Feed

Il purgatorio di José Mourinho

By 10 Luglio 2019

Era libero, eppure non ha trovato una panchina. Perché non ha saputo rinnovare se stesso. O perché ha provato a farlo troppo tardi

Lo scorso 18 giugno, ai microfoni di Eleven Sports, José Mourinho dichiarava di voler allenare una nazionale. È stata un’inversione di rotta tanto improvvisa quanto decisa rispetto al ritornello ripetuto durante tutta la carriera, ovvero che sarebbe diventato commissario tecnico solo nella fase finale della sua carriera, quando sarebbe giunta l’ora del prepensionamento, solo dopo aver terminato la lista di top-club da allenare. Il progetto di vita professionale di Mourinho era così solido ai suoi stessi occhi al punto da non ammettere dubbi fino all’anno scorso: all’alba dei Mondiali di Russia, in un’intervista a GQ, José affermava infatti che “era ancora presto per guidare una Nazionale”, perché non era stanco, aveva “bisogno di allenare tutti i giorni” e per di più il Mondiale è “un evento bellissimo”, sì, addirittura “il più importante assieme alle Olimpiadi”, sì, ma “dal punto di vista sociale”, ecco, non competitivo.

Il punto è che ai tempi, Mou era ancora l’allenatore del Manchester United e non considerava l’ipotesi di un futuro senza una panchina. I Mondiali, e per esteso le nazionali, in quel momento non erano altro che un hobby, niente di più di un passatempo, per definizione secondario rispetto al calcio dei club. Vuoi mettere la Champions League, il campionato, la routine quotidiana sul campo, la conseguente pressione, i riflettori accesi durante tutta la stagione e non solo a intermittenza. Mourinho non considerava le nazionali perché erano quanto di più lontano dalla sua concezione della professione.

In un anno è cambiata la sua posizione perché era necessario che cambiasse: José è stato esonerato dallo United e durante l’estate del rilancio nessuno lo ha ingaggiato, nonostante sia il miglior tecnico libero sulla piazza. Non è un caso che Mourinho, in questi ultimi mesi, si sia palesato al pubblico con una innaturale frequenza, tra tv, giornali e pagine web dedicate agli allenatori (The Coaches’ Voice, a cui ha concesso un intero speciale): ha voluto e dovuto rispolverare la propria immagine, non solo nei confronti della critica, ma anche verso i dirigenti dei club, cioè coloro che dovrebbero proporgli un nuovo lavoro.

Anche se non è arrivato un nuovo ingaggio, ha raggiunto questo obiettivo, almeno per chi ha avuto l’accortezza di ascoltarlo senza preconcetti: ha parlato spesso di tattica, di gestione dei giocatori, di idee manageriali, di principi di gioco, insomma di calcio in senso stretto, scrollandosi l’etichetta di allenatore consumato e inchiodato su concetti antichi e superati. José ha offerto contenuti interessanti che hanno modificato la rigida percezione che i più nutrono nei suoi confronti, ma che al contempo hanno generato un effetto distorsivo: se è vero che Mourinho non è soltanto “un motivatore” e un abile “comunicatore”, se davvero può proporre un gioco contemporaneo e futuribile come ha promosso e promesso in questi ultimi mesi, perché il suo Manchester United, ultima squadra allenata, era così drammaticamente vuota di qualsivoglia idea di calcio?

Il Manchester è il più grande fallimento della carriera del portoghese non tanto per i trofei conquistati, il cui valore è minore rispetto alle esperienze precedenti (né la Champions, né il campionato: al massimo ha alzato il trofeo che non avrebbe mai voluto alzare, cioè l’Europa League), quanto perché per la prima volta la squadra è sembrata priva non solo di principi di gioco riconoscibili e coinvolgenti, ma anche di quella intensità mentale che è stata il punto di forza di tutte le formazioni precedentemente allenate. Di fronte ad un mancato aggiornamento del suo gioco, o per meglio dire, di un vero e proprio rinnovamento, in un calcio in cui il gioco stesso è una chiave necessaria per essere credibili sia agli occhi dei tifosi, che della società e, soprattutto, dei calciatori, Mourinho a Manchester ha perso quell’aura di allenatore speciale che nella prima parte di carriera aveva fatto la differenza, perché tramite quest’ultima José riusciva a migliorare i giocatori e a estrarre da loro il massimo, o addirittura di più.

José sta pagando il dazio di un’esperienza negativa forse in una misura eccessiva perché questa esperienza ha confermato l’impressione degli anni precedenti, cioè la sua reticenza all’innovazione e di un’eccessiva gelosia verso il proprio credo calcistico. José ha imitato troppo a lungo se stesso, spinto dall’efficacia del suo metodo nella prima parte di carriera e dalla consapevolezza di aver creato un modo di allenare effettivamente innovativo per i massimi livelli. In effetti, ai tempi del Leiria e del Porto, Mou scardinò alcuni preconcetti sul training nel calcio, come la separazione rigida della sfera atletica da quella tecnico-tattica, e arrivò a teorizzare un’evoluzione dell’allenamento integrato che in quegli anni era già ampiamente utilizzato.

José Mourinho

Nella divulgazione calcistica dedicata, la sua proposta è stata denominata “periodizzazione tattica”, sottintendendo la priorità alla tattica rispetto alle altre componenti dell’addestramento, introdotta secondo una nuova formula a “scatola cinese”, dal principio generale al dettaglio e viceversa. Il calcio, però, va veloce e in pochi anni ha studiato Mourinho, lo ha raggiunto e infine lo ha superato, anche perché quest’ultimo non ha saputo proporre un’alternativa convincente. Si è ritrovato vittima della sua stessa creazione, anche perché i successi, per certi versi, lo hanno impigrito. Così le numerose proposte di calcio studiate a partire dal suo metodo ma snodate in diverse direzioni, sono diventate una versione aggiornata delle sue squadre e, contemporaneamente, uno schiaffo alla sua credibilità.

Mourinho ha sottovalutato, quasi ignorato, la sua più grande vittoria perché era l’unica intangibile: aver inventato un modus operandi. Essere, quindi, un modello di riferimento. Gli altri lo hanno studiato più di quanto lui abbia studiato se stesso. Altrimenti non avrebbe replicato gli stessi strumenti gestionali e retorici in ogni club in cui è andato dopo l’Inter, cioè una volta raggiunto l’apice, nonostante la profonda diversità dei contesti. Così ha creato un contrasto insanabile con l’ambiente del Real, del Chelsea, che nel frattempo non era più il suo primo Chelsea, e dello United, trasformandosi nella pecora nera, nell’uomo fuori dal contesto, nell’ospite non gradito. Prima, invece, era il padrone di casa perché si inseriva in contesti malleabili, da cui poteva plasmare la sua architettura.

Questa rigidità di approccio gli si è ritorta contro, trasformandolo in un allenatore fuori tempo, fuori dal tempo. La sua promessa è scaduta e il suo curriculum è ricco di skills che oggi sono ritenute secondarie. È un paradosso per un allenatore che, al netto di un paio di stagioni sbagliate, ha vinto decine di trofei, non fosse per la direzione in cui è andato il calcio nell’ultimo anno, confermata dall’estate in corso, ovvero quella in cui ad un tecnico si chiede la costruzione di un’identità di gioco prima che la conquista dei trofei. Il problema è che Mourinho è considerato come lui stesso voleva essere considerato, cioè un tecnico da risultato, che garantisce in poco tempo il colpo grosso.

José Mourinho

L’altra faccia della medaglia, prima superflua, è ora quella illuminata: Mourinho ha un impatto (troppo) estemporaneo sulle squadre, il suo lavoro non rimane, non c’è lascito per i suoi successori. I club oggi cercano allenatori in grado di lasciare una traccia permanente, che possa diventare la base dell’impalcatura. Questa traccia ha un valore superiore ad un “titulo” perché quest’ultimo, pur rimanendo nella bacheca, non migliora la squadra, al contrario dell’identità, che consente al club di fortificare nel tempo la sua immagine e di accrescere i guadagni.

L’apertura di Mourinho verso le nazionali rimedia al ritardo con cui si è mosso per modificare se stesso, ma è anche logica di per sé: infatti, da un certo punto di vista, allenando una selezione potrebbe sfruttare ancora al meglio la sua capacità di ottimizzare le risorse e costruire le premesse per conquistare un trofeo in tempi brevi, visto che tali sono quelli a disposizione di un ct. Ma José si sta presentando in una veste diverse non solo per i contenuti, ma anche per l’immagine. È più morbido e disponibile, in netto contrasto con l’allenatore alla ricerca dello scontro mediatico e del clima di avversità. Già negli ultimi tempi a Manchester, José aveva depositato l’arma dell’ostilità nei confronti degli avversari, direzionandola semmai verso la proprietà, incapace di costruire una squadra all’altezza né di assecondare sue richieste specifiche.

 

José Mourinho

Ultimamente, Mourinho ha sottolineato la volontà di accettare un progetto che, in prima istanza, “possa metterlo a suo agio” e un club in cui può “sentirsi felice, anche senza vincere”: la rinuncia alla vittoria è un pedaggio enorme per un allenatore che sulla vittoria ha basato una carriera, ed è il più grande segnale dell’intelligenza di Mourinho nell’adeguarsi ai tempi, seppur in ritardo, scardinando l’idea per cui non è in grado di produrre un bel calcio perché quest’ultimo era sacrificato sull’altare del risultato. Ma ora che ha cominciato a cambiare, si è trovato un mondo girato dalla parte opposta.

Il paradosso è che presto qualcuno potrà cambierà idea, chiedendo a José di fare ciò che ha sempre fatto, cioè portare il club ad un titolo in tempi brevi, con buona pace della ricerca di un’identità longeva e radicata. A quel punto, Mou giocherà la partita più importante della sua carriera: dovrà scegliere chi essere, se il vecchio José, o un’inedita versione aderente alla contemporaneità. Dovrà decidere quale versione si assumerà la responsabilità di non annacquare una carriera straordinaria. Una grande responsabilità, perché essere all’altezza di Mourinho è difficile soprattutto per Mourinho.

Leave a Reply