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Dieci temi sul momento di Carlo Ancelotti (e del Napoli)

By 4 Novembre 2019

Perché il Napoli e il suo allenatore stanno faticando così tanto?

Consolandosi con Liverpool e Salisburgo (che potrebbe dargli una boccata d’ossigeno, perdendo al San Paolo e consegnandogli gli ottavi di Champions League con due turni d’anticipo), lamentandosi di arbitraggi che in ogni match fanno scontare agli azzurri la simulazione di Mertens a Firenze, più o meno tutti avevano (e avevamo) fatto finta di niente. La sconfitta a Roma, in una partita cruciale per la lotta per un piazzamento Champions, la disfatta soprattutto caratteriale all’Olimpico ha aperto però in maniera clamorosa la crisi della Società Sportiva Calcio Napoli.

Due punti in tre partite, settimo posto, undici punti lontano dalla vetta, sette in meno persino rispetto al primo anno di Carlo Ancelotti, senza scomodare quelli di Maurizio Sarri, che il confronto sarebbe impietoso e ingeneroso. Numeri che al di là di errori arbitrali macroscopici (due rigori non fischiati che diventano reti avversarie decisive con Cagliari e Atalanta, un altro non fischiato a Torino su Ghoulam, due pesi e due misure nella valutazione di falli identici ma avvenuti in stadi diversi) e di una sfortuna non trascurabile – Il Napoli di Ancelotti viaggia verso i 40 pali in neanche una stagione e mezza (dieci in più della seconda in questa speciale classifica, con Mertens e Milik che con sette complessivi sono i primi due in questa graduatoria quest’anno!) – segnalano un problema importante in una delle realtà migliori del calcio italiano, mai così in basso negli ultimi cinque anni. Ed incredibilmente ad avere le maggiori colpe sembra essere l’uomo della Provvidenza, il grande colpo post Sarri, l’allenatore italiano più vincente di tutti.

Proviamo a mettere in fila tutti gli sbagli di Carlo Ancelotti, sottolineando che chi scrive pensa che sia tra i migliori mister degli ultimi decenni e che saprà, anche questa volta, tirar fuori dal cappello le giuste soluzioni, che siano alberi di Natale o Zlatan Ibrahimovič o un pranzo con uno dei suoi campioni a spiegar il palla lunga e pedalare con un agnolotto e due posate, come fece con David Beckham parecchio tempo fa.

Il mercato

Per la prima volta Aurelio De Laurentiis ha lasciato decidere (quasi) tutto a un suo allenatore nella sessione estiva del calciomercato. Il presidente e il ds Giuntoli volevano Kouamé, Carletto ha preteso Hirving Lozano, di cui si innamorò da seconda voce in telecronaca agli ultimi mondiali; i due dirigenti cercavano, dopo l’improvviso addio di Raul Albiol, un centrale giovane e promettente come il 23enne Nathan Aké, lui ha voluto Kostas Manolas. I famosi top player affermati, costati complessivamente circa 80 milioni di euro. Uno strappo alla filosofia “aureliana” che quando ha avuto a disposizione questi budget ha comprato 7-8 giocatori di prospettiva (con Benitez e i soldi di Cavani fece l’ossatura tuttora attuale della squadra, con Sarri e i 90 milioni arrivati dalla cessione di Higuain Zielinski, Maksimovic, Milik e una serie di scommesse fallite come Diawara e Rog).

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images).

Mai aveva scommesso così tanto su un solo tesserato – fatta eccezione per il Pipita – e mai per uno come il greco, già maturo. Risultato: finora sono loro due i “bidoni”, tre gol in due (uno solo decisivo, quello di Manolas contro il Brescia), un’incognita la loro posizione in campo e la loro consistenza caratteriale, tecnica e tattica e il sospetto che siano le brutte copie di giocatori già in rosa.

Si pensava che uno come Carlo avrebbe portato in dote un peso, un’autorevolezza e una conoscenza che avrebbe permesso dei colpacci, ma la verità è che in questi 16 mesi sono i Meret, i Di Lorenzo, i Ruiz (adocchiato in contemporanea da Davide Ancelotti e Cristiano Giuntoli), gli Elmas ad aver fatto la differenza e sono calciatori che a Napoli sarebbero arrivati comunque.

 

James “Godot” Rodriguez

Un uomo dell’esperienza dell’ex centrocampista giallorossonero non può passare l’intero (e lungo) ritiro precampionato a provare uno schema, il 4-2-3-1, in attesa del colpo (forse) promesso, senza immaginare un piano B. La telenovela James Rodriguez ha minato lo spogliatoio – che lo aspettava come testimonianza della voglia di crescere e vincere della società -, il rapporto coi tifosi, che di fronte a uno dei migliori mercati degli ultimi anni (solo sulla carta, a quanto sembra), hanno sommerso di critiche l’operato di ds e presidente, e le stesse certezze dell’uomo in panchina, essendo arrivato alla prima di campionato con un enorme punto interrogativo dietro la punta centrale e una squadra che aveva maramaldeggiato a Liverpool per perdere male due volte contro il Barcellona. Avallare, anche se con meno convinzione, anche la trattativa Icardi ha invece massacrato il morale di Milik e costretto a prendere Llorente che dopo gli iniziali exploit in campionato e Champions ci ha ricordato che alla fine, negli ultimi due anni solo due gol aveva fatto.

(Photo by Denis Doyle/Getty Images).

 

Confusione tattica

Il 4-2-3-1 è durato tre tempi: tutto il folle match di Firenze e il primo tempo a Torino. Da lì è successo di tutto, con la squadra che cercava il 4-3-3 come coperta di Linus e lui che si rifugia allo stesso modo nel fedele 4-4-2. In ogni partita si è cambiato dai due ai quattro schemi, fino a Torino, sponda granata, dove ha deciso la squadra come schierarsi, come confermato, implicitamente, dall’allenatore nelle interviste post partita. Per necessità ma ancor più per volontà del mister in troppi hanno giocato fuori ruolo: Di Lorenzo, Malcuit, Luperto, Ruiz, Elmas, Allan, Zielinski, Insigne, Lozano.

Quelle che prima erano intuizioni geniali come il Nikola Maksimovic terzino destro di Champions, a fare una sorta di difesa a tre e mezzo, più coperta ma anche propulsiva sull’altra fascia, ora sono diventate un punto debole. Se non fosse un maestro di calcio, diremmo che si è ammalato di “fenomenite”, una consapevolezza tale nelle proprie capacità da tentare sempre la soluzione più difficile. A un terzo della stagione la squadra ha perso la vecchia identità e non ne ha una nuova. Anzi, non ne ha nessuna. E il turn-over, figlio di questa confusione, non migliora la situazione.

Ci sarà pure una sintesi tra i titolarissimi spompati dell’era sarriana e il fatto che con Ancelotti non ci sono mai due formazioni uguali consecutivamente? E poi, può dire Davide Ancelotti “sappiamo che il problema è la fase difensiva, dobbiamo lavorarci ma non abbiamo mai una settimana intera per farlo?”. Ma come i centrali più forti d’Europa, il sogno di una difesa altissima che serviva a sostenere il centrocampo leggero allora chi lo aveva paventato?

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images).

 

Fine Ciclo

Come ha fatto uno come lui a non capire che questo gruppo, questa squadra non aveva più molto da dare? Una squadra scioccata dal campionato 2017-2018 dominato (24 partite su 38 in testa al campionato), riacciuffato con una vittoria storica allo Stadium e infine scippato da un imbarazzante arbitraggio in Inter-Juventus, imbarazzante quanto i cambi di Spalletti e le non parate di Handanovic nello stesso match. Il famoso scudetto “perso in albergo di Sarri” ha esaurito la forza propulsiva di una rosa che era andata ben oltre le sue possibilità.

Con Carletto erano rimasti quasi tutti, convinti di poter fare con lui ciò che avevano fallito con Maurizio. Ci hanno creduto per sei mesi, complice un girone di Champions in cui si era messo sotto il Liverpool e si era rimasti imbattuti con il Paris Saint Germain, poi a Milano, in un mese, prima con i nerazzurri in campionato e poi con i rossoneri in Coppa Italia, il gruppo si è squagliato tra espulsioni più o meno isteriche e atteggiamenti molli. Se si aggiunge quel tiro di Milik parato miracolosamente da Alisson ad Anfield, si capisce che tra dicembre e gennaio è tramontato un ciclo.

Ancelotti ha avuto sei mesi per celebrarne il funerale: si è arrivati secondi per inerzia, ma era evidente a tutti che qualcosa si era rotto. Lui ha avuto l’occasione della vita quest’estate: tutti i suoi giocatori migliori erano all’apice delle loro valutazioni, vendendo Koulibaly, Allan, Insigne si sarebbe rifatta una (grande) squadra. Si sono tenuti, inseguendo uno scudetto improbabile, e proprio loro tre sono l’esempio plastico di questa crisi di motivazioni.

Kalidou, candidato al Pallone d’Oro, senza Albiol è un giocatore normale (più della metà dei gol subiti dagli azzurri sono figli di suoi errori macroscopici), Allan pur ritornato in buone condizioni, ha perso la Nazionale e lo smalto dell’anno scorso, Insigne ha vissuto un inizio stagione in cui lo hanno bacchettato tutti, allenatore e presidente compresi, per finire addirittura in tribuna a Genk.

(Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images).

Di quei possibili 250 milioni di euro, cosa rimarrà? Ancelotti, con la sua esperienza, doveva capire che questi ragazzi sono ancora uno splendido gruppo – si vogliono bene, è evidente, e vanno d’accorso – ma non sono più una squadra. È bastato lo sfortunatissimo autogol di Koulibaly allo Stadium, al 94’, per scivolare sul piano inclinato di una crisi difficilissima da arginare.

Le quattro “C”

Alzi la mano chi non era convinto di vedere finalmente un Napoli vincente e affamato con Ancelotti. La squadra bella, raffinata e irrimediabilmente fragile e poco grintosa di Benitez e Sarri, doveva con lui trovare quell’esperienza, quella forza di carattere sempre assente in passato. Il Napoli giovane e sbarazzino si è sempre arenato nei momenti importanti (Udine il primo anno di Sarri, Firenze il terzo solo per citarne un paio).

Tutti immaginavano che lui avrebbe dato quel quid che sarebbe andato oltre sfortuna, errori arbitrali, Var non consultate, mercati difficili per regole interne e alleanze esterne (vedi il famoso caso Politano-Marotta), limiti tecnici e umani individuali e collettivi. Niente da fare, i difetti sono se possibile aumentati. Almeno Sarri partite come il Milan-Napoli di Coppa Italia o l’Arsenal-Napoli di Europa League della stagione scorsa le perdeva (quasi) apposta per concentrarsi sul campionato.

Il Culo di Ancelotti è piuttosto celebre, quasi quanto quello di Sacchi (sebbene Perugia-Juventus 1-0 e Milan-Liverpool 3-3 siano eccezioni importanti e ingombranti alla regola), ma a Napoli non si è vista. La Cazzimma, che è evocata ormai da anni sul Golfo, più della liquefazione del sangue di San Gennaro, sembra esserci solo nelle dichiarazioni del mister, imbattibili per dialettica, eleganza, ironia e intelligenza (se la trattativa con Ibra c’è è solo merito suo, così come l’Insigne tenuto a bada è figlio anche della battuta fatta tra il pubblico in ritiro), ma non in campo e neanche nell’area tecnica.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images).

Carletto sembra spento, rassegnato, e il suo Carisma non riesce ad affermarlo. Si sente defraudato dal potere calcistico? Lo dica. Come fece Capello a Roma a suo tempo, se pensa che non si giochi ad armi pari al Sud, faccia la sua battaglia, per difendere la sua professionalità, come ha detto dopo Napoli-Atalanta. Altrimenti pagare 6,5 milioni netti a stagione uno che è stato sul tetto d’Europa e d’Italia a cosa serve? Mourinho, in fondo, non si fece problemi a fare il segno delle manette per difendere l’Inter. Ancelotti ha un nome, ha un peso mediatico e sportivo, lo faccia valere.

Aziendalismo

Non è un difetto, né un errore. Carlo Ancelotti è uno che se non avesse continuato nel calcio, sarebbe divenuto CEO di una grande azienda. Intelligente, colto, capace di una visione ampia e strutturata, perfetto nelle relazioni con dipendenti e capi (da Ronaldo a De Laurentiis, nessuno parla male di lui, anzi tutti lo definiscono un fenomeno), capace di utilizzare e valorizzare le risorse (basta guardare la campagna cessioni del Napoli di quest’anno, al limite del miracoloso).

Ma se arriva a definire “da 10” il mercato del Napoli e ad avallare i sogni tricolori di città e società, si carica sulle spalle la responsabilità di tutte le scelte. Pregio straordinario dei grandi dirigenti, ma il calcio ha le sue regole e l’organigramma più asciutto e la particolare economia, finanziaria e industriale, in cui sopravvive, dà all’allenatore, in un caso come il suo, compiti da amministratore delegato “tecnico”. E l’aziendalismo che sarebbe apprezzato in qualsiasi altro settore, qui rischia di essere un boomerang.

 

De Nicola e la “colonizzazione” del reparto tecnico

Il Napoli ha più infortuni in questa stagione, dopo anni che solo la sfortuna ha tolto campioni come Ghoulam e Milik e in cui tutti, avversari in primis, erano sorpresi dalla quasi totale assenza di problemi muscolari. Ancelotti, si dice, avrebbe avuto qualche problema di troppo con Alfonso De Nicola, autore di questo miracolo medico. In una società come quella azzurra, che non si può permettere sprechi o “deterioramento” eccessivo dei propri asset (i calciatori), una figura così è fondamentale e il sospetto fondato è che l’allenatore lo abbia fatto allontanare anche per far pesare maggiormente nelle dinamiche interne di potere il suo gruppo, fortemente radicato anche con legami di sangue o quasi (il figlio come secondo, il genero Mino Fulco nello staff come performance manager, il figlio del suo preparatore atletico storico Giovanni Mauri, Francesco a far lavorare i muscoli degli azzurri). Il dubbio non è nel valore delle singole professionalità ma se, come successo già a Monaco, i legami emotivi e affettivi possano togliere lucidità al mister di Reggiolo.

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images).

 

Un secondo “leggero”

A guardare le avventure precedenti di Ancelotti, non si trovano secondi “pesanti”. Il Frustalupi di Mazzarri, il Villas Boas di Mourinho, quei “maghi” che permettono al primo allenatore di non preoccuparsi o quasi delle geometrie e dei big data relativi alle prestazioni singole e di reparto. Lui ha spesso preferito ex giocatori come a Madrid e a Parigi (Paul Clement). Al Real, per dire, aveva Zidane: uno che ha vinto tre Champions ma che tatticamente, lo vediamo ora, è debole.

È come se la necessità di gestire, fin dagli esordi, dei grandi campioni, lo abbia portato a non delegare la tattica per poter adattare gli schemi alle loro caratteristiche senza intrusi. Assenza di delega che, forse, lo ha portato a impigrirsi nell’attuarla: l’albero di Natale, su cui ha scritto anche un libro, ormai è vecchio di una dozzina d’anni. In un calcio che ormai si è fortemente specializzato, Carlo sembra ancora affezionato al ruolo di dominus, quello dei suoi tempi da calciatore, alla Niels Liedholm per intenderci.

Il fido Giorgio Ciaschini forse ha contribuito più di ogni altro alle sue idee e schemi, ma da Tassotti in poi il secondo, per lui, è sempre stato uomo di spogliatoio e di raccordo, mai generale, alto ufficiale di supporto. Forse nel 2019, questa soluzione presenta dei limiti evidenti. Sembra averlo capito, in fondo, proprio dando al figlio Davide più spazio tattica, ma il ragazzo pur avendo talento (pensate al Samp-Napoli dell’anno scorso, risolta da due ottime intuizioni del giovane Ancelotti, o la bravura con cui ha scovato Fabian Ruiz) è probabilmente troppo acerbo.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images).

 

L’urlo della Champions

Bello di notte. Va detto, non ha mai fallito in Champions (ma in Europa League sì). È il suo parco giochi, lì ha dato il meglio. Lo fanno giocare e sa come imbrigliare anche i migliori. E in quel caso sa motivare i suoi in maniera straordinaria. Poi torna in serie A e sembra la sua controfigura. Non dimentichiamoci che prima del Napoli era arrivata la proposta della Nazionale italiana e Carletto ci ha pensato a lungo. Non è che i ritmi forsennati di una serie A a 20 squadre e di una stagione troppo lunga tolgono motivazioni a lui per primo, appena alcune difficoltà lo allontanano dalla testa della classifica, facendogli preferire la più breve e appassionante Champions, che con quell’urlo ti riempie il petto d’orgoglio e medaglie?

Nulla di strano se si pensa che persino Cristiano Ronaldo ha confessato che sì, fosse per lui, giocherebbe “solo le partite di Champions League e quelle del Portogallo”. Per carità, in Europa far bella figura è importante, ma così fa venire il dubbio, il mister, che sia anche un modo per ricollocarsi in fretta in mercati più ricchi. Usando il Napoli come vetrina, invece che come dimostrazione di essere un allenatore a tutto tondo, non solo capace di domare i fuoriclasse e di conquistarne la fiducia ma anche di crearne di nuovi, riuscendo a volare partendo da posizioni di rincalzo.

 

Rinnovi congelati

Da allenatore dovrebbe pretendere maggiore chiarezza. In un gruppo già logorato e demotivato, quattro titolari più uno in scadenza o comunque in piena trattativa per il rinnovo (Mertens e Callejòn che potrebbero andare via a zero, Zielinski, Milik e Maksimovic che in caso di mancata firma sarebbero in lista di sbarco fin da giugno 2020) sono una bomba ad orologeria.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images).

E certo, se la tua prospettiva è un’altra collocazione, non è detto che darai più del 100% per la maglia attuale. Carlo Ancelotti dovrebbe chiedere alla dirigenza trattative celeri e prospettive chiare per sé e per i suoi ragazzi, altrimenti sarà ancora più difficile risalire la china ed avere il massimo da tutti. Preoccupa un po’, per dire, quel rigore parato da Alex Meret a Kolarov accolto nella freddezza dei compagni. Si stava perdendo, è vero, ma quell’apatia dice molto, forse troppo, di una scollatura già in atto tra i calciatori.

 

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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