Feed

Un Ago nel cuore

By 28 Maggio 2019 Maggio 30th, 2019
Agostino Di Bartolomei

Il 30 maggio di 25 anni fa Agostino Di Bartolomei decideva di togliersi la vita. Un capitano diverso, che ha rappresentato la romanità senza mai incarnarla, la cui mancanza si sente ancora oggi

Come “I carri armati” – cantati da Antonello Venditti – “fari spenti nella notte sotto la pioggia / hanno lasciato strane tracce sull’asfalto piene di sabbia”, così Agostino Di Bartolomei ha lasciato negli occhi di tutti, sì certo i romanisti per primi, il ricordo indelebile di sé, dei suoi tiri, delle sue parole, del suo passaggio, e soprattutto dei suoi silenzi. Di Bartolomei riusciva a racchiudere i sentimenti romani ma non a replicarli, a rappresentarli – come capitano – ma non a incarnarli, era straniero nel momento in cui avrebbe dovuto tracimare come da richiesta di curva, e, invece, non lo faceva, mai, quasi conoscesse il limite tra sé e l’eccesso, tra sé e la volgarità, tra sé e l’esempio sbagliato, portandosi dietro la piega della decadenza dopo la caduta dell’Impero romano, trascinando il ricordo della perdita, che diventava esercizio altezzoso agli occhi di chi non riconosceva la pena.

Di Bartolomei, era una forza percepita come estraneità. E per capirlo dobbiamo utilizzare uno straniero – rispetto alla romanità – Corrado Alvaro che, nel 1941, diceva: Roma è un mistero, una città specializzata nell’odiarsi e nel farsi odiare come la rappresentante della piattezza e dell’opportunismo più ostile, una mummia rimasta come eredità dei secoli, dove eternità era sinonimo di immutabilità. Roma era una lunga domenica della provincia italiana. E, mentre lo scrive, noi vediamo tutti i vizi alla moviola, percepiamo la calma delle penniche, e l’affido alle voci delle radio di una fede, acquisita o ereditata, assorbita o rifiutata, ma che comunque è là, riunita nel tifo per la squadra o contro, e in questa “guera”, in questa colluttazione sentimentale, c’è il bisogno di avere un condottiero, da esaltare, seguire, e criticare, riversando sul suo corpo: vittorie e sconfitte, colpe e meriti.

Un condottiero “dal cuore immenso / che alle risse non s’adegua” come lo descrive Fernando Acitelli, i cui difetti sono d’essere introverso e ieratico, uno che, appunto, non ama il combattimento, e poi c’era la lentezza, o la presunta lentezza, in un calcio che stava accelerando, che era in transizione: stava passando da una modalità a un’altra, e nonostante la trovata di Nils Liedholm di arretrarlo – estraniandolo da centrocampo e difesa: «certo che il barone ha un bel coraggio a mettermi dietro» – e salvarlo, dall’arrivo di Arrigo Sacchi. Non trovò un Carlo Mazzone a fare da WWF, ma prima il Cesena e poi la Salernitana, in un abbassamento che dal ruolo arrivava alle squadre, fino ad espellerlo dagli stadi.

Era straniero, e no, non lo hanno accolto, lo hanno tollerato, poco e male, nonostante i gol, le punizioni e l’infallibilità sui rigori. Facendone un simbolo per dimenticarlo più in fretta. Da venticinque anni si disegna il cerchio che porta dalla finale di Coppa Campioni persa dalla Roma contro il Liverpool allo sparo che gli ha tolto la vita, e ovviamente quel cerchio ormai si è fatto pozzo, e a scavare c’è sempre lo stesso corpo, le stesse parole, e la forza di gravità che c’ha spinto Di Bartolomei, quella stessa che aveva estremizzato la sua estraneità, che lo aveva espulso dal mondo del calcio, che gli rispondeva poco e male, o peggio con un muro, e che alla fine è corso a piangerlo.

A piangere il calciatore salesiano, con la faccia da antico romano che sembrava uscito dalle poesie di Belli e Trilussa, un ammonimento, una sentenza contro la caciara e la romanità compiaciuta. «No, non c’è un compagno cui sia particolarmente legato. Il calcio è spietato, non è tutto oro. Tra noi nasce sempre una forte rivalità, si sviluppa una competitività accesa. Lo so, non è bello, ma è così. Il rovescio della medaglia. In campo tutti uniti, tutti assieme, poi subito contro. I miei amici sono fuori dal calcio. È un bilancio un po’ amaro, ma credo inevitabile, realistico».

Quello che sembrava lo sfogo di un calciatore “troppo serio” era un manifesto d’un uomo dubbioso, sempre convinto di non farcela perché abituato alla riflessione, alla ponderazione, all’eccesso di ragionamenti prima del salto, al punto di sembrare Roberto Mariani, il personaggio di Jean-Louis Trintignant ne “Il sorpasso” di Dino Risi: «Qualche volta poi io ci provo a essere diverso, ma non posso mi sento bloccato». E allora Vittorio Gassman / Bruno Cortona gli dice: «Macché bloccato, ti sblocchi, no. Te butti fai come me». E lui replica: «Non è mica facile, sai. Io prima di buttarmi mi chiedo sempre dove andrò a cadere, così poi non mi butto. Sono un cretino». E Gassman lo assolve, inutilmente, prima di addormentarsi, sapendo di non poterne cambiare la natura: «No, che cretino, anzi sei in gamba, so’ io che so’ un balordo».

A dieci anni dalla partita più importante della sua vita, Roma – Liverpool, il 30 maggio 1994 si sentì: «chiuso in un buco», e se ne liberò sparandosi al cuore.  «Ho pensato di vincere questa Coppa dei Campioni, quando a cinque minuti dalla fine ho effettuato un gran tiro da fuori area. Ho visto la palla dentro e invece c’è stata una deviazione e la sfera è finita in calcio d’angolo. Ho avuto un gesto di rabbia. Poi siamo andati ai rigori, e la sicurezza è svanita. Temevo di perdere perché tutti avevano parlato della Roma favorita in caso di soluzione dagli undici metri, il mio gol dal dischetto purtroppo non è servito».

Agostino Di Bartolomei

È curioso che Di Bartolomei senta la colpa molto più dei calciatori che hanno sbagliato – Graziani e Conti, che poi saranno molto scorretti con lui da avversari, quando “Ago” andò al Milan, il primo con un pugno che non trovò reazione, il secondo con una negazione dell’amicizia passata che lasciò un livido più grande – in una disperata ultima occasione: andata perduta. Non gli basta aver vinto lo scudetto con la Roma, non gli basta essere il capitano di quella vittoria, voleva la Coppa Campioni, a risarcimento di una vittoria con la Nazionale che non ha avuto, di un posto occupato da Antognoni, e di una ostinazione bearzotiana verso lui e Pruzzo – inutilmente cannoniere (con 15 gol, davanti ai 12 di Edi Bivi del Catanzaro) nella stagione 1981-82.

Ma Di Bartolomei sapeva che il calcio poteva essere riprodotto facilmente come scrisse in un manuale uscito postumo: «Si può giocare in una piazza, per strada, su di un prato, basta avere 4 sassi per fare due porte e un pallone ben gonfiato (o anche un po’ sgonfio)». Nell’«anche un po’ sgonfio», c’è tutto Di Bartolomei, perché c’è l’eventualità che qualcosa non vada bene, che non si disponga della perfezione, e c’è anche l’invito a non arrendersi, a continuare a tentare, sebbene non ci siano le condizioni migliori.

Torna la preoccupazione e la previsione di tutto, tornano lo sguardo onnicomprensivo e la capacità di rimediare subito, come se fosse ancora in campo, come se fosse costretto – da ultimo uomo – ad inseguire un attaccante più veloce, come gli accade una volta con Mancini, e a soccombere, dimostrando più che il limite la solitudine: era una delle prime partite dell’esperimento Liedholm, contro la Sampdoria, e Di Bartolomei fu lasciato solo da Vierchowod, Nela e Maldera. «È vero, qualcosa non ha funzionato a dovere, specie in occasione del gol. Non voglio ripetere quello che dico da sempre: è inutile che mi si lasci da solo, a far da ultimo ostacolo. Mancini mi ha saltato perché ha preso velocità prima di me e soprattutto perché è stato aiutato dal vento; il lancio di Brady ha avuto la traiettoria falsata».

Agostino Di Bartolomei

Non cerca giustificazioni, “DiBa”, sta mettendo insieme i fatti, un misto di solitudine e avversità che sommando lo isolano, anticipando quello che succederà spessissimo nella sua carriera prima e nella vita poi. La dimostrazione che il pallone è legato alla fortuna e al sapere, allo spazio e all’individuo, alla disciplina e alla naturale predisposizione verso questa, e che ci sono le partite che anticipano le esistenze, e le esistenze che sovrascrivono le partite, in un disegno che non guardiamo, che magari ci incuriosisce per un attimo, uno solo, un pizzico d’anticipazione, senza farci vedere, però, quello che sarà. Il lancio beffardo di Brady come le gambe di Grobbelaar (il portiere del Liverpool) con le sue moine, e la velocità di Mancini come i rigori di Neal, Souness, Rush e Kennedy, e ancora una volta a rimanere solo, solo davvero, è Agostino Di Bartolomei, con una lacrima sul viso e un principio di tristezza in fondo al cuore.

Leave a Reply