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Unai Emery ha ridato vita all’Arsenal

By 28 Maggio 2019
Unai Emery

Il tecnico ha creato una squadra vivace, frizzante e verticale, di rottura rispetto alla gestione di Arsene Wenger. Così ha restituito entusiasmo al pubblico e ai critici

L’Arsenal che si appresta ad affrontare la finale di Europa League contro il Chelsea è probabilmente la miglior versione dei Gunners dell’ultimo decennio. O meglio: è la miglior versione in relazione alle aspettative e alle condizioni avverse sotto le quali nasceva la stagione. Si conclude infatti il primo anno post-Wenger, che poteva essere di transizione, e quindi vuoto di risultati, invece è stato riempito da un buon quinto posto in Premier e, appunto, dalla possibilità di vincere un trofeo. Di più: dovesse arrivare la vittoria, l’Arsenal tornerebbe in Champions League dopo due anni di assenza, il che certificherebbe il successo del primo anno di gestione di Unai Emery, colui che è riuscito ad unire il necessario all’utile, e l’utile al dilettevole.

Emery è riuscito nell’impresa di cambiare l’Arsenal subito, di cambiarlo profondamente, e di cambiarlo in meglio. Ne aveva bisogno l’ambiente e la società, reduce da un governo lungo 22 anni: ricominciare da capo, per l’Arsenal, era ormai necessario ma il risultato era tutt’altro che scontato, vista la durata e la profondità del regno precedente che, ormai, era in osmosi rispetto alla squadra. Emery era chiamato ad un’impresa: rivoluzionare andando però per gradi, con rispetto del passato ma volontà di andare verso il futuro, abbinando quindi il tatto al coraggio.

Il tecnico spagnolo è partito dal campo: ha lavorato sulla squadra, modificandola, per coinvolgere nella rivoluzione l’intero ecosistema dell’Arsenal, composto dai tifosi, dalla società e dall’opinione pubblica. Ha assecondato l’esigenza di una rottura con il passato innestando gradualmente nei calciatori un nuovo modo di giocare e di pensare che potesse curare l’umore grigio dei tifosi e la rassegnazione che si era ormai creata nel club e attorno ad esso. Ha plasmato una squadra ritmica, Emery, di stampo britannico, nonostante lui non lo sia, perché era necessario coinvolgere il pubblico in qualcosa di nuovo, di più avvincente, di diverso. La squadra pensata dal tecnico spagnolo avrebbe dovuto attrarre, farsi notare attraverso un calcio frizzante a costo di subire gol e compromettere i risultati proprio perché il primo obiettivo era il recupero dell’entusiasmo dell’ambiente. La positività era la benzina necessaria per avviare il nuovo corso.

Il nuovo Arsenal, nel frattempo, è stata costruita per gradi, come da prassi per Emery, che fin dai tempi del Siviglia si è specializzato nel costruire da zero ogni anno le sue squadre, visto i principi di player trading su cui era basata la società spagnola allora guidata da Monchi. Anche all’Arsenal, nei primi tre mesi, Unai ha verificato le qualità dei suoi giocatori e nel frattempo ha introdotto in sequenza nuovi principi di gioco, quali la ricerca più immediata della profondità, la pressione organizzata, i movimenti codificati dei reparti, abbandonando contemporaneamente la ricerca del possesso che a tratti era diventata ossessiva e che per anni ha caratterizzato l’Arsenal di Wenger, rendendolo noioso agli occhi di una tifoseria nostalgica per il calcio ambizioso espresso dalla squadra nel primo decennio dell’allenatore francese.

La transizione prevedeva un dazio, era inevitabile, ma Emery è riuscito a contenerlo. Da questo aspetto dipende la positività del giudizio sul suo primo anno. Ha pagato in termini di permeabilità difensiva: durante la stagione, l’Arsenal ha concesso il fianco alle avversarie perché i dettami non erano ancora stati assorbiti, gli scompensi tattici erano evidenti in fase di transizione negativa e le qualità individuali dei difensori non riuscivano a limare i difetti. Ma a quel punto, il tecnico spagnolo ha utilizzato la tattica per avviare la seconda fase della rivoluzione: ha cambiato modulo, arrivando ad una sintesi a fine novembre e presentando per la prima volta in Premier, in casa del Bournemouth, la difesa a tre con l’inserimento di Holding al centro della retroguardia, supportato da Mustafi e Sokratis, e l’avanzamento di Kolasinac e Bellerin come esterni di centrocampo. Così ha moltiplicato le linee su cui disporre i giocatori, ha ottimizzato l’occupazione degli spazi, semplificando i compiti di ciascun giocatore e reparto e al contempo ha moltiplicato le linee di passaggio per l’uscita del pallone. L’Arsenal è diventato più snello ed efficace.

L’ultima fase del processo prevedeva la valorizzazione dei migliori giocatori, in particolare della coppia di centravanti a disposizione, ovvero Aubameyang e Lacazette. Grazie al nuovo sistema di gioco, Emery è riuscito a farli convivere, sfruttando il loro potenziale e, soprattutto, la loro intesa, senza compromettere in eccesso l’equilibrio di squadra: il 3-4-1-2 è così diventato il modulo di riferimento, anche se a volte Aubameyang occupava la fascia trasformandolo in un 3-4-3.

Unai Emery

Ma la coesistenza è diventata il punto di forza dell’Arsenal, in particolare nella cavalcata in Europa League: Emery non vi ha mai rinunciato a partire dalla partita di ritorno degli ottavi di finale contro il Rennes, dove ha ribaltato il 3-1 subito all’andata con un secco 3-0. I due attaccanti sono tra i cinque giocatori più utilizzati in stagione, entrambi con più di 3000’ a testa, e hanno consegnato alla squadra un bottino di gol invidiabile: 50 tondi in totale, su altrettante partite disputate, quindi in media un gol a gara è stato firmato dalla premiata ditta dell’Arsenal, praticamente il doppio rispetto alla scorsa stagione con Wenger, quando si fermarono a quota 24.

Emery ha il merito di aver valorizzato i giocatori chiave dell’Arsenal, ricostruendone nel frattempo l’identità della squadra e del club. Ha creato una formazione eccitante, viva, dopo anni in cui l’apatia era diventata la norma. Oltre alla coppia d’attacco, non per caso, ha voluto Torreira per il centrocampo e lanciato Guendouzi e Iwobi come prime alternative ai titolari: sono tutti giocatori ritmici, a loro agio nell’alta intensità. Il nuovo Arsenal è una costruzione coerente perché le caratteristiche dei giocatori sono adatte al tipo di gioco prodotto, e quest’ultimo è l’ideale calamita per riconquistare un pubblico che si era allontanato dalla squadra, o che addirittura la rifiutava.

È una versione diversa rispetto a quella che l’ha preceduta, ma si è rivelata subito efficace e il merito va ad Emery, il cui lavoro si è dimostrato ancora una volta efficace fin da subito. Il rischio era cambiare tutto troppo presto, disorientando un mondo che poteva voltare le spalle alle novità e rifugiarsi nella nostalgia e nelle vecchie abitudini. Invece, il futuro all’Arsenal è finalmente arrivato: forse tardi, ma meglio che mai. È questa la vittoria più grande per i Gunners, quest’anno. Più grande anche dell’eventuale Europa League.

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