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Se nasci Ancelotti, non puoi morire Sarri

By 9 Dicembre 2019

Il momento di Napoli e Juventus è la dimostrazione che i top club hanno bisogno di “gestori” capaci di amalgamare uno spogliatoio di fenomeni mentre le squadre medie necessitano di “maestri” di calcio in grado di sopperire col gioco a qualche mancanza tecnica?

Lo abbiamo sempre saputo, ma non ci abbiamo mai creduto. Quando raccontiamo che il calcio lo amiamo perché è una metafora della vita, ci dimentichiamo che lo è, eccome, anche in ciò che non ci piace. Anche, ad esempio, nel fatto che l’ascensore sociale, che pure è uno strumento potente e importante per rivoluzionare il mondo, funziona raramente. Anzi, quasi mai.

Nel calcio, poi, quell’ascensore è spesso guasto e rimane al piano da cui sei partito. E se sali (come Allegri dal Cagliari, Lippi dal Cesena e dal Napoli e vari altri, ma non troppi), poi non vuoi, né sai scendere. Alcuni, al piano alto ci si trovano da subito (da Capello a Zidane, c’è solo l’imbarazzo della scelta, ma in fondo pensate pure al ct della Nazionale Roberto Mancini) altri, invece, non ci arriveranno mai. Poi, però, a volte, di questa regola elementare qualcuno si dimentica.

Se l’è dimenticato la Juventus – e neanche una volta se pensiamo a Marchesi o Manfredi -, così come Maurizio Sarri. Lungi da noi il voler definire un punto in due partite con due squadre che hanno tra i migliori allenatori e gioco del campionato di serie A (De Zerbi e Simone Inzaghi), una crisi. La Juventus è prima nel girone di Champions e lo è diventata con ampio anticipo ed è a soli due punti dalla vetta (ha visto momenti peggiori, quando ad esempio proprio Sarri, in una vita precedente, mise 4 punti tra il Napoli e i bianconeri), ma questa leggera ed imprevedibile flessione qualcosa ci dice.

 (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Maurizio Sarri è la plastica dimostrazione di come le facce da cazzo (parole sue), che siano una o 18, non possono conquistare il Palazzo. Possono invece provare a somigliare a chi comanda e forse a farla franca. Ci è riuscito a Londra: prima hanno amato il SarriBall, poi dopo aver preso 10 gol a zero da Manchester City (Guardiola adora incensare Sarri per poi umiliarlo) e Bornemouth i tifosi (e dirigenti) Blues lo hanno odiato, infine Maurizio ha capito che doveva fare di necessità virtù e l’unica partita davvero sua è stata la finale di Europa League contro l’Arsenal.

Non aveva conquistato il potere, ma era diventato un potente, metamorfosi che si è compiuta a Torino, città nella quale ha mostrato una sola ora di grande calcio, ironia della sorte contro un Napoli arrendevole e che poi, comunque si è portato addirittura sul 3-3 prima di suicidarsi. Lui che con Allegri si beccava ogni settimana, ha capito cosa intendesse Max quando lo prendeva in giro per il bel gioco dicendogli che dalle sue parti era un lusso che nessuno avrebbe apprezzato: ha preso la squadra dell’ex Milan e Cagliari e l’ha fatta giocare come sapeva già, al massimo imponendole, nelle giornate migliori, qualche tocco in meno palla al piede. Ce lo immaginiamo il nostro farsi grasse risate vedendo Maurizio imitarlo in maniera peraltro goffa.

Ciononostante, il toscano nato a Bagnoli non è riuscito a evitare l’involuzione di Cristiano Ronaldo, perché se la Ferrari non l’hai mai guidata, la fai ingolfare. Maurizio è in ottima compagnia: pensate l’Inter dei Gasperini e dei Mazzarri, ad esempio, i fallimenti nella Milano rossonera di ottimi tecnici senza curriculum clamorosi, le vezzose scelte di emergenti fatte anche in altre capitali europee del calcio. Il Manchester United, per dire, gli ultimi trofei li ha vinti con Mourinho, anche se non ama ricordarselo, il Liverpool dopo Benitez ha dovuto aspettare Klopp, al Bayern le grandi coppe sono arrivate con i grandi vecchi, Real e Barcellona hanno vinto con Ancelotti, grandi campioni passati in panca o Guardiola (e Luis Enrique, lo Zidane blaugrana).

(Photo by Pier Marco Tacca Getty Images)

Vale, però, anche il contrario. Se da quell’ascensore si prova a premere un pulsante di un piano inferiore, apriti cielo. Inutile ricordarvi le dimissioni di Trapattoni a Cagliari – che, va detto, a momenti vinceva uno scudetto a Firenze, se non fosse stato per l’infortunio di Batigol e la testa bacata di Edmundo -, non abbiamo bisogno di tornare così indietro. Basta guardare a Napoli, in questi giorni, al tramonto, forse definitivo, di una carriera incredibile: Carlo Ancelotti, il suo fallimento più grande, lo ha vissuto, lo sta vivendo davanti al Vesuvio, perché ha pensato che potesse diventare oro tutto ciò che toccasse, ma si è dimenticato che era abituato a partire dal platino. Ha sopravvalutato un gruppo di giocatori e le sue doti da persuasore e ora si ritrova a un passo dall’esonero. Al di là di futili elenchi – potete però giocare e scoprire quante conferme a questa regola ci siano, in un senso e nell’altro – si deve trovare una risposta a questo trend quasi infallibile. Ed è più semplice di quello che pensiamo.

Zinedine Zidane, ad esempio, è un tattico mediocre, un mister poco allenante – i numeri e i dati riferiti alle prestazioni atletiche del suo Real sono piuttosto grigi -, le partite le vede poco e male, lo capisci dalle sue sostituzioni. Eppure ha vinto tre Champions di fila e nonostante una serie di figuracce ora contende a un Barcellona non al suo meglio la Liga (oltre ad aver passato, sia pur da secondo e con match deludenti, il girone di Champions).

É un fatto di DNA: Real, Juventus, Bayern, Milan, Barcellona, lo United e le poche altre regine d’Europa hanno un codice genetico preciso, impostato sulla vittoria, costi quel che costi. Zidane, che ha giocato nella Vecchia Signora come a Madrid, lo sa, ce l’ha dentro. É uno che se non trionfa ti prende a testate: ci ha vinto una finale mondiale colpendo due volte il pallone contro il Brasile usandola, ne ha persa una decidendo di scagliarla contro Materazzi. Del gioco, delle strategie, gli interessa poco: lui sa come trattare uno spogliatoio di campioni, i loro ego, sa chi emarginare e chi privilegiare, sa come motivarli e quando, invece, lasciarli perdere, non sa cos’è la gratitudine (vedi Gareth Bale) e sull’altare di una coppa sacrifica anche se stesso, se necessario. Max Allegri non ha nessun record significativo in tasca nell’albo d’oro juventino, ma con lui la società ha superato quello di scudetti consecutivi. Perché un top coach, sa anche quando perdere, sa che gli unici numeri che contano non sono le statistiche, ma la contabilità delle vittorie che rimangono nella storia del club.

 (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

In queste squadre non solo non serve un progetto tattico – l’unica vera eccezione, tra le big, è stato il Milan di Sacchi, ma spesso è dannoso. Dare compiti a casa a chi sa trovarti la soluzione delle equazioni più complesse solamente guardandole, è ridicolo e poco fruttuoso. Bianchi faceva allenare poco e nulla Maradona, ma lo faceva giocare tanto: scommetteva con lui chi avrebbe preso più pali, lo sfidava a palleggiare con un limone. Ecco Zidane sa come si fa, Sarri no. Lui al massimo può conquistare il cuore di uno come Higuain, uno che ha le qualità del top player, ma non ne ha il carattere. Così come vale il contrario: non avere un progetto tecnico e tattico di valore, complesso e ben definito, in realtà piccole e medie (come il Napoli, a dispetto di ciò che dicono i suoi tifosi, senza Maradona avrebbe un palmares peggiore del Parma), è un suicidio.

Il grande gestore, carismatico e capace di tirar fuori tutto dal fuoriclasse, non può fare lo stesso con chi è abituato a dare il meglio solo se fa il soldatino, a chi l’unica volta che ha avuto uno scatto d’orgoglio è per un isterico e imbarazzante ammutinamento contro un ritiro. Si definiscono allenatori da campioni, non in senso spregiativo, ma perché non si può disegnare geometrie precise, se in campo hai Picasso e Van Gogh, devi far correre i loro pennelli provando a ispirar loro la direzione giusta, a farli diventare squadra, senza perdere il loro genio. Trapattoni si vantava di aver lanciato Marocchino e Galderisi, per dire che non era solo uno da supersquadre, ma a parte la trascurabile carriera dei due, avrebbe mai potuto farlo senza poter contare sui Platini, i Gentile, i Cabrini, i Causio, i Matthäus e via dicendo?

L’illusione dei fenomeni allenati dal mago degli schemi ce l’ha venduta Sacchi e confermata Guardiola: ma ci è mai venuto in mente che quei geni hanno saputo trarre ottimi spunti da quegli insegnamenti – rivoluzionari e nuovi, va detto, e anche per questo efficaci -, ma poi senza Van Basten e Iniesta che inventano dal nulla poesie col pallone, le loro leggende sarebbero appassite prima del tempo? Berlusconi quando dovette scegliere tra Arrigo e Marco, non ebbe dubbi.

LaPresse.

Così come Sarri riuscirà mai più a ritrovare un gruppo volenteroso e di talento, ma senza eccellenze, a cui dire anche come mangiare a tavola? L’ha sempre saputo anche lui che a Napoli non ha mai provato a costruire un ciclo, ma ha cercato l’exploit alla Scopigno, alla Maestrelli, alla Bagnoli, alla Boskov, quelli che il dna provano a costruirlo per la stagione giusta. E di solito capita loro una volta nella vita. E non provate a dire che Fabio Capello ha dimostrato a Roma il contrario: se compri Batistuta (31 enne che costò 70 miliardi di lire), Emerson e Samuel condannando la tua famiglia al default, stai facendo un all in per essere grande, anche solo per un anno.

Allegri ha provato a spiegarci perché il suo Cagliari giocava bene e perché il Milan e soprattutto la Juventus erano inguardabili ma infallibili. Noi, inguaribili romantici, abbiamo preferito credere nelle favole. Anche se Sacchi non ha vinto più nulla, dopo il Milan (e andò vicino al mondiale solo perché Baggio fece un golpe tecnico e la squadra da Italia-Norvegia in poi giocò un altro calcio, non il suo) e che Guardiola ha fatto grandi numeri ma la Champions ora la sogna da troppi anni. Vincere aiuta a vincere. Fare spettacolo aiuta a fare spettacolo. Ma le due cose, raramente si mischiano. E, comunque, mai troppo a lungo.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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