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E poi c’è Bonaventura

By 26 Agosto 2019

Mezzala, esterno o trequartista: nel Milan che Giampaolo sta faticosamente creando Jack Bonaventura può essere un jolly fondamentale

Eravamo rimasti alla fine dello scorso ottobre, ai 4 giorni tra la sconfitta nel derby e quella con il Betis a San Siro e a un crocevia nella stagione rossonera. Nel primo momento plumbeo dell’annata del Milan di Rino Gattuso, 9 mesi fa, era parso quasi un contrattempo che Jack Bonaventura non fosse disponibile contro la Sampdoria. Infiammazione ai tendini del ginocchio sinistro, riportava la prima diagnosi, quando non si sospettava che la stagione del centrocampista rossonero fosse già di fatto conclusa, e quanto quel crocevia avrebbe assunto consistenza. Il riassunto degli episodi precedenti recitava, nonostante il ginocchio malconcio, 3 reti in 8 gare di campionato contro Napoli, Atalanta e Chievo, che spiegano solo in parte la centralità del numero 5 rossonero nell’impianto di gioco di Gattuso.

Nel riassunto anche le 3 presenze consecutive in Nazionale contro Polonia, Portogallo e Ucraina, e forse la sospirata continuità in un’esperienza azzurra fin lì ingenerosa, prima della brusca interruzione. Brusca, neanche tanto: piuttosto scivolata via, resa ambigua da quel guaio che non si sapeva quanto lungo. Poi i rapidi sospetti di un’operazione, infine l’intervento a Pittsburgh, e il lungo stop. Difficile valutare, nel separarsi a lungo da un giocatore fondamentale, se risulti più brutale lo schiaffo di un infortunio traumatico, o piuttosto la dilatata attesa di buone notizie che non arrivano: i milanisti di vecchia data ne hanno una mezza idea. Le buone notizie non arrivano, la stagione di Bonaventura finisce con l’operazione alla cartilagine del ginocchio sinistro e la storia dei successivi mesi rossoneri è nota.

Quanto, nella scorsa stagione, il Jack potesse essere una carta vincente lo si era intuito in Milan-Atalanta, il 23 settembre 2018, 2-2 a San Siro. Bonaventura aveva segnato, aveva tirato – 5 volte –, aveva assistito i compagni – tanto e bene – con una percentuale di precisione nel passaggio del 91%. Nel finale la sostituzione, e dalla panchina aveva visto arrivare il pareggio di Rigoni nel recupero: all’alba del campionato, un gol tuttavia capace di segnare la corsa per la Champions. E forse un segno: Bonaventura vivrà da spettatore quella corsa persa per un punto, e vedrà Gattuso arrabattarsi per riuscire a fare a meno di lui, mai recriminando per quell’assenza pesantissima, neanche nei mesi precedenti al sospirato arrivo di Lucas Paquetá.

Eppure nel bilancio del Milan della scorsa stagione Bonaventura manca, e si vede. Manca ogni volta che il Milan lamenta problemi ad andare in gol, e capita spessissimo. La rinuncia forzata a Bonaventura, che indifferentemente da centrocampista puro o da esterno nel 4-3-3 brilla per l’inserimento tranchant (del resto per la sua testa e per i suoi tempi di inserimento passò l’ultimo trofeo della storia rossonera a Doha), è quel che di peggio può capitare a chi, alle prese con  disagi e umori di Higuain, cerca gol a rimorchio da dietro o dall’esterno. C’è una rete che, quasi quanto la zuccata di Doha, nella sua semplicità racchiude i pregi offensivi di Bonaventura: stagione 2017/18, a San Siro contro la Sampdoria, il centrocampista intuisce, già dal lancio lungo di Çalhanoğlu a premiare Suso sull’esterno destra, un corridoio che è lì, eppure non vede nessun altro, non i compagni, non gli avversari. Bonaventura fa cinquanta metri di campo, peraltro a ritmi non forsennati e accelerando solo nella fase finale, e nella solitudine del mezzofondista al traguardo non manca all’appuntamento con la linea di passaggio da Calabria. È il vantaggio, ed è il gol decisivo della partita.

In quella stagione tormentata, iniziata con Montella e finita con Gattuso, le reti sono 8 in campionato (aveva fatto meglio solo in Serie B, con l’Atalanta, nel 2010/11), ma a spiegare l’essenzialità di Bonaventura, sia con un tecnico sia con l’altro, sono soprattutto l’affidabilità e la continuità in termini di distribuzione di palla. L’88% dei suoi oltre 1.400 passaggi in stagione ha successo, in media in partita sono più di 50, e più di 2 su 3 sono in avanti o in orizzontale, meno di un terzo all’indietro: Bonaventura non passa il pallone per alleggerimento, ma per fare gioco. Una costanza, da finalizzatore quanto da tessitore di gioco, che si rispecchia nei numeri che ne testimoniano l’irrinunciabilità, al netto di infortuni e squalifiche. Aveva giocato 33 partite con Inzaghi e Seedorf alla sua prima stagione in rossonero, ne aveva giocate 33 con Mihajlović, ne aveva giocate 33 con Montella e Gattuso: non può essere né un caso, né mancanza di alternative, come stavano iniziando ad accorgersi anche in azzurro.

Come i suoi predecessori, Marco Giampaolo ci ha messo pochissimo a infatuarsi di Jack. «L’ho visto rinato, l’ho visto anche meglio rispetto alle sedute di allenamento, dove era più controllato. È un giocatore importante e di qualità», ha detto di lui l’allenatore rossonero, dopo il test con il Manchester United che lo ha visto tornare in campo dopo più di otto mesi, nel quarto d’ora finale. Ancora più entusiasta dopo l’amichevole di Pristina, Giampaolo ha speso parole chiare, che aprono a scenari tattici suggestivi: «Bonaventura ha colpi e intuizioni, vede il gioco. Deve ritrovare consapevolezza fisica, sono tanti mesi che è fuori. Deve avere pazienza, lavorare per ritrovare feeling con il suo corpo». L’apprezzamento in termini di geometria allude all’idea che più di tutte stuzzica l’ex allenatore della Sampdoria, avvezzo in blucerchiato ad alternare con disinvoltura il trequartista nel 4-3-1-2, Gastón Ramírez o (meno spesso) Saponara. E se, nell’estenuante attesa di Correa, il pur convincente Suso rappresenta ancora una lussuosa soluzione di ripiego per il ruolo, non è una forzatura sbilanciarsi su un futuro da trequartista per il centrocampista più perentorio negli inserimenti e tra i più accurati in fase di costruzione negli ultimi anni di storia rossonera.

Giacomo Bonaventura lo scorso 3 agosto a Cardiff, mentre batte il rigore nell’amichevole tra Milan e Manchester United

Quello che appare certo è che in ogni caso le prospettive tattiche per il centrocampista più poliedrico del pacchetto mediano milanista sono molteplici. Una (quasi) inedita sulla trequarti: Bonaventura lo ha sporadicamente fatto ai tempi di Bergamo, tempi di gioco e cambio di passo alla soglia delle trenta primavere sono tutti da verificare, nonostante il giocatore abbia bruciato senza clamore le tappe del rientro, non è stato possibile testare la soluzione in precampionato. La seconda, più in linea con il suo curriculum e probabilmente più credibile, da mezzala nel terzetto di centrocampo, specie se l’ultima settimana di mercato dovesse portare in dote alternative più naturali a Suso, o se in caso contrario Giampaolo dovesse vincere la riluttanza nel dirottare da mezzala a trequartista Paquetá. La terza, eventualità non trascurabile, per necessità e per assortimento della rosa ed eredità delle ultime stagioni: esterno sinistro in un ipotetico tridente, sistema al quale Bonaventura ha mostrato di sapersi adattare.

Un rientro, soluzioni tattiche due o tre, cinque stagioni di affidabilità e continuità pressoché costanti, con sei progetti tecnici diversi: è spesso abusato quel vecchio adagio, risultato pratico quanto inflazionato in tempi di campagne acquisti in spending review: “il miglior acquisto è già in casa”. Poche volte come nel caso di Jack Bonaventura rischia di somigliare alla verità.

 

Foto: LaPresse

 

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