto in testa gran parte del campionato. Ma sarà soltanto un passaggio a vuoto. Il cammino dei giallorossi riprende, quello dei bianconeri torna a rallentare. A fine stagione la Roma conquisterà il secondo scudetto della propria storia mentre la Juventus perderà a Atene (1-0) la finale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo.

Uomo e Zona (una storia solo italiana)
Chiusi i conti con la cronaca immediata e a breve termine, rimane da illustrare il motivo per cui rievocare la partita del 2 marzo 1983 sia così importante. E la spiegazione non può che partire dalla presa in considerazione del contesto culturale in cui si muove il calcio italiano di quel passaggio d’epoca. L’Italia è ancora il Paese della grande tradizione difensiva (non difensivista, come in troppi sostengono con straordinario zelo di contribuire alla divulgazione della Storia scritta dai Vincitori), e tale tradizione trova espressione nella pratica del marcamento a uomo. Riguardo a essa, si compie una forzatura nell’etichettarla come sistema di gioco. Giocare a uomo significa dare corso all’anti-sistemica per eccellenza, e adottare la logica della sommatoria. In campo vengono dislocati diversi confronti “uno contro uno”. E dalla capacità di vincere la maggior parte dei duelli, o anche soltanto quelli più importanti, dipendono le possibilità di aggiudicarsi la partita.

Roma Benfica

Questa è la cifra tecnica e filosofica del calcio italiano nei giorni in cui si gioca Roma-Benfica. E tale impianto identitario denota anche un certo dinamismo con cauta apertura alle innovazioni e ibridazioni tattiche. La nazionale di Enzo Bearzot, che poco meno di un anno prima ha vinto il Mondiale di Spagna, adotta un gioco che viene etichettato come zona mista. Invero, pare più una trovata linguistica equiparabile alle convergenze parallele del lessico politico, ma è indubbio che quella nazionale faccia uno sforzo per coniugare tradizione e modernità.

In quell’etichetta è il riferimento alla zona ciò che maggiormente richiama attenzione. L’uso di tale parola testimonia di una certa tendenza verso l’inglobamento della zona dentro gli schemi culturali e identitari del calcio italiano. Una dinamica che letta con gli occhi del presente d’allora pare l’ordinario riflesso di una strategia della conservazione al cospetto dei fermenti innovativi. La mossa del cauto riformismo che ha come principale finalità la perpetuazione dell’assetto esistente. Una strategia possibile in quel momento esatto, quando l’innovazione ha la dimensione dell’anomalia che non aspira a essere sistema nuovo. Quando però un sistema nuovo prenderà a formarsi, con l’avvento del Sacchismo, sarà chiaro che non vi siano mediazioni possibili. E che per il calcio a uomo si tratti d’intraprendere una lotta per la sopravvivenza, destinata alla sconfitta.

Ma in quel marzo 1983 la situazione è diversa. La zona è un vezzo eccentrico, esercitato da un numero limitato di allenatori che soltanto per questo si vedono attribuire stimmate da santoni. Le loro squadre vengono trattate alla stregua di animali esotici, così colorati e propensi a emettere versi strani. Siamo dunque nel dominio del pittoresco, che in quanto tale viene tollerato è fatto persino oggetto di condiscendenza. Poi capita pure che una di queste squadre porti il calcio a zona ai massimi livelli di rendimento. E per un popolo che, quando c’è di mezzo il calcio, mostra un’inusuale propensione al pragmatismo, ecco che questo lato della questione suscita rispetto. Un’anomalia che sa anche essere vincente, ma che in ultima analisi resta anomalia.

Roma Benfica

Ma se si deve indicare il più cruciale degli elementi, in questa storia culturale della nascita del calcio a zona in Italia, si deve indicare il malinteso estetismo. In quegli anni è diffusa l’associazione d’idee fra “calcio a zona” e “bel gioco”. Uno stereotipo d’acciaio, praticamente indiscutibile. Basterebbe dare una sbirciata alle collezioni dei giornali d’epoca per constatare. E sarebbe anche operazione utile.

Per chi quei tempi li ha vissuti, e avrebbe spunto per riflettere su quanta inerzia serva per lasciarsi ipnotizzare da narrazioni tanto grossolane. E per chi quei tempi non li ha vissuti, e dopo la consultazione si ritrarrebbe schifato da chi s’era lasciato ipnotizzare e gli azzererebbe il credito di stima e rispetto dovuti all’anzianità. Perché davvero, l’idea che la zona coincidesse tout court col “bel gioco” è una minchiata di dimensioni colossali. E lo si scoprirà soltanto dopo la totale omologazione del calcio italiano, quando sarà chiaro che si possa giocare altrettanto da cani (se non di più) confrontandosi a zona come a uomo. Ma tant’è, in quel momento l’associazione fra calcio a zona e “bel gioco” è un dogma. E questo dogma articola una rappresentazione artificiale della realtà calcistica italiana, che a sua volta produce egemonia nel senso gramsciano del termine. Ebbene, la Roma allenata da Nils Liedholm porta al tempo stesso il merito e la colpa di quel dogma.

Il merito sta nel fatto che la squadra giallorossa giochi un calcio di qualità tecnica eccelsa, a tratti divino. La colpa (sia pure indiretta) sta nel generare l’idea che quel calcio dalla qualità tecnica eccelsa, e a tratti divino, sia “la zona”. Come se il sistema di gioco di per sé fosse una macchina estetica, capace di trasformare gli asini in purosangue. E invece l’estetica di quella Roma appartiene soltanto alla Roma, ai suoi calciatori e all’allenatore che l’ha plasmata, non certo al sistema di gioco adottato. Basterebbe andare oltre la pigrizia degli stereotipi per cogliere questa elementare verità. E invece niente, il pregiudizio è ormai interiorizzato nel racconto quotidiano del calcio italiano Anni Ottanta. È quasi un jingle diventato talmente familiare da risultare impercepito. Lo senti ormai soltanto con l’orecchio della mente perché quello esterno lo ha cristallizzato fra i suoni di sfondo.

La grottesca Teoria delle Due Zone
Il fatto è che poi lo stereotipo si rivela un’imbarazzante forma di riduzionismo. Appiattisce la rappresentazione e la narrazione della realtà, ma va immediatamente in tilt se deve inquadrare ciò che vada minimamente fuori schema. Succede così quel pomeriggio. Sul campo, due squadre latine che giocano a zona e sono guidate da allenatori svedesi. Due modi speculari di giocare al calcio? Manco per niente. La Roma procede col suo calcio cadenzato, e per di più s’imbatte in un pomeriggio non memorabile.

Roma Benfica

Invece quelli del Benfica vanno come schegge. Ciò che peraltro contraddice un altro stereotipo, quello sul calcio portoghese che quanto a ritmi compassati sarebbe da eccellenze planetarie. E su tali constatazioni le categorie interpretative entrano in crisi. Ma allora si può andare a cento all’ora anche giocando a zona? E chi l’avrebbe mai detto? Ce n’è a sufficienza per imbastire un nuovo romanzaccio d’appendice sulla Scoperta delle Due Zone. Quella dai ritmi soft marca Liedholm, e quella forsennata marca Eriksson. E badate bene che c’è poco da ridere, perché all’epoca si riusciva a produrre siffatte rappresentazioni grottesche prendendole massimamente sul serio. Abbiate un minimo di considerazione delle idiozie collettive sepolte dal mutamento sociale, e magari chiedetevi se stiate tanto meglio oggi nell’epoca delle fake news.

Tornando a quei giorni di marzo 1983, l’opinione pubblica calcistica italiana scopre che quella cosa rappresentata come innovazione non è forse tanto innovativa. O meglio, che rischia d’essere già una versione superata presso quei contesti in cui l’innovazione viene lasciata incubare e esprimersi. È un po’ come avviene col trasferimento di tecnologia ai Paesi del Sud del mondo: vengono scaricati a quelle latitudini i prodotti e i ritrovati che hanno esaurito il ciclo d’utilità nei Paesi del Nord del mondo, ma non hanno ancora esaurito quello dell’obsolescenza.

Sarà mica che in Italia – Paese del G-7, allora strenuamente impegnato a lustrare la recente nobiltà da potenza economica mondiale, ohibò! – arrivino gli scarti delle innovazioni calcistiche prodotte altrove? Nessuno viene sfiorato dal dubbio – o quantomeno, nessuno lo manifesta pubblicamente – che si stia soltanto parlando di due diversi modi per usare la cosa medesima. Come se fosse la guida di un’automobile o l’utilizzo di un pc, che a seconda dell’usuario possono dare performance diverse ma di base rimangono identici. E invece, a partire da quel momento, si affermerà l’idea di un dualismo fra la zona dello svedese all’antica e la zona dello svedese moderno. E nel mezzo, il calcio italiano con la sua fottuta voglia di cambiare.

Roma Benfica

Questo malinteso si rivelerà di talmente tenace presa, nel mondo romanista, da produrre conseguenze devastanti. Perché quando Nils Liedholm lascerà Roma al termine della stagione seguente, tornando al Milan dopo avere sfiorato la vittoria della Coppa dei Campioni, indovinate un po’ chi verrà chiamato a rilevarne la panchina? Proprio lui, Sven Goran Eriksson. Che fra l’altro non potrebbe nemmeno essere tesserato in quanto allenatore straniero.

All’epoca, per allenare in Italia, bisogna avere preso il patentino a Coverciano. Dunque bisogna inventarsi una formula che abiliti lo svedese, cui viene dato il ruolo di direttore tecnico mentre quello di allenatore ufficiale viene assegnato a Roberto Clagluna. La prima stagione romanista di Eriksson è di desolante mediocrità. Invece la seconda sembra correre lungo la strada che porta verso il terzo scudetto romanista. Che però sfuma in modo assurdo alla penultima di campionato, dopo una sconfitta all’Olimpico contro il già retrocesso Lecce. Un trauma irrimediabile, che segnerà l’avventura romanista di Eriksson. La terza stagione sarà di troppo, e vedrà il tecnico svedese rassegnare le dimissioni a due giornate dalla fine. Invero, Eriksson tornerà a Roma negli anni successivi per vincere lo scudetto. Ma lo farà sulla sponda laziale. E questo sarà per il popolo romanista l’ultimo frutto avvelenato della bizzarra Teoria delle Due Zone.

Mistero buffo della de-italianizzazione
Quanti profondi discorsi, dopo quel 2 marzo 1983. E quanto s’impennano nei toni dopo il cambio di guida tecnica della Roma, col passaggio da uno svedese all’altro. Lo schema narrativo è il seguente: “La Roma di Liedholm giocava un calcio molto orizzontale e cadenzato, la Roma di Eriksson gioca un calcio soprattutto verticale e frenetico”. Quale dei due viene giudicato migliore? Ci si divide fra i due partiti senza animosità alcuna, come accadrebbe a un tavolo di burraco. Si concorda però sul fatto che sempre di zona si tratti. Cioè di cosa nuova, e bella, e spettacolare. Dunque buona a prescindere perché in netta contrapposizione allo stile calcistico italiano. E allora, viva Liedholm e viva Eriksson. Il compassato e il teorico del pressing che ci portano in dono la modernità. Ma cosa mai ci era preso in quel periodo storico, da renderci così ansiosi di diventare diversi da noi stessi?

@pippoevai

Pippo Russo

About Pippo Russo

Pippo Russo (Agrigento, 1965), insegna Sociologia presso l’Università di Firenze. È giornalista e scrittore.

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