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Una giornata in sala scommesse

By 17 Ottobre 2019

Un viaggio lungo un giorno fra le persone che, per bisogno o per noia, decidono di scommettere su qualsiasi cosa: dai cavalli alle partite simulate da un computer, passando per le serie minori romene. Un mondo che in Italia fa registrare un giro d’affari miliardario che, però, rischia di trasformarsi in una trappola per i più deboli

È una giornata di fine estate, e Milano, sempre attenta a cavalcare l’attualità, sembra intenzionata ad alimentare il dibattito sul clima offrendo un sole davvero troppo caldo per essere settembre inoltrato. L’idea di rinfrescarsi in un luogo chiuso è un sollievo, tranne se quel luogo è il centro scommesse in cui decido di trascorrere la giornata. Me ne rendo conto subito, giusto il tempo entrare. Immediatamente l’odore acre prodotto da un misto di fumo e sporcizia mi monta addosso; un’aria calda e stantia, tossica come quella di una cantina impolverata rimasta chiusa per anni si impregna ai miei vestiti, già vittime dei bollori del sole.

Il primo pensiero prodotto da quell’impatto ambientale è la straniante dicotomia di trovarsi in un locale che sorge a due passi dalla zona di Porta Nuova, cuore pulsante dell’avanguardismo cittadino, con i suoi grattacieli scintillanti e i suoi parchi verdi e curatissimi, eppure respirare l’atmosfera squallida di un bar del tardo novecento incastonato nella più remota e malfamata periferia.

È il progresso che corre così veloce da lasciarsi indietro tante cose, ma non solo. È l’anima intrinsecamente turpe di un luogo deputato all’esaltazione del vizio, che sembra conservare i tratti atavici del suo illegale predecessore, la bisca. Qualcosa di fosco ti assale una volta dentro, e allora basta poco per abbandonare lo stupore e realizzare che quel degrado non è affatto straniante, ma perfettamente conforme all’universo lussurioso che rappresenta.

La sala è piuttosto grande, e offre diverse sfumature del gioco. A mezzogiorno ci sono circa una ventina di persone: alcune sedute su poltroncine scalcagnate e immerse in un chiassoso chiacchiericcio, altre impegnate a giocare. Sono tutti uomini, la maggior parte di loro supera la mezza età ed è concentrata sugli schermi dedicati ai cavalli. Più tardi, parlando con uno dei gestori della sala, scoprirò che non è un caso, che le corse catturano soprattutto l’interesse dei più anziani.

LaPresse.

Tra loro, uno più degli altri colpisce la mia attenzione. È un uomo sulla sessantina che porta molto male i suoi anni, indossa una canottiera a righe orizzontali che si spegne maldestramente su jeans di due taglie più grandi della sua, ha lunghi e folti baffi da marinaio e dei capelli scarmigliati color cenere. Si chiama Marcello, e a quanto pare è tra gli assidui frequentatori della sala. È concentrato nello studio delle sue scommesse, come assorto in un rito, un momento intimo che provo a rompere per chiedergli informazioni sulla corsa che da lì a poco inizierà. Marcello non fa nulla per nascondere il disturbo causato dalla mia intrusione, e con un ringhio indispettito mi dice di scommettere su un cavallo di nome Anna Maria, che senza dubbio si aggiudicherà la gara.

La sicurezza con cui mi offre quella dritta, tuttavia, mi appare subito sospetta. Da una parte la sicumera con cui l’ha concessa lascia pensare che Marcello sia un vero intenditore, uno che difficilmente sbaglia; dall’altra quella stessa perentorietà comunica una certa inaffidabilità, è indice della lucidità precaria di chi si espone con eccessiva convinzione su un pratica così volubile come una scommessa. Non ci vuole molto per capire che Marcello è uno scommettitore seriale. Ne occorre di più per sapere che trascorre le sue giornate entrando e uscendo di continuo dalla sala. E che i soldi che scommette non sono suoi, ma di passanti a cui chiede l’elemosina battendo i marciapiedi della zona.

Al primo impatto potrebbe sembrare che le persone che frequentano la sala siano il riflesso perfetto di quella sensazione di marginalità che quest’ambiente restituisce: miserabili come Marcello per cui le scommesse sono una deviazione e un’opportunità di sopravvivenza, o altri che si aggrappano alla suggestione illusoria di presunti facili guadagni. Le cose non stanno proprio così. È sufficiente frequentarla per poche ore per rendersi conto che la sala non è il luogo dove confluiscono esclusivamente le speranze degli ultimi, e che quella stessa suggestione di mettersi in tasca qualcosa senza faticare – e che spesso sfocia in una dipendenza – in realtà è una cerniera che tiene legate persone vicino all’abisso ad altre che occupano un gradino molto più alto della scala sociale.

Il ragazzo in giacca e cravatta che è appena entrato, dall’aspetto ordinato e il fare composto, è solo uno dei tanti rappresentanti della classe media che ogni giorno passano da queste parti. Lavora in una banca poco distante dalla sala, e spesso trascorre qui quella che teoricamente sarebbe la sua pausa pranzo. I colleghi vanno a mangiare e lui va a giocare. Da solo, in segreto. E questa discrezione piuttosto desolante, è la spinta decisiva per riallargare la forbice delle disuguaglianze sociali che questo luogo è sorprendentemente in grado di annullare. Se persone come Marcello giocano alla luce del sole perché hanno poco e di quel poco nulla da nascondere, questo distinto lavoratore è costretto a rimanere occulto perché vittima della vergogna provocata dal vizio, che è obbligato a coltivare in silenzio per preservare una certa rispettabilità.

Per quanto costante nelle sue apparizioni, il ragazzo della banca non si annovera tra i campioni del non detto che bazzicano qui. Tra questi, i veri professionisti sono quelli che arrivano la mattina vestiti di tutto punto, con la borsa ventiquattrore e gli abiti ben stirati, e trascorrono la giornata in sala, presumibilmente consumando un inganno ai danni di qualcuno che li aspetta a casa, pronto ad accoglierli dopo una faticosa giornata di lavoro. Si tratta di vittime accertate di ludopatia.

In Italia, secondo l’indagine realizzata dall’Istituto Superiore della Sanità, sono circa un milione e mezzo, mentre un altro milione e mezzo presenta rischi di gioco patologico. Per evitare che il contatto quotidiano con quest’ambiente faccia cadere anche loro nella spirale del gioco d’azzardo, chi lavora in un centro scommesse è obbligato a seguire uno specifico corso sulla ludopatia, utile a conoscerne cause, rischi e conseguenze. Senza dubbio un esercizio essenziale, eppure, per cogliere la pericolosità del gioco e le terribili insidie che si nascondono dietro una parola e un concetto così ingenuamente infantile, basterebbe osservare l’uomo seduto in fondo alla sala, alienato da più di un’ora nel gesto meccanico di digitare compulsivamente i tasti di una slot machine da cui esce un jingle perfettamente studiato per entrare nella testa e ipnotizzare i giocatori.

LaPresse.

Marcello, il ragazzo che lavora in banca, gli impostori che fingono di andare a lavorare per chiudersi tutto il giorno qui dentro, l’uomo tenuto in ostaggio da una macchinetta sono una nutrita rappresentanza del giocatore patologico tipo. Tuttavia, non tutti quelli che passano dalla sala sono così. In questo calderone di dipendenza e perdizione, si trovano anche i cosiddetti “giocatori sociali”, persone che hanno il pieno controllo sulle attività del gioco e che, più candidamente, una volta ogni tanto tentano la fortuna.

Magari con la speranza di beneficiare dell’indulgenza del fato come accaduto a James Adducci, 39enne originario del Wisconsin che nell’aprile scorso ha letteralmente messo gambe all’aria la betting company William Hill, vincendo 1,28 milioni di dollari dopo averne puntati 85mila sull’imprevedibile successo di Tiger Woods al Masters, quotato 14 a 1 (probabilità 6%).

Un tizio seduto di fianco a me continua a imprecare. Non accetta di buon grado che i pronostici delle partite di un campionato rumeno minore su cui sta scommettendo live possano subire delle sorprese. Pare abbia la pretesa di definire il calcio come un’equazione semplice: chi è favorito deve vincere e chi è sfavorito deve perdere, per di più senza azzardarsi a segnare. Decido di spostarmi, e di avvicinarmi al gruppetto di ragazzi – tutti tra i 18 e i 20 anni – riunito di fronte agli schermi del calcio virtuale, l’attrazione più recente del centro scommesse. Sbarcate nelle sale solo tre anni fa, le scommesse virtuali hanno riscontrato subito l’apprezzamento dei giocatori – soprattutto i più giovani – , e il loro appeal è cresciuto vertiginosamente, soprattutto nell’arco dell’ultimo anno.

Il CEO di William Hill USA Joe Asher, James Adducci e il General Manager di SLS Las Vegas Paul Hobson (Photo by David Becker/Getty Images for William Hill US. 

Quelle proposte da questo centro sono di due diversi tipi: uno prevede che si scommetta su partite simulate da giocatori virtuali; l’altro, dalla natura più ludica e se vogliamo creativa, che le partite in questione si sviluppino su immagini (azioni e gol) riprese da partite realmente disputate dalle due squadre. L’Udinese-Inter che si è appena conclusa e su cui ho deciso di investire 2 euro puntando sulla vittoria dei nerazzurri, è inaspettatamente terminata 2-0 per i friulani grazie a un gol di Jankto (preso da un’Udinese-Inter del 2017) e uno di Totò di Natale (2013).

Epilogo che che avrebbe mandato su tutte le furie il tizio nervoso che sedeva poco fa accanto a me. Anche se diversi, dunque, entrambi i “giochi” virtuali si fondano sulla stessa prerogativa che l’esito della partita sia interamente deciso da un computer, senza che il fattore umano possa intervenire in alcun modo per considerare possibili fattori in grado di orientare la scommessa. Senza che nessuno studio, analisi, o approfondimento possa interferire nelle decisione su quale squadra scommettere i propri soldi. In buona sostanza, è azzardo allo stato purissimo, il trionfo del caso.

Da quello che dice il signore alla cassa, per i ragazzini è “un modo come un altro per divertirsi e ingannare il tempo”. Opinione che appare subito una minimizzazione, soprattutto considerata la velocità con cui si susseguono le partite (ne inizia una ogni tre minuti), che porta a perdere o vincere soldi in un tempo brevissimo, a seconda della dose di fortuna – unica componente in gioco – che in quel momento accompagna o meno lo scommettitore. Un chiaro caso di come la tecnologia, in alcuni casi, possa risultare perniciosa.

Proprio la tecnologia, e la conseguente rivoluzione digitale, hanno giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione del fenomeno delle scommesse, letteralmente esploso negli ultimi dieci anni. Sebbene quella delle scommesse fosse una pratica diffusa già ai tempi dell’Antica Roma, quando gli spettatori delle arene si dilettavano a puntare il loro denaro sull’esito delle lotte tra gladiatori o sulle corse delle bighe in quelle che all’epoca erano chiamate “spansiones” (scommesse), la cultura italiana in materia di betting ha origini decisamente recenti.

(Photo by Mark Makela/Getty Images).

Eccezion fatta per il Totocalcio, infatti, fu necessario attendere il 2 giugno 1998 per scommettere legalmente, quando il decreto ministeriale 174 regolamentò il settore. I Mondiali di calcio disputati in Francia quell’estate, furono il primo evento sportivo sul quale gli italiani potettero scommettere. Evidentemente ci presero gusto, vista la crescita esponenziale avuta negli anni, fino al crocevia decisivo costituito dall’avvento del betting online che, offrendo la possibilità di scommettere da qualsiasi luogo in qualsiasi momento, e rappresentando di fatto una tentazione perenne, portò a una vera e propria deflagrazione del fenomeno.

Dai dati pubblicati dall’Agenzie delle Dogane e dei Monopoli si evince che il volume di denaro giocato dagli italiani nel 2017 è di 101, 8 miliardi di euro, di cui circa otto miliardi sono finiti nelle casse dello stato. Numeri che, paragonati a quelli del 2008, quando il volume di affari corrispondeva a 47,5 miliardi, e a quelli del 2003, quando si attestava su 15,5 miliardi, testimoniano una clamorosa impennata. Uno sviluppo che appare ugualmente impressionante se si restringe il campo alle scommesse sportive, in particolare quelle sul calcio. Come documentato dalla nona edizione di ReportCalcio, lo studio della FIGC realizzato in collaborazione con AREL (Agenzia di Ricerche e Legislazione) e PwC (Price Waterhouse Coopers), la raccolta delle scommesse sul calcio è passata da 2,1 miliardi a 9,1 miliardi tra il 2006 e il 2018, di cui 3 miliardi giocati su rete fisica e quasi 6 miliardi giocati online.

Restando alle scommesse sportive, l’attrazione e il coinvolgimento sempre maggiore di migliaia e migliaia di giocatori, e i fiumi di denaro che hanno cominciato a circolare nell’universo del betting, hanno avuto come logica conseguenza il tentativo da parte di chi ha interessi economici nel settore di alimentare il più possibile la fiamma del gioco e soffiare forte sul vento di un fenomeno in continua espansione. Nel giro di poco tempo, scontrarsi con una pubblicità di qualche agenzia di scommesse, che fosse un’affissione, un pop up online, un cartellone a bordo dei campi di serie A o uno spot televisivo, è cominciato a diventare sempre più frequente.

Quasi senza accorgersene, è stato accolto senza troppe riserve il messaggio implicito che ognuno di quegli strilli presenti ovunque portava con sé, ovvero sia l’invito a giocare e scommettere dei soldi; è stato sottovalutato, o addirittura non considerato, l’effetto che un input di questo tipo avrebbe potuto avere su molte persone, e di quanto socialmente pericoloso avrebbe potuto rivelarsi, considerati anche i sopracitati numeri della ludopatia in Italia.

Foto LaPresse – Sergio Agazzi

Ci è voluto tempo per arrivare a interrogarsi sulla legittimità di quella manifesta sponsorizzazione dell’azzardo. Il governo, con un un moto di coscienza civile, ha deciso di porvi un freno nonostante le sue casse beneficiassero non poco di quella condizione. Con l’entrata in vigore del Decreto Dignità, dal 15 luglio 2018 in Italia è vietata qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro, comunque effettuata e con qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche.

Un intervento deciso, netto, che ha sollevato polemiche e causato incidenti finanziari per molti club di serie A, costretti a interrompere contratti di sponsorizzazione con le società di scommesse sportive. Come la Roma, che in allenamento utilizzava maglie in cui campeggiava il logo Betway, e che per la stagione 2019-2020 ha dovuto rinunciare a 15,5 milioni. Complessivamente, il decreto ha portato il sistema calcio a perdere circa 100 milioni di euro.

È stata soprattutto l’AGCOM – autorità peraltro incaricata di comminare le sanzioni ai committenti in caso di inosservanza delle disposizioni – ad avanzare dubbi sul decreto. Dopo aver pubblicato una serie di linee guida per specificare gli ambiti in cui la pubblicità del gioco d’azzardo sarebbe permessa (come i segmenti televisivi in cui vengono offerte informazioni sulle quote delle diverse società di scommesse sportive), lo scorso 24 luglio AGCOM ha pubblicato un documento di 31 pagine in cui illustra tutte le possibili criticità del decreto. In particolare, lo scetticismo e la preoccupazione per la vastità del suo intervento, colpevole di colpire tutto il sistema del gioco e rendere così difficile distinguere gioco legale da gioco illegale, discernimento su cui si è concentrata tutta la legislazione precedente in materia di gioco d’azzardo.

La conferenza stampa di Eusebio Di Francesco con il logo betway bene in vista (Luciano Rossi – LaPresse).

Per quanto la legge abbia provato a decelerare la sua corsa, il gioco d’azzardo, in particolare quello legato alle scommesse sportive, non ha subìto rallentamenti. Al contrario ha trovato terreno fertile nei social network, strumenti di condivisione e promozione molto più potenti e seduttivi di qualunque tipo di pubblicità tradizionale che il governo ha deciso di vietare. Se lo spot televisivo di una società di scommesse invitava a giocare con un claim accattivante, arrivando a toccare le corde ludiche di ogni possibile giocatore, i numerosi account sorti su Instagram e Facebook – e non riconducibili alle stesse agenzie ma a singoli individui – non solo stimolano a mettere mano al portafoglio e puntare, ma suggeriscono esattamente cosa scommettere per avere buone possibilità di portare a casa qualcosa.

E lo fanno con toni caldi, empatici, motivazionali, come se tutti i frequentatori della pagina condividessero la grande missione di avere la meglio sui bookmaker. “Sei un grande”, “cassaaa!”, “fammi vincere ancora, genio”, sono solo alcuni dei commenti entusiasti con cui i follower di queste pagine intendono ringraziare i loro guru. Una riconoscenza di cui questi stessi guru, come veri professionisti del social media marketing, si servono per fidelizzare i loro seguaci e incentivarli a unirsi alla comunità di scommettitori che è nel loro obiettivo creare. A corredo delle dritte per una schedina, infatti, ogni post è condito da un invito a entrare a far parte di un gruppo privato su altre piattaforme (in particolare Whatsapp e Telegram), per ottenere consigli speciali e unirsi a questa grande “famiglia” di giocatori.

Se questi account sono arrivati a creare fan base di migliaia di persone, è perché le dinamiche su cui si sviluppano intercettano i motivi che stanno alla base dell’inarrestabile espansione del fenomeno delle scommesse, che sembrano coincidere con alcuni dei mali dell’attualità: la noia, la precarietà e la solitudine, a cui le scommesse, e l’invito di queste pagine a prenderne parte entrando in una comunità, offrono una medicina ideale. Oltre all’attrazione per il gioco e la brama di vincere soldi in un modo apparentemente semplice e poco impegnativo, infatti, ciò che spinge gli adepti di questo nutrito gruppo di social-scommettitori – quasi tutti ragazzi tra i 18 e i 35 anni – a giocare con continuità sembra essere una continua ricerca di adrenalina, l’esigenza di vivere con più pathos le partite, come se quanto offerto dallo sport, e in generale dalla vita, non fosse abbastanza eccitante e coinvolgente.

(Photo by Julian Herbert/Getty Images).

Quella dei “bet influencer” è solo una piccola parte del vasto universo del betting che sorge oltre la porta di questo microcosmo fuori dal tempo che è il centro scommesse. Due mondi, quello reale e quello digitale, che tuttavia non corrono sempre su binari paralleli. Sebbene ormai chiunque voglia scommettere può comodamente farlo da ogni latitudine e con pochi click, spesso anche gli scommettitori online si concedono una visitina alla sala. Qui, la dimensione reale trasforma la scommessa in un cerimoniale che permette di consumare più lentamente l’impulso ludico, offrendo maggiore godimento nella soddisfazione del vizio o dello sporadico desiderio di tentare la sorte. È la stessa schedina – chiamata anche “bolletta” – a cambiare, a diventare materiale, un pezzo di carta che assume i tratti di un oggetto rituale da custodire e poi tenere con sé per celebrare il culto della scommessa. Il pavimento della sala, mentre sto per uscire, ne è tappezzato. Un cimitero di speranze tradite.

 

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