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A che punto è la crescita di Federico Chiesa?

By 7 Giugno 2019
Federico Chiesa

Per l’attaccante viola questa doveva essere la stagione della consacrazione. Invece, dopo più di 100 partite con la Fiorentina, il suo gioco non sembra essersi particolarmente evoluto

Il nome al centro del mercato è sempre quello di Federico Chiesa. Questa volta, però, la situazione sembra diversa. Se nelle sessioni precedenti il suo possibile addio alla Fiorentina era più un intreccio di sondaggi e suggestioni, questa volta l’ipotesi del suo trasferimento si è fatta più concreta.

Uno scenario ribaltato nel giro di un paio di giorni, quelli passati dal comunicato ufficiale con cui la Fiorentina chiariva che Chiesa è legato da un lungo contratto e per questo sarebbe certamente stato il giocatore simbolo della prossima stagione, alla notizia del presunto accordo raggiunto dal giocatore con la Juventus per un quinquiennale da cinque milioni a stagione.

Le cose nel calcio possono cambiare in fretta. Lo sta scoprendo anche il giovane Chiesa, un ragazzo che si credeva un romantico («mi piace il calcio delle bandiere, ci sono giocatori che vivono il calcio come passione e amano legarsi per sempre a una maglia. Mi reputo tra questi»), e oggi realizza quanto fuggevole, di questi tempi, possano essere un’idea o un sentimento.

Sapremo presto se il suo passaggio in bianconero (o in un’altra squadra) si consumerà, se il neo proprietario Rocco Commisso inizierà il suo corso con una cessione illustre, e se il cuore di Firenze verrà scosso da un’altra dolorosa partenza dopo quelle di Baggio e dell’altro Federico, Bernardeschi, salpati dalle rive dell’Arno per raggiungere la terra più ostile per il popolo viola.

L’interrogativo più grande che circonda il nome di Federico Chiesa, tuttavia, non riguarda tanto la sua possibile destinazione quanto il suo valore come giocatore. Un dibattito infiammato dal prezzo del suo cartellino, che si aggira sui 70 milioni. Una cifra da molti considerata eccessiva per quanto mostrato finora, compreso lo stesso Chiesa: «penso di dover dimostrare sempre il mio valore, anche se questi numeri mi sembrano un po’ esagerati. La mia unica priorità è far vedere, domenica dopo domenica, chi è Federico Chiesa».

Chi è Federico Chiesa? Prima di tutto un calciatore di 21 anni con qualità evidenti. Il prematuro sbocciare del suo indiscutibile talento ha scatenato una narrazione a tratti agiografica, ed è stato dirompente per due motivi. Il primo riguarda le sue caratteristiche, che sin dall’esordio di tre anni fa allo Juventus Stadium (ah, il destino), arrivato a 18 anni e 10 mesi sotto la guida di Paulo Sosa, hanno colpito per la rottura con la tradizione italiana e sono apparse come un bagliore di luce che filtrava da un cielo nero.

Il calcio elettrico di Chiesa, il suo gioco iperintenso fatto di continui cambi di passo, dribbling, sterzate e accelerazioni fulminanti, è stato una scossa violenta, al punto di segnare subito un solco quasi antropologico con il prototipo del giocatore italiano, che nei migliori interpreti della sua scuola ha sempre trovato grazia e genio, visione e intelligenza calcistica, quasi mai tecnica in velocità, requisito essenziale del calcio contemporaneo. Per questa ragione, l’arrivo di Chiesa sulla scena è stato accolto da tutti come l’avvento di un messia, giunto a portare modernità in un calcio incagliato nel suo anacronismo, non solo strutturale, ma anche “tecnico” e “fisico”.

Il secondo motivo per cui Chiesa è stato esaltato dal primo momento per poi vivere un crescendo di encomi da parte di stampa e opinione pubblica, ha a che fare con il momento storico del calcio italiano, reduce da una terribile carestia di talenti che l’ha portato a toccare uno dei punti più bassi della sua storia con la mancata qualificazione all’ultimo Mondiale.

Immersi fino alle ginocchia in quel pantano, era bastato intravedere le qualità di Chiesa per renderlo depositario delle speranze nazionali. Un’investitura favorita dalla sua immagine di ragazzo d’oro, con i capelli in ordine e senza tatuaggi, che non sogna auto di lusso ed è poco social: un’aria immacolata che l’ha reso il testimonial perfetto per la rinascita azzurra.

Alla base dell’enfasi con cui viene tratteggiato Chiesa – che ha contribuito a far lievitare il suo valore di mercato – , c’è un giocatore luminosissimo che può giocare indistintamente come esterno offensivo di destra e di sinistra, che ha forza per strappare e resistere ai contatti, dotato di una grande gamba sul lungo e rapidità sul corto, che sa calciare con entrambi i piedi, ricevere palla addosso e attaccare la profondità, terribile nell’uno contro uno.

Tutte qualità che alle sue prime uscite avevano impressionato, trovando conferme nella continuità con cui le mostrava e lasciando credere che una volta acquisito conoscenze e disciplina tattica sarebbero potute esplodere e risultare devastanti.  Soprattutto perché molte delle sue giocate sul campo erano il prodotto dell’istinto, un approccio che col tempo e l’esperienza tende a diluirsi per lasciar spazio a un maggiore coinvolgimento mentale, a un lavoro cerebrale che freni la carnalità con cui un ragazzo giovane è inevitabile viva una gara.

Federico Chiesa

Nella sua prima stagione da professionista, appena maggiorenne, Chiesa mette insieme 34 presenze e 4 gol, un bilancio sorprendente in un calcio come il nostro in cui dar spazio a ragazzini promettenti è una rarità. Toccherà aspettare un’altra stagione, la successiva – in cui le presenze diventano 38 e i gol 6 – per cominciare a maturare l’idea paradossale che la più grande qualità di Chiesa sia al tempo stesso il limite su cui dover lavorare.

Chiesa gioca con una vivacità folgorante che spesso diventa frenesia. Riempie le sue partite di una quantità infinita di cose, belle e brutte, geniali e sciocche, è instancabile, e a tratti questa sua vitalità è incontrollabile e finisce per sfociare in tanti errori e scelte sbagliate. Per certi versi, è come se Chiesa giocasse in uno di quei campetti di periferia dove si usano le sponde, non c’è un attimo di sosta e spesso la partita diventa un gran casino. L’istinto è ancora il mezzo principale con cui si rapporta al gioco. Una smania che trova riscontro anche nelle sue statistiche: quest’anno, tra i giovani giocatori in Europa, è quello che, dopo Mbappé, ha calciato di più in porta, ben 133 volte, ma con una precisione che supera di poco il 35%.

Per trovare le origini di questa sua vorticosa esuberanza, potrebbe essere utile guardare alla sua biografia. Perché oltre ad essere evidentemente un tratto congenito, l’energia che mette in tutte le sue giocate è forse il risultato di una inconscia competizione con il padre Enrico, è il suo modo di assecondare il feroce desiderio di dimostrare di poter essere alla sua altezza – se non meglio – e affermarsi: «ho sempre sognato di essere come lui».

Federico Chiesa

È come se questa  responsabilità spingesse Chiesa a tentare di conquistare il mondo ogni volta che tocca il pallone. Una costante esigenza di incidere, il peso delle aspettative che si carica sulle spalle ogni volta che si ingobbisce e parte con le sue continue sgroppate. È anche il retaggio del conflitto che ha vissuto con la sua ambizione nel periodo delle giovanili, quando il suo talento ancora non brillava e spesso finiva in panchina.

Questo l’ha portato a coltivare un ossessivo focus su stesso, che forse è il motivo per cui tiene spesso la testa bassa quando ha il pallone tra i piedi. Il suo non sembra egoismo, ma piuttosto l’abitudine a condurre una battaglia personale per affrancarsi dall’etichetta del “figlio di” e riuscire ad emergere. E infatti quando si tratta di difendere è il primo a sacrificarsi, è sempre generoso, e il suo individualismo si cala perfettamente in una dimensione collettiva.

Qualche sceneggiata di troppo, quest’anno, gli è costata la fama di simulatore. Anche in questo caso, l’impressione è che il suo lasciarsi cadere facilmente non sia dovuto a un’eccessiva dose di malizia, ma al furioso coinvolgimento con cui vive la partita, alla fame con cui condisce ogni suo gesto, all’obbligo di lasciare sempre un segno. Una trance continua tradotta da quella bocca sempre aperta, dipinta nell’espressione incredula con cui reagisce ad ogni decisione sfavorevole strabuzzando gli occhi.

Questa era la stagione in cui ci si attendeva un passo in avanti nel suo processo di crescita. Vedere Federico Chiesa sul campo è sempre eccitante e divertente, e da come ha giocato alcune partite – soprattutto nel periodo tra gennaio e febbraio – sembrava che avesse cominciato a canalizzare meglio il suo enorme potenziale.

Di fatto, però, dopo tre anni e più di 100 partite in maglia viola, il suo gioco non si è particolarmente evoluto. Il Chiesa di oggi somiglia ancora molto, troppo, al giocatore spontaneo degli inizi. Uno stallo dovuto anche al contesto poco favorevole in cui si è trovato ad agire, una Fiorentina traballante ed eternamente confusa che ha mostrato tutte le sue debolezze dopo l’arrivo di Vincenzo Montella in panchina.

I suoi margini di miglioramento sono talmente grandi da generare un’attesa febbrile di vedergli compiere un netto salto di qualità, e da trasferire la sensazione che questo possa avvenire da un momento all’altro. Per fare questo scatto, Chiesa deve riuscire a spogliare un po’ il suo gioco, a concentrare parte di quelle infinite energie che spende in una partita nella pulizia del gesto tecnico, nella scelta del passaggio, nella concentrazione massima sulla finalizzazione e nella visione più corale del gioco.

Liberarsi da quest’ossessione di voler fare qualcosa di memorabile a ogni azione, forse, potrebbe aiutarlo ad essere più decisivo e sconfessare, così, chi gli rimprovera scarsa produttività. Chi sostiene che 70 milioni per un giocatore che nell’ultimo campionato ha segnato 6 gol e offerto 7 assist sia una cifra folle.

Forse la narrazione creata attorno a lui ha creato troppa aspettativa. Solo il tempo potrà dire se il suo talento troverà piena realizzazione o se i suoi limiti avranno la meglio frenandone l’esplosione. È assurdo, in fondo, pensare che Chiesa, a soli 21 anni, debba già essere sottoposto a un giudizio definitivo.

Foto: LaPresse.

Federico Corona

About Federico Corona

Federico Corona nasce a Milano da genitori catanesi. Giornalista professionista, ha lanciato progetti editoriali sul web, scrive di sport e umanità varia su riviste cartacee e digitali.

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