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È il Napoli la vera anti Juventus?

By 24 Agosto 2019

Negli ultimi 6 anni il Napoli è arrivato solo una volta fuori dal podio. Ma per contendere lo scudetto a questa Juventus bastano davvero la continuità e la solidità delle ultime stagioni?

Scrivere di una squadra anti-Juventis in Italia è utopico. È stato utopico 5 anni fa quando Antonio Conte prese in mano la Nazionale lasciando a Massimiliano Allegri l’eredità di 102 punti e «10 euro per mangiare in un ristorante da 100». È utopico anche  oggi, quando mancano poche ore all’inizio del campionato, con i bianconeri che hanno vinto 8 scudetti consecutivi, hanno perso finali di Champions League negli ultimi 5 anni e hanno portato a Torino  Cristiano Ronaldo.

Ma se è utopico decretare un’anti-Juve, è altrettanto vero che se c’è una certezza in Italia alle spalle dei bianconeri, questa è il Napoli. Una squadra costruita lentamente, con strategie oculate di mercato, da Aurelio De Laurentiis che, alla vigilia della sedicesima stagione come presidente, si trova all’apice del suo secondo ciclo gestionale.

Se il primo era, infatti, servito a risalire rapidamente dalla C alla A regalando ai propri tifosi godimenti saltuari nella massima serie (le vittorie in casa della Juventus, il San Paolo inespugnabile con le big, i gol all’ultimo respiro, le folate caracollanti del Pocho Lavezzi), il secondo si è perfettamente inserito nelle logiche di mercato volte a incrementare il valore complessivo della rosa: i due anni di Benitez, i tre di Maurizio Sarri e il primo di Carlo Ancelotti hanno portato nelle casse della società milioni di euro che De Laurentiis ha progressivamente investito consolidando una squadra che negli ultimi sei anni è scesa soltanto una volta dal podio.

(Foto: Massimo Paolone/LaPresse).

Se Benitez ha portato (con la propria fama) Albiol, Callejon e Higuain (all’epoca esuberi del Real Madrid) e Mertens dal PSV in in un club dall’impronta calcistica tutto sommato “provinciale”, Maurizio Sarri ha costruito sul biennio dello spagnolo il mini ciclo (triennale) forse più bello esteticamente del nostro calcio, sfiorando per due volte un’impresa che pareva impossibile da ottenere: prima sull’onda irrefrenabile del Pipita con 36 gol, poi sul consolidamento di una macchina perfetta di cui si possono recitare a memoria i nomi dell’undici titolare.

In questi tre anni, tuttavia, la vittoria non è mai arrivata e dopo la scommessa del toscano, Aurelio è tornato a puntare sul grande nome in panchina. L’arrivo di Carlo Ancelotti, però, non è conciso con la campagna acquisti che ci si aspettava per un tecnico di caratura internazionale deludendo gran parte della tifoseria che nell’ultimo anno ha di fatto abbandonato lo stadio, rimproverando al presidente uno scarso attaccamento e un’attenzione più per gli interessi personali e quindi per il Bari, la nuova creatura salvata e da rilanciare nel calcio italiano.

Mentre il San Paolo veniva disabitato (dallo stesso De Laurentiis che non si è quasi mai presentato allo stadio), il Napoli di Ancelotti ha faticosamente cercato una propria quadratura. E l’ha trovata. Partendo dal diktat del 433 sarriano, il Napoli di Ancelotti s’è presto trasformato in un 442 estremamente fluido affidando all’esterno sinistro (Fabian Ruiz o Zielinski) il compito di interpretare lo spazio alle spalle delle punte.

(Foto Massimo Paolone/LaPresse).

L’entusiasmo crescente del girone d’andata, di una squadra a tratti incriptabile che coniugava estetica ed efficacia, si è spento all’improvviso sul gol sbagliato all’ultimo istante da Milik a tu per tu con Alisson e che avrebbe proiettato il Napoli agli Ottavi di Finale di Champions League, spedendo la futura vincitrice della manifestazione in Europa League. Il calcio. Da quella partita, infatti, il Liverpool ha iniziato una marcia trionfale mentre il Napoli si è dissolto. O meglio, decostruito.

Il rientro difficoltoso di Ghoulam, il caso Allan, la partenza di Rog, l’addio inaspettato di Hamsik, l’infortunio di Albiol e i problemi muscolari di Insigne hanno inevitabilmente proiettato il Napoli in un girone di ritorno di transizione, a tratti veramente anonimo, in cui Ancelotti ha sperimentato. Molto. Una sperimentazione che, grazie a un campionato decadente, ha consentito comunque al Napoli di aggiudicarsi senza troppi affanni la seconda piazza, mentre la Juve dominava e l’Inter crollava. Una sperimentazione che, di fatto, ha incrementato il valore di mercato della rosa, fornendo al contempo certezze ad Ancelotti e alla società.

Nel corso della stagione, infatti, si è potuto osservare un Napoli sempre più offensivo con terzini alti e la presenza in contemporanea di Callejon, Mertens, Insigne e Milik. L’ultimo mese, in particolare, ha restituito al Napoli il Ghoulam ammirato nella stagione 2016/2017 (uno dei migliori terzini al mondo) e un Fabian Ruiz semplicemente dominante come ha dimostrato d’esserlo nel campionato U21 stravinto, aggiudicandosi tra l’altro il premio di MVP.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images).

Blindati i pezzi pregiati (Koulibaly e Allan), riconfermato il polmone tecnico (Callejon, Insigne e Mertens), dato l’addio al non più imprescindibile Albiol, il Napoli ha sostanzialmente condotto un mercato coerente con la propria tradizione, ma di fatto inconsueto nel modus operandi. Sono arrivati Di Lorenzo, il miglior terzino destro italiano nell’ultimo campionato, e Kostas Manolas, uno dei difensori centrali più forti della Serie A. Per il greco è stata pagata l’intera clausola rescissoria a una diretta rivale come la Roma – un atto di forza tipico della dirigenza juventina – alla quale è stato venduto Diawara, a sua volta rimpiazzato dal turco Elmas (classe ’99) in grado di ricoprire tutti i ruoli del centrocampo.

Tre operazioni di mercato intelligenti che, fin da luglio, hanno dato nelle mani di Carlo Ancelotti pedine adatte per percorrere la strada intrapresa nell’ultimo scorcio di stagione, ovvero di un Napoli che vuole dominare il match, con un centrocampista duttile, un difensore centrale abile ad attaccare alto e un terzino di spinta che si giocherà il posto con Malcuit (bocciato Hysaj, in vendita).

Di fatto, però,  il mercato del Napoli si è fermato a metà luglio, un mese fa. I colpi James Rodriguez e Icardi non si sono concretizzati per volere di Aurelio De Laurentiis che ha confermato la propria linea cinica e poco umorale in fase di mercato, prettamente imprenditoriale. Un atteggiamento che ha inasprito il rapporto con la tifoseria – il Napoli è la terzultima squadra per abbonamenti venduti nonostante i prezzi abbassati – ma che negli ultimi giorni ha consegnato nelle mani di Ancelotti Lozano (finanziato con le incredibili plusvalenze di Inglese e Vinicius), mentre è sempre più probabile l’arrivo a P0 di Llorente.

Napoli

(Foto Massimo Paolone/LaPresse).

Due profili internazionali che colmano vuoti presenti da anni nella rosa del Napoli: l’attaccante di peso in grado di entrare dalla panchina, giocare sporco e incidere realmente per l’economia della squadra; un giocatore offensivo in grado di far respirare, senza rimpianti, Mertens e Callejon, molto probabilmente al loro ultimo anno in azzurro.

Ma può bastare questo mercato, forte, per considerare il Napoli una reale anti-Juve? No. Almeno sulla carta, dove la panchina (da sfoltire) dei bianconeri appare qualitativamente superiore in ogni reparto. Basta prenderne uno per ruolo per intenderci: Buffon, De Ligt almeno in partenza, Ramsey, Mandzukic e un jolly come Cuadrado. In attesa del tentativo finale per Icardi che estrometterebbe uno tra Dybala e Higuain. Che comunque sono Dybala e Higuain.

Insomma, se la profondità della rosa suggerisce ampiamente che non c’è partita tra la Juventus e le altre , c’è un elemento che invita alla riflessione più del ragionamento sui singoli individui: la confidenza. Il Napoli, per la prima volta, si presenta ai nastri di partenza con pochi punti deboli (manca un vice Allan che potrebbe essere ricoperto a sorpresa da Callejon) e molti punti di forza. Con più certezze e meno dubbi (Ghoulam tornerà quel Ghoulam?). E lo può fare quasi in esclusiva, sfruttando la continuità della guida tecnica che non appartiene alla Juventus, e neanche all’Inter, al Milan e alla Roma che negli ultimi 5 anni puntualmente venivano più accreditate del Napoli.

Napoli

(Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Non solo. La conformazione della terza e della quarta fascia della Champions League potrebbe regalare al Napoli un girone decisamente meno competitivo rispetto all’ultimo anno, offrendo ad Ancelotti la possibilità di consolidare fin da subito i propri meccanismi attuando un turnover non più esplorativo, bensì registrato a creare delle stabili gerarchie su cui modellare fin da subito la stagione.

Sarà, infatti, la “sola” solidità tecnica minuziosamente costruita in questi sei anni a poter vestire il Napoli di sogni scudetto. E non saranno arrivati gli altisonanti James e Maurito, ma mai come quest’anno il Napoli ha una rosa matura e completa per poter incominciare a macinare punti fin dall’inizio e non perderli fisicamente nel logorio della stagione.

E se questo accadrà, a quel punto sarà anche una questione mentale. Quella che non può essere preventivata tra queste righe. Quella che tradì il Napoli di Sarri a Firenze dalla quale, tra poche ore, incomincia il campionato del Napoli che sancisce la fine della seconda fase dell’era De Laurentiis. O si vince o si dovrà ricominciare da zero. O Come direbbe Massimo Troisi, da tre.

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