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Cosa può diventare Hirving Lozano

By 27 Agosto 2019

Cresciuto nel Pachuca e maturato nel Psv Eindhoven, il messicano si trova ora a un bivio. A Napoli capiremo se è destinato a diventare un giocatore in grado di fare la differenza o a rimanere un talento fine a se stesso

La carriera calcistica di Hirving Rodrigo Lozano Bahena – Rodrigo per la famiglia, Hirving o Chucky per i compagni e il resto del mondo – è iniziata dai padri maristi dell’Instituto Mexico di Colonia del Valle, quartiere di Città del Messico. Un luogo dove l’integrazione tra scuola e calcio è pressoché totale, visto che questi religiosi sono i primi a vivere il mondo del pallone con un’intensità che sfiora il fanatismo. In ogni città messicana ci sono istituti maristi che ogni anno organizzano tornei interscolastici diventati, nel corso del tempo, un appuntamento imperdibile per tantissimi scout del paese.

La svolta dell’ormai tradizionale storia del ragazzino di talento cresciuto giocando a calcio da mattina a sera ovunque fosse stato possibile, per Lozano è avvenuta lì, in una scuola cattolica costosa, ma all’epoca ancora alla portata del portafoglio della sua famiglia. Non sarebbe sempre stato così, perché in alcuni momenti le entrate provenienti dal lavoro nell’edilizia di papà Jesus e da quello nel settore tributario – in qualità di assistente amministrativa con contratto di collaborazione – di mamma Ana Maria avrebbero garantito ai quattro figli i fabbisogni di base e niente più. Per questo l’offerta del Pachuca non poteva essere rifiutata, nonostante gli 88 chilometri di distanza pesassero come macigni sulle spalle dell’allora 11enne Lozano. Pasti sani, una buona istruzione e allenamenti professionali rappresentavano una garanzia più che sufficiente per mettergli, pur a malincuore, le valigie in mano.

Il settore giovanile del Pachuca è quanto di meglio possa capitare a qualsiasi giovane talento messicano che aspira a una carriera da professionista. Il complesso si chiama Universidad del Fútbol y Ciencias del Deporte, ma il nome altisonante è per una volta una fedele rappresentazione della realtà, in quanto si tratta davvero della crema calcistica dei vivai messicani. Ci soggiornano circa 200 ragazzi, provenienti dalle oltre 300 scuole affiliate al Pachuca e sparse in tutto il paese. Oltre alle classiche infrastrutture da impianto sportivo ci sono camere da letto, scuole, un ospedale, una chiesa e un centro congressi – il padiglione Joseph Blatter – intitolata all’ex boss della Fifa.

Hirving Lozano nel match tra Messico e Svezia ai Mondiali in Russia del 2018.

Leggenda vuole che Lozano sia stato portato lì da Angel “El Coca” Gonzalez, lo scout scopritore di Cuauhtémoc Blanco. In realtà fu un collaboratore di Gonzalez, Cesareo Acosta, a intravedere per primo le qualità di colui che sarebbe diventato l’acquisto più costoso nella storia del Napoli, impendendo successivamente che venisse inserito nella lista dei tagli da effettuare – nel suo caso per una questione di fisico troppo gracile – stilata proprio dal suo superiore, in seguito licenziato dal Pachuca perché scoperto a chiedere soldi ai genitori in cambio dell’inserimento dei propri figli nel vivaio.

Lozano è cresciuto calcisticamente nel Pachuca ed è maturato nel Psv Eindhoven. Ma l’Olanda aveva svolto un ruolo fondamentale nella suo percorso già durante il periodo messicano. Tutto è iniziato quando Hans Westerhof, ex responsabile degli osservatori dell’Ajax, ha invitato Dennis te Kloese a fargli da assistente sulla panchina del Chivas Guadalajara. Il lavoro svolto da quest’ultimo lo ha portato, nel corso degli anni, ad assumere il ruolo di responsabile delle nazionali giovanili messicane, e in seguito quello di direttore generale della Federcalcio locale. Suo il progetto di “integrazione formativa” tra i club e la Tri creato con l’ambizioso fine di esportare i successi delle nazionali giovanili messicane in quella maggiore.

Te Kloese ha ribaltato le prospettive: prima i giocatori delle selezioni giovanili si aggregavano alla nazionale solo nei giorni antecedenti la partita. «Noi abbiamo cambiato la programmazione», dice l’olandese, «e oggi i giovani trascorrono almeno dieci giorni al mese in nazionale. Il tutto grazie all’attivazione di una serie di sinergie con le società». Queste ultime sono state stimolate nell’investire e potenziare i propri vivai anche dall’introduzione della Regla 20/11, che impone l’utilizzo di giocatori di età pari o inferiore a 20 anni e 11 mesi per un minimo di 765 minuti totali a stagione, pena la perdita di punti in classifica; e della Regla 10/8, che limita a 10 il numero di stranieri convocabili per una partita, e impone almeno 8 posti per i giocatori messicani.

Lozano, che nell’under 17 del Pachuca è stato allenato da Wout Westerhof (figlio di Hans), rappresenta per Te Kloese il giocatore-simbolo di questa nuova politica. «Ha accumulato un tale bagaglio di esperienza a livello internazionale», ha detto l’ormai ex dg della Federcalcio messicana (da qualche mese è passato ai Los Angeles Galaxy), «che non mi sorprende la sua velocità di adattamento al calcio europeo».

Con la maglia del Psv Lozano ha realizzato 40 gol in 79 partite.

Simbolo di una determinata filosofia ma già anche icona del paese, perché oggi nessun giocatore in Messico può vantare l’hype che circonda Hirving Lozano. Del resto, la sua carriera è finora stata un continuo crescendo, tanto a livello di club, quanto di nazionale. Con quest’ultima ha segnato il gol-qualificazione al Mondiale 2018 in quello che è diventato il suo stadio feticcio, l’Azteca, visto che proprio lì aveva fatto il suo esordio nella prima squadra del Pachuca (avversario il Club America) andando subito a segno.

In Russia Lozano non ha sfigurato, segnando anche un gol alla Germania, mentre l’ultima (vincente) Gold Cup l’ha persa per infortunio. Ne aveva vinta una quattro anni prima, la Concacaf under-20, chiudendo il torneo da capocannoniere. In cima ai re del gol ci sarebbe finito anche nel 2017 dopo aver segnato 8 reti in altrettanti incontri nella campagna di Champions Concacaf terminata proprio con il successo del Pachuca. Ma a quel punto, visti gli intrecci “olandesi”, era già del Psv Eindhoven, ormai da un paio di anni sulle tracce del messicano.

Le 34 reti e i 16 assist fatti registrare in due stagioni di Eredivisie hanno certificato il successo dell’operazione. Per gli amanti delle statistiche va aggiunto che, nel suo primo anno al Psv, Lozano ha segnato in 7 delle sue prime 8 partite in campionato, per una performance che sui campi olandesi non si vedeva da 60 anni e la quale, pertanto, non era riuscita nemmeno a grandi nomi quali Romario, Ronaldo, Van Basten, Bergkamp, Kluivert. Interessanti i suoi numeri in Champions League: 6 partite, 2 reti e il maggior numero di falli subiti (24) nella fase a gironi, secondo solo a Neymar (34). A livello generale, in due stagioni ha subito 139 falli, causando l’ammonizione e/o l’espulsione di 53 avversari. Innegabile una certa malizia – infatti in Olanda si è costruito una discreta fama di tuffatore – ma restano comunque dati da non sottovalutare.

Lozano è cresciuto in un sistema tattico ben definito, il 4-2-3-1, venendo impiegato in tutte e tre le posizioni dietro la punta. In Olanda, nel 4-3-3, ha giocato esclusivamente come ala, in prevalenza a destra. Si è trovato meglio con Phillip Cocu che con Mark van Bommel: l’attuale allenatore il Derby County lasciava più libertà di movimento ai giocatori, e soprattutto gli attaccanti erano spronati a seguire in campo il proprio istinto; l’approccio di Van Bommel è invece più rigido, con precisi compiti assegnati e altrettanto precisi movimenti da svolgere. Ha funzionato nella prima parte della stagione 2018/19, quando il Psv vinse addirittura 16 delle prime 17 partite disputate, prima che gli avversari cominciassero a prendere le misure agli schemi dell’ex Barcellona e Milan determinando il crollo della squadra, superata dall’Ajax nella volata scudetto. Una spirale negativa che permane tuttora, vista la sconfitta in Supercoppa d’Olanda e l’eliminazione nel secondo turno di Champions per mano del Basilea.

In questi otto mesi di difficoltà si è visto l’altro lato di Lozano: egoista, passivo, fuori dagli schemi della squadra. L’impressione è stata quella di un giocatore che soffre gli schemi troppo rigidi e funziona solo quando la squadra gira bene, ma incapace di raddrizzare le giornate storte con una giocata. Esemplificativo, da questo punto di vista, il match del Sant Jakob Park dello scorso 30 luglio, dove è stato sostituito dopo 76 minuti di nulla. Ovviamente il calo di rendimento non può inficiare il giudizio complessivo sul suo biennio olandese, ma rappresenta un campanello di allarme da non ignorare.

Lozano ha vestito 35 volte la maglia della nazionale messicana, 9 i gol realizzati.

Maarten Wijffels del quotidiano Algemeen Dagblad ha scritto che Lozano si trova nella via di mezzo che da un lato porta a Luis Suarez e dall’altro a Balasz Dszudzsak. I nomi non devono trarre in inganno: questa storica penna del giornalismo olandese si è focalizzata sul concetto di evoluzione. Ai tempi dell’Ajax, Suarez assomigliava molto a Lozano come tipologia di giocatore, ovvero un’attaccante esterno mobile e rapido, dal temperamento pepato, forte nel dribbling e capace di segnare in ogni maniera. Nella sua prima stagione ad Amsterdam l’uruguagio segnò 17 reti, lo stesso numero del messicano. Poi si è gradualmente trasformato in un attaccante completo di caratura mondiale, diventando il più longevo partner d’attacco di Lionel Messi (e non è la cosa più facile di questo mondo).

Dszudzsak per contro (11 reti al suo debutto in Eredivisie, ma più assist rispetto agli altri due), a dispetto di qualità tecniche indiscutibili, ha continuato a divertire e divertirsi sulla fascia senza però mai diventare un giocatore in grado davvero di fare la differenza nel medio-lungo periodo. Scollinati ormai da tempo i trenta, Suarez è al Barcellona, Dszudzsak negli Emirati Arabi Uniti. A Napoli, la traiettoria intrapresa da Lozano comincerà a delinearsi con maggiore chiarezza.

 

Foto: Getty Images.

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