Feed

Antonio Conte spiegato da Antonio Conte

By 31 Luglio 2019
Antonio Conte

Oggi l’allenatore dell’Inter compie 50 anni. Ecco le sue frasi meno conosciute ma che riescono a spiegare al meglio il suo carattere e la sua filosofia di gioco

Ambizioso, competitivo, maniacale e vincente. Le parole di Antonio Conte, che oggi compie 50 anni (è nato a Lecce il 31 luglio 1969), rendono al meglio la mentalità di un allenatore che pretende sempre il massimo da se stesso e dagli uomini che lavorano con lui. Anche da calciatore non si poneva limiti. E da bambino rimase folgorato dalla nazionale di Bearzot del 1982, che vinse il titolo mondiale contro tutto e tutti. Quella, per l’attuale allenatore dell’Inter, fu la prima lezione che nel calcio e nella vita nulla è impossibile. Ecco un campionario di frasi emblematiche di Antonio Conte nel corso degli ultimi 26 anni, sin da quando era un eccellente centrocampista della Juventus e della nazionale.

«Mi fa piacere apparire titolare in tutte le formazioni possibili che stampano i giornali, ma sarà il campo l’unico giudice. Sono pronto ad assumere pienamente le responsabilità del ruolo» (30 luglio 1993, in ritiro con la Juventus).

«Ho letto che Sacchi cerca un valido incontrista, capace di buoni recuperi e buono nel gioco aereo: ebbene, penso di rispondere a tutti questi requisiti» (19 ottobre 1994, si candida per la nazionale).

«Vorrei chiarire una volta per tutte che non mi sento inferiore ai miei compagni di reparto convocati in nazionale, anzi… Sono il capitano della Juventus, ho vinto molto e giocato oltre 200 partite in serie A: penso che basti» (24 ottobre 1997).

«Lippi è un ex bianconero, appartiene alla storia della Juventus. Ma lasciamo perdere, non rivanghiamo il passato, ci sono state decisioni che non ho condiviso e basta. Ma mi pareva strano che in pochi mesi da campione mi fossi trasformato in un bidone» (18 marzo 1999, ricordando il periodo in cui Lippi l’aveva messo spesso in panchina).

Antonio Conte.

Ottobre 1995, Antonio Conte esulta dopo aver segnato nella sfida di Champions League contro i Rangers, terminata 4-1 per i bianconeri.

«Mercoledì giocheremo in quello che fu l’Heysel, lo stadio dell’incubo. Sono juventino dall’infanzia e quel giorno rimane scolpito nella mia memoria. Giocheremo lì e io dedicherò una preghiera alle persone scomparse all’Heysel» (12 giugno 2000, due giorni prima di giocare Belgio-Italia degli Europei a Bruxelles).

«Noi (della Juve, n.d.r.) abbiamo dimostrato da dieci anni che la differenza, spesso, l’hanno fatta altri valori, la voglia di vincere che non finisce mai, il gruppo, la capacità di soffrire» (3 settembre 2002).

«Si trattava di una proposta che non ho ritenuto adeguata. Ma forse questa è la decisione giusta, perché si sta chiudendo un ciclo» (27 maggio 2004, nello spiegare perché sta lasciando la Juventus dopo 13 anni da calciatore. Poco dopo appenderà gli scarpini al chiodo).

«Se non ci fosse il Voltaren non ci sarebbero campionati di Serie A, B e C, e neanche quelli interregionali» (16 dicembre 2004, intervista a Radio Radio durante il processo alla Juve per abuso di farmaci).

«Il segreto dei nostri risultati? Il lavoro duro in settimana, il sacrificio, la determinazione feroce, l’applicazione degli schemi e una disciplina anche fuori dal campo. In che senso? I miei giocatori devono avere una vita ordinata a livello alimentare e anche sessuale» (6 ottobre 2008, da allenatore del Bari).

Antonio Conte ai tempi del Bari (LaPresse).

«Totti? Per fermarlo userò una gabbia con il lucchetto» (25 novembre 2009, da allenatore dell’Atalanta).

«Conto su chi ha voglia di lottare con determinazione per questa maglia, chi non ne ha giri al largo. Io perdono una volta, la seconda è un affare molto più complicato» (28 novembre 2009, da allenatore dell’Atalanta).

«Noi ci dobbiamo riabituare alla parola scudetto, che fa parte della storia stessa della Juventus» (20 agosto 2011, da nuovo allenatore della Juve).

«Quanto fatto quest’anno deve essere punto di partenza per tutti, non di arrivo, e sono sicuro che tutti lo capiranno» (12 maggio 2012, dopo il primo scudetto vinto sulla panchina della Juventus).

«Mi è mancato l’odore dell’erba. Questi quattro mesi sono stati un dolore. Ma è stata un’esperienza formativa» (9 dicembre 2012, al rientro dopo la squalifica per il calcioscommesse).

«Come si ferma Messi? Con il fucile» (18 febbraio 2013 nel commentare l’imminente Milan-Barcellona).

«Se qualcuno pensa che mi accontento di questi due scudetti si sbaglia; io sarò ancora più feroce e determinato, voglio gente feroce, cattiva e determinata al mio fianco» (13 maggio 2013, dopo il secondo tricolore con la Juventus).ì

«Quando un giocatore esce dal campo, a meno che non sia in barella o con una gamba rotta, deve restare a guardare la partita insieme ai compagni. Altrimenti ci sarà una forte multa e il giocatore starà un mese fuori rosa» (24 settembre 2013, bacchettando indirettamente Andrea Pirlo che era uscito dal campo senza passare dalla panchina).

«La nostra dimensione, il nostro habitat è la Champions, non l’Europa League» (19 marzo 2014, da allenatore della Juventus).

«In battaglia si va per vincere senza guardare in faccia a nessuno. Quando vai in battaglia non ci sono né simpatie né antipatie» (28 maggio 2014, interrogato sulla sua presunta antipatia dopo il terzo scudetto vinto da tecnico della Juve).

«Chi arriva deve meritare di rimanere in nazionale altrimenti non avrò pietà per nessuno. Meglio perderne uno o due e conquistarne 25 piuttosto che perderli tutti» (31 agosto 2014, appena insediato da commissario tecnico della nazionale italiana).

«Non sono così presuntuoso da ritenermi diverso da grandi allenatori: il passato insegna che loro non sono riusciti a cambiare Balotelli. Starà al giocatore farlo, ma io non ho tanto tempo e, per certe cose, ne serve» (18 novembre 2014, da ct azzurro, sulla “gestione” di Balotelli).

«Io sono uno che prende il vento in faccia, se serve andare controcorrente e se vedo qualcosa che non va» (16 dicembre 2014).

«A questa Italia non basta fare le cose ordinarie, servono cose straordinarie: non dobbiamo sentirci appagati. La ferita di due anni fa deve ancora essere aperta sulla pelle mia e dei giocatori: al Mondiale vincemmo la prima partita con l’Inghilterra, poi uscimmo al primo turno. Ricordiamolo. E non accontentiamoci dell’ordinario, puntiamo allo straordinario» (13 giugno 2016, dopo la vittoria sul Belgio nella prima gara degli Europei in Francia).

«Sono nato sotto pressione, non ho paura della pressione. È normale quando sei un giocatore o un tecnico di una squadra importante come il Chelsea sapere che fino all’ultima giornata dovrai lottare per il titolo. Vince solo uno, ma il Chelsea ha l’obbligo di essere in corsa fino all’ultimo» (14 luglio 2016, al momento di diventare nuovo allenatore del Chelsea).

«Nella vita non si finisce mai di conoscere le persone… A volte basterebbe soltanto un minimo di riconoscenza. E di maturità» (24 ottobre 2017, in risposta ad Andrea Agnelli che aveva elogiato l’allenatore della Juventus Allegri “per la sua capacità di portare avanti un lavoro che per altri sembrava terminato”).

«Penso che quando ci sono commenti di questo tipo, commenti con i quali vuoi offendere qualcuno senza conoscere la verità, significa che sei un piccolo uomo. Forse è stato un piccolo uomo in passato, un piccolo uomo nel presente, e forse lo sarà, un piccolo uomo, anche in futuro» (6 gennaio 2018, riferito a José Mourinho, che l’aveva punzecchiato facendo riferimento alla sua squalifica per il calcioscommesse).

«Feci un lungo colloquio con Andrea. Gli dissi: “Il calcio di oggi si gioca con intensità. C’è la possibilità di entrare subito in Champions, ma bisogna riportare determinati valori. Il primo, per me, è il senso di appartenenza. Il giocatore non si deve mai sentire di passaggio, deve pensare di poter scrivere la storia della sua squadra”» (7 maggio 2019, intervista alla Gazzetta dello Sport in cui racconta il suo primo approccio con il presidente della Juventus Andrea Agnelli nel 2011).

«Tardelli è stato riferimento per me. Un tuttocampista con cuore, grinta, cervello, capacità realizzative. La squadra che mi è rimasta nel cuore è l’Italia dell’82. Ci fece innamorare, andò oltre i propri limiti contro l’Argentina, il Brasile. Fece capire anche a me, che ero un ragazzino che la guardava in tv, che niente è impossibile. Se hai idee, credi nel tuo lavoro e ci metti tutto te stesso» (7 maggio 2019).

«L’Inter è una squadra pronta per vincere? Sono una persona che non si pone limiti, dovessi pormeli creerei degli alibi in tutto l’ambiente. Nulla è impossibile, però dobbiamo anche sapere che per far diventare possibile l’impossibile c’è da lavorare tanto sul mercato, in campo, sulla mentalità» (7 luglio 2019, da nuovo allenatore dell’Inter).

Foto: Getty Images.

Adriano Stabile

About Adriano Stabile

Nato a Roma, giornalista professionista freelance e autore di una decina di libri, attualmente collabora con GQ Italia, La Stampa e la rivista Scenografia & Costume. Cura inoltre il sito storiadellaroma.it

One Comment

  • Nevio ha detto:

    Ottimo pezzo e ottima selezione. Piccola pignoleria non richiesta: la dichiarazione a proposito di Sacchi siamo sicuri che non sia dell’ottobre 1993 invece che del 94? Conte si auto-candida per un posto in nazionale nell’ottobre del 94, cioè vari mesi dopo il mondiale americano, che Conte stesso aveva giocato con Sacchi ct. Forse (ma potrei sbagliarmi io, in un eccesso di “precisionismo”) avrebbe avuto più senso farla l’anno prima. O forse nell’ottobre 95 Sacchi lo aveva messo fuori squadra preferendogli qualcun altro, boh.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
Cos'è l'equal pay? Ma, soprattutto, è davvero sostenibile?