Feed

Che fine ha fatto l’uomo che ha rivoluzionato il calcio?

By 7 Gennaio 2020

Jean Marc Bosman ha perso tutto proprio quando sembrava avesse vinto. Perché la sentenza che porta il suo nome ha rivoluzionato il mondo del calcio, ma ha privato un mediocre giocatore belga della sua carriera, della famiglia, dei soldi, della possibilità di una vita normale

Se fosse un romanzo, la vita di Jean-Marc Bosman assomiglierebbe a “La Sofferenza del Belgio” di Hugo Claus, soprattutto per quel senso di debolezza esistenziale e sociale che attanaglia un’esistenza infelice, irrisolta e dominata da forze collettive più potenti, sulle quali il soggetto non ha alcun controllo. Un perfetto compendio sonoro alla lettura potrebbe essere il chamber-pop malinconico e popolato da anime inquiete dei Tindersticks. Se invece fosse un film, la scelta cadrebbe inevitabilmente su Jean-Marc Bosman: the Movie, titolo provvisorio di un documentario, nato da un’idea di David Ginola e prodotto dall’inglese BT Sport, le cui riprese inizieranno il prossimo febbraio.

L’occasione è il 25esimo anniversario della sentenza della Corte Europea di Giustizia sul caso n. C-415/93, conosciuta come sentenza Bosman, che cadrà nel dicembre 2020. Un pronunciamento dalle conseguenti devastanti, non solo per il mondo del calcio ma anche per il diretto interessato, che ha perso proprio nel preciso istante in cui aveva vinto. Perché dopo la battaglia legale si è disgregato tutto. La carriera, la famiglia, la possibilità di una vita normale. Anche i soldi sono finiti. Da tempo Bosman lotta contro un oblio che appare paradossale. Il nome ricordato per sempre, la persona dimenticata.

“Mi chiamavano Bobby”

Villers L’Évêque è un villaggio come tanti lungo la direttrice Borgworm-Liegi, nella parte francofona della regione dell’Hesbaye. Vita di provincia, smottamenti sociali di una classe media avviata all’estinzione. L’immagine fissa l’interno del garage di una casa anonima: attrezzi sparsi, una bicicletta appesa al muro, nessuna automobile. Sono passati tredici anni da quando Bosman accolse per un’intervista l’inviato dell’Observer in una villa con giardino e piscina, BMW nera tirata a lucido davanti al porticato e mobile bar ben fornito. “Mi è rimasto questo. A gennaio sono stato colto da un attacco di epilessia e nemmeno la bici posso usare. Se mia madre, che ha 90 anni e abita a qualche chilometro da qui, dovesse avere bisogno, chiamo un taxi. Ho meno soldi di quando iniziai a giocare. Il primo contratto lo firmai a 17 anni con lo Standard Liegi e fu un buon contratto: 100 euro al mese di stipendio (tutti i prezzi sono stati convertiti nella valuta corrente per facilitare la lettura, nda), più 500 di rimborso spese e 300 per ogni punto conquistato – all’epoca la vittoria valeva due punti”.

“Vengo ricordato come un calciatore mediocre, ma da ragazzo andavo alla grande. Mi chiamavano Bobby in onore di Bobby Charlton. Non ero uno tutto grinta e corsa, giocavo molto sull’intuizione del momento, tentavo la giocata. In tutte le nazionali giovanili belghe ero considerato tra i talenti più promettenti, e ho vinto un sacco di trofei individuali nelle giovanili dello Standard Liegi. In prima squadra c’erano Michel Preud’Homme, Eric Gerets, Simon Tahamata. Giocai un torneo a Nizza, battemmo in finale l’Inter 2-0 con una mia doppietta. A fine gara Raymond Goethals (il tecnico dello Standard, nda) mi disse che i nerazzurri avevano chiesto informazioni sul sottoscritto, ma che loro non mi avrebbero lasciato andare. Probabilmente fu il momento della mia carriera nel quale mi sentii più orgoglioso”.

Papà Bosman scaricava sacchi di carbone fino a quando perse il lavoro e si riciclò come autista di taxi. La madre, di origini slovene, all’età di 12 anni era stata deportata con la famiglia in un campo di concentramento. Sapeva leggere e scrivere a malapena. “Tutti mi chiedevano perché dopo aver chiuso con il calcio non mi fossi dedicato ad altro. Ma io non sapevo fare niente. Avevo abbandonato il liceo a metà, odiavo studiare e nessuno a casa aveva il tempo e la possibilità di seguirmi. Quella del calciatore era l’unica vita che mi ero sempre immaginato, fin da quando a dieci anni mio padre mi portava allo stadio a vedere lo Standard. Una volta in segreteria gli dissero di non farsi troppe illusioni sui ragazzi del vivaio, perché erano pochi quelli che sarebbero arrivati al professionismo, ma lui replicò: un giorno sentiranno tutti parlare di Jean-Marc Bosman”.

 

“Rompi la promessa e ti regalo due giocatori”

 (Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

In ogni storia destinata a fare la Storia c’è uno sliding doors. In quella di Bosman arriva da un’indagine della magistratura conclusasi con una pioggia di squalifiche. L’8 maggio del 1982 lo Standard aveva vinto il titolo nazionale dopo 11 anni battendo il Thor Waterschei. Due anni dopo emerse che i giocatori avversari erano stati comprati. “Gli anni successivi furono un caos totale: dirigenza azzerata, nessun progetto tecnico, contava solo la sopravvivenza del club. Non le condizioni ideali per far crescere i giovani. Così fui ceduto per 75mila euro all’altra società cittadina, il Royal Liegi.

Un buon inizio, la seconda stagione giocammo anche in Coppa delle Coppe. Poi le cose si deteriorarono. Una società francese, il Dunkerque, mi cercava e loro chiesero 375mila euro per il mio cartellino, ovvero cinque volte quanto mi avevano pagato. In Francia avrei guadagnato tre volte tanto, così rifiutai la proposta di rinnovo del Royal Liegi, quasi offensiva: 275 euro mensili, vale a dire il salario minimo. Finii fuori squadra e senza tutele. Non potevo allenarmi e non ricevevo un solo euro, in un’epoca in cui in Belgio non era previsto alcun sussidio di disoccupazione per i calciatori”.

“Un giorno ricevetti una lettera che mi comunicava il nuovo prezzo fissato per il mio trasferimento in Francia: 560mila euro. C’era un’altra società interessata a me, il Saint-Quentin, che mi aveva chiamato per un test match contro il Valenciennes. Non potei andarci perché quel giorno avevo l’udienza in tribunale contro il Royal Liegi. In seguito venni a sapere che il presidente del Royal Liegi, Andrè Marchandise, aveva contattato il suo collega francese, dicendogli che aveva intenzione di aprire in zona due magazzini per lo stoccaggio merci con la sua azienda, la Trafic. Poi aggiunse: rompi la promessa che hai fatto a Bosman e ti regalo anche due giocatori. La risposta fu negativa, ma poco dopo il Saint-Quentin fallì”.

Soldi e desiderio di rivalsa. Furono queste le motivazioni che spinsero Bosman a varcare la porta dello studio legale dell’avvocato Luc Misson a Liegi. Un personaggio vecchio stile con la barba e la pipa, nemmeno un grande appassionato di calcio. L’opposto di Jean Luis Dupont, giovane rampante che aveva da poco concluso il praticantato e che lo affiancava nel caso. Entrambi compresero subito che avevano tra le mani una potenziale bomba. Fu Misson a trovare la chiave per scardinare il sistema, appoggiandosi a uno studio legale di Bruxelles specializzato in diritto del lavoro. La sua intuizione giuridica di equiparare i calciatori ai lavoratori comuni dei Paesi UE, per i quali esisteva la libera circolazione all’interno della Comunità Europea, fece saltare il banco. “Non potevo avere la percezione di quello che sarebbe successo. Quando sentivo parlare di soldi, giravo tutto a Dupont, di quelle cose capivo poco. Mi trovavo con le spalle al muro e desideravo solo uscire dalla gabbia nella quale mi aveva rinchiuso il Royal Liegi. Oggi ho un altro avvocato, Renaud Molders, che lavora per lo studio di Misson. Quanto a Dupont (tornato sotto i riflettori per il ricorso contro il fair-play finanziario di Michel Platini), dopo la sentenza abbiamo preso strade diverse”.

“Non ho ucciso il calcio”

In Belgio il Centro Pubblico di Azione Salario (CPAS) coniuga il concetto di lavori socialmente utili con quello di reddito di cittadinanza. Il 1 luglio 2015 la commissione del CPAS ha revocato l’erogazione di tale sussidio (“inizialmente 700 euro mensili, quindi 577”) a Bosman, motivando che egli non compiva abbastanza sforzi per trovarsi un impiego. Per diversi mesi aveva lavorato come operatore ecologico presso il Comune di Awans, vicino a casa. “Ma con i tempi che corrono nemmeno i giovani hanno vita facile nel trovare lavoro, figuriamoci un over-50. Ho vissuto con l’indennizzo ottenuto dal processo, le donazioni di FIFPro (l’associazione internazionale dei calciatori, nda), circa 300mila euro, e di qualche giocatore. I Koeman e i De Boer mi hanno versato 3mila euro. Qualche tempo fa ho ricevuto una telefonata da Parigi. Era Veronique Rabiot, madre e manager di Adrien. Aveva da poco firmato un buon contratto con il Paris Saint-Germain. Mi diede 10mila euro in quanto, a suo dire, in quel contratto c’era anche qualcosa di mio. Oggi leggo che Rabiot gioca nella Juventus dopo aver rifiutato di rinnovare con il Psg ed essere finito ad allenarsi in disparte. Ma ha tenuto duro e adesso può godersi uno stipendio da 7 milioni di euro. Rispetto a trent’anni fa, è cambiato davvero tutto”.

Alcol, depressione, tasse non pagate, un processo per percosse nei confronti della (ex) compagna e cattivi investimenti (tra questi, una linea di magliette legate al suo caso, che nessuno ha comprato) hanno ridotto Bosman sul lastrico. “Ho commesso molti errori e non ho problemi a riconoscerlo. Ma la cosa che non riesco a mandare giù è il fatto di essere stato abbandonato dal mondo del calcio. Una volta un 18enne belga, di cui non ricordo né il nome né la squadra di appartenenza, di fronte alla richiesta del suo capitano di mettere dei soldi, replicò che Jean-Marc Bosman avrebbe potuto andarsene affanculo. Dovrebbero stendermi tappeti rossi, invece i giovani nemmeno sanno chi sono, e gli altri fingono di non saperlo. C’è chi mi accusa di aver distrutto il calcio, ma non è vero, l’ho solo reso più ricco. Con il risultato che loro guadagnano milioni e io vivo in povertà”.

(Nota dell’autore. Tutte le dichiarazioni di Jean-marc Bosman sono state rilasciate al settimanale belga Voetbalmagazine in un’intervista pubblicata la scorsa settimana).

 

Alec Cordolcini

About Alec Cordolcini

Da oltre dieci anni si occupa di calcio olandese e belga per diverse testate nazionali, dal Guerin Sportivo alla Gazzetta dello Sport, da Il Giornale a Rivista Undici. Ha pubblicato due libri: "La Rivoluzione dei Tulipani", dedicato al calcio olandese, e "Pallone Desaparecido", sul Mondiale 1978.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
Piatek farebbe bene a cercarsi una nuova squadra, meglio dirlo...