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E se Sarri entrasse davvero a palazzo?

By 22 Maggio 2019

Con un eventuale matrimonio la Juve confermerebbe di aver capito che la vittoria in Europa passa per il gioco, l’ex allenatore del Napoli sconfesserebbe la sua narrazione sportiva dei tre anni in azzurro

Maurizio Sarri alla Juventus. Quattro parole che suonano un po’ come caffè col sale fino, zucchero nel serbatoio, bombardare per la pace. Ripeti quella frase e hai la sensazione di ascoltare qualcosa di surreale, grottesco. E invece. Tutti i giornali, in Italia e all’estero, danno conto di una trattativa che sembrava impossibile fino a pochi giorni fa, un po’come se Zeman avesse allenato Gianluca Vialli e Zidane avesse come secondo Marco Materazzi.

Eppure.

Bisogna parlarne, perché nessuno smentisce e già questa  è una notizia: non nega di averlo contattato la Juventus che se n’è fatta strenua avversaria, con allenatore e dirigenti a contestare le frasi del toscano quando era sulla panchina del Napoli, non rifiuta l’ipotesi e con la scusa della finale d’Europa League attua la tattica dell’opossum il mister, fingendosi morto per non dare conto della possibilità.

Il silenzio accompagna fiumi d’inchiostro e, si sa, in certi momenti del calciomercato corrisponde all’assenso. Neanche un anno fa dalle parti dello Stadium Maurizio Sarri ci arrivava per vincervi e prima alzare il dito medio verso quelli che potrebbero essere i suoi prossimi tifosi, ora invece flirta con il nemico che gli ha fatto dimenticare lo scudetto in albergo.

Una guerra di filosofia e religione che vede non solo una tregua, ma un matrimonio imprevedibile. Ovviamente nulla è ufficiale, ma se dovesse accadere segnerebbe la stravaganza di un allenatore che ha persino detto che preferisce la Premier e vuole rimanere al Chelsea e la grandezza di una Juventus che dovrà spiegarci perché odia tanto Massimiliano Allegri.

Così tanto da metter sotto contratto il suo peggior nemico, quello che non si è dimenticato neanche al momento dell’addio, quello che gli ha avvelenato le ultime vittorie perché tutti, proprio tutti, da Guardiola a Giampaolo, si sdilinquivano per le trame stellari degli azzurri partenopei e snobbavano i trionfi bruttarelli dei bianconeri.

Maurizio Sarri o è diventato un genio della comunicazione, oppure sta sbagliando tutto. O il suo mutismo è una tattica per accrescere il suo valore salariale e di mercato – chissà, con la Juve alle porte il Barcellona potrebbe cacciare Valverde e prendersi l’unico che potrebbe farla tornare a giocare come ai tempi di Pep – oppure ci sta pensando davvero.

E sbaglia. Non tanto per Napoli, che certo si sentirà tradita e presa in giro da chi ha detto di andarsene perché l’amava troppo, da chi gli ha sentito dire fino a pochi giorni fa che con il Chelsea al San Paolo non sarebbe riuscito a venire, avrebbe sofferto troppo. Non tanto, insomma, per un legame viscerale che lui ha alimentato anche a distanza, di certo non contribuendo ad aiutare l’attuale guida tecnica azzurra.

Sarebbe un errore perché nessun mister con sale in zucca e un curriculum attualmente favorevole (tre anni a Napoli di una bellezza di gioco struggente, un anno a Londra con due finali e un terzo posto) andrebbe a far rimpiangere Allegri in un posto dove uno scudetto è considerato scontato e ogni trofeo che non sia la Champions un irritante soprammobile. Già stravinto dal predecessore, peraltro.

E soprattutto nessuno andrebbe a perdere la faccia dopo aver detto cose come “fino al palazzo”; “Io penso che con 18 persone si può fare un colpo di stato e prendere il potere”; “a me sono girati davvero i coglioni quando esponenti della Juve parlavano di Higuain mentre era un nostro calciatore ed io non farò quello che hanno fatto loro”; “la gente non ha più fiducia nel calcio italiano? […] Il rischio è perdere tanti appassionati che hanno la sfortuna di tifare squadre che sanno di non vincere mai. Impoverendo il sistema, si impoveriscono anche i più ricchi”. A cui aggiungere il dito medio giàcitato e il “mal di pancia”post Inter-Juve che dopo mesi, a giudicare da un’intervista al Mattino, non gli era passato.

Di contro la Juventus fa un figurone: invece di cercare di nuovo sul mercato di comprare chiunque a prezzi fuori mercato, dà ragione a chi dava del difensivista ad Allegri, rinnega il suo dna, punta sul gioco. Dando torto al proprio motto (“vincere è l’unica cosa che conta”: eh no, ora vogliono pure giocare bene) e al povero Max, che l’aveva assimilato così bene da ripeterlo ossessivamente. In una fase delicatissima, quindi, la Juventus decide di rischiare, di provare a entrare nella leggenda, prima ancora che nella storia e nell’albo d’oro.

È pronta, la Vecchia Signora, a passar sopra alle offese per inseguire la bellezza. O forse dà retta solo al suo istinto cannibale, quello che la vede razziare le dirette avversarie di simboli, prima ancora che di tesserati. E dall’altra c’è la vittima predestinata, un Sarri che si è arreso nella sua lotta al palazzo – lo ha fatto nel momento in cui se n’è andato via da Napoli, come a Higuain gli è servito un arbitraggio scandaloso per capire che ai rivoluzionari, al Sud, li fermano massimo a Teano. Una sindrome di Stoccolma, la sua, che nel Palazzo lo farebbe entrare dalla porta di servizio, magari usato e gettato come già fatto col Pipita.

E la tuta? La potrà mettere su quelle morbide tribune dello Stadium? E il suo 4-3-3 dispendioso e ossessivo, con tanto di droni in ritiro (quale? I bianconeri saranno in tournée intercontinentale per settimane), riusciràa imporlo laddove a Londra ha fatto fatica?

Maurizio Sarri alla Juventus è la conferma di una managerialità bianconera coraggiosa, capace di non farsi condizionare dal tifo, neanche dal proprio. Di una società che ha obiettivi e strategie non comuni, che dà il meglio in fase di progettazione e di visione. E la tentazione di Maurizio Sarri di cedere alla sua corte è la dimostrazione che persino il più sfrontato e visionario degli avversari, alla fine, non sfugge alla banalità della scorciatoia verso la vittoria. Non pensando che, come al pupillo Higuain, potrebbe andare di traverso.

Perché alla Juventus, vince la Juventus, non il singolo allenatore o giocatore. E chi è abituato ad essere amato, acclamato, a fare il salvatore della patria, da quelle parti sarà solo uno strumento. Per questo vincono tanto, perché tutti sono necessari, ma nessuno è indispensabile. E Gonzalo Higuain dopo aver consegnato loro uno scudetto con una doppietta che ha affossato la sua ex squadra, è stato umiliato con un doppio prestito e un biglietto di sola andata.

Sarri alla Juve, infine, è la fine del romanticismo. Come se Gigi Riva fosse andato via da Cagliari. È il calcio, è il calcio di questo millennio. Ma lo ha detto lui, “il rischio è perdere tanti appassionati”. Quelli convinti che al Potere si possa dire no, che nel Palazzo non si entra invitati e dalla porta principale.

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