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Eriksen porta l’Inter in una dimensione superiore

By 28 Gennaio 2020

Sia a livello tecnico che di immagine, perché il club nerazzurro così dimostra di essere di nuovo ambito dai migliori giocatori

Ad accogliere Christian Eriksen all’aeroporto di Linate non ci sono tifosi. Solo una ventina di giornalisti e operatori, lì per documentare lo sbarco del nuovo acquisto dell’Inter. Si sapeva che sarebbe arrivato lunedì, ma le dieci di mattina sono un orario lavorativo e la tragedia di Kobe Bryant ha tolto un po’ a tutti gli amanti dello sport la voglia di festeggiare, anche a molti degli interisti più appassionati. Di fronte al Coni, qualche ora più tardi, di persone con gli occhi all’insù se ne presentano un centinaio, ma non c’è il clima di festa che un acquisto come questo meriterebbe, soprattutto se relazionato ad alcuni precedenti eccessi di entusiasmo di casa nerazzurra: leggasi Nainggolan, Kondogbia, Shaqiri, Jovetic e altri ancora.

È anche il fatto che i presunti grandi nomi abbiano deluso puntualmente le aspettative ad aver frenato i tifosi interisti. È subentrata la scaramanzia, ma non solo. Anche l’acquisita consapevolezza che un giocatore non fa una squadra, che la fretta è cattiva consigliera, che conta il progetto più che il singolo. Epperò, il punto è che nel caso di Eriksen, di progetto si parla. È la punta di un percorso che l’Inter ha intrapreso in estate con l’ingaggio di Godin, il prestito di Sanchez e l’acquisto di Lukaku: tre giocatori in momenti e contesti diversi delle rispettive carriere, ma accomunati dallo status e dal curriculum, che sono superiori rispetto a tutti quelli già presenti nella rosa nerazzurra.

 (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Infatti questi tre giocatori sono arrivati da club internazionali di massimo livello come l’Atletico Madrid e il Manchester United, e fino a pochi anni fa difficilmente sarebbero stati convinti dall’Inter, e nemmeno il club aveva la forza economica per garantire loro stipendi adeguati, che avrebbero di certo offerto altrove. Eriksen è la punta dell’iceberg, l’ultimo vertice di una strategia chiara: sommare ai giovani di sicuro valore dei calciatori di livello superiore, reduci da esperienze di massimo livello e abituati a giocare partite ingombranti, a gestire i momenti della stagione, a guidare emotivamente la squadra, oltre che tecnicamente.

Eriksen appartiene a questa categoria di calciatori perché ha 81 presenze internazionali con il club, tra Europa League e Champions, e di quest’ultima ha disputato una finale, trascinando la squadra da protagonista, perché ha raccolto tutto questo nella sua prima parte di carriera, quindi ha tempo per indossare i panni del leader mentre le sue prestazioni sono ancora nella fase ascendente.

Eriksen compirà 28 anni tra qualche settimana. È nel pieno della maturità atletica, tattica e tecnica, ma ha quell’aura da campione consumato che lo porterà ad essere osservato nello spogliatoio e servito in campo. È anche il suo modo di porsi, poi, ad essere utile all’Inter, contrariamente a quanto si possa pensare: Eriksen è un leader calmo e silenzioso, parla poco e fa parlare il campo, come si usa dire, ed è uno di cui ci si fida. Sia nel quotidiano, nei rapporti di spogliatoio, sia in campo, dove recapitargli il pallone è sempre una buona idea. L’Inter ha bisogno di questi giocatori, di riferimenti doppi, sia tecnici che umani, soprattutto perché non può far girare tutto attorno a Conte, seppur sia la stella polare della squadra. È attorno a questi perni che si possono costruire le grandi squadre ed è grazie a questi che si può accelerare il processo di crescita, che poi è l’obiettivo dell’Inter e soprattutto di Conte.

Eriksen.

(Photo by Julian Finney/Getty Images)

Eriksen, sulla carta, è il miglior acquisto dell’Inter post-triplete per il rapporto tra costi e possibili benifici. Anche se nei bar sport del Paese c’è chi ha trovato un lato negativo anche nell’acquisto di Eriksen. C’è chi dubita possa trovare una collocazione tattica nel 3-5-2 di Conte, chi pensa che possa oscurare Sensi e chi non si spiega i 20 milioni spesi per un calciatore in scadenza di contratto. In realtà, Eriksen è la mezzala di qualità perfetta nel modulo di Conte, occuperà la posizione di Sensi ma l’abbondanza in una grande squadra non è mai un problema (semmai lo è la carenza, che il tecnico ha dovuto affrontare), e i soldi spesi sono in realtà pochi considerando il reale valore del giocatore – secondo Transfermarkt è pari a 90 milioni. Chi non è d’accordo, forse, dovrebbe rivedere qualche partita del danese al Tottenham negli ultimi anni, escludendo gli ultimi mesi viziati dal mancato rinnovo.

Il fatto che Conte volesse Vidal non significa che non gradisse Eriksen: nell’idea del tecnico infatti, i due sono complementari, come oggi lo sono Sensi e Barella. Il danese ha l’intelligenza per comprendere e interpretare le richieste di Conte e adeguarsi al contesto, diverso rispetto a quello del Tottenham di Pochettino, diventato negli anni il suo habitat naturale, ma tutt’altro che avverso: se c’è un giocatore che ha obblighi creativi nel 3-5-2 del tecnico nerazzurro è la mezzala sinistra, cioè il ruolo che toccherà a Eriksen. Nel gioco meccanico di Conte c’è bisogno di una variabile fuori contesto, di qualcuno che possa sabotare la trama su cui l’Inter è stata forgiata, e che ultimamente sta diventando una piccola condanna per via della prevedibilità che porta in dote, in assenza di un’intensità vertiginosa.

Eriksen è un creativo perché vede ciò che altri non vedono, guarda dove altri non guardano, basti pensare che in Premier, dall’agosto 2016 al suo sbarco in Italia, è stato il giocatore ad aver creato più occasioni: 239, una decina in più di Hazard, una ventina più di De Bruyne. Non è mai andato sotto i 2 passaggi chiave di media in una partita di Premier, e in alcune stagioni ha viaggiato oltre i 3: ai gol – 7, 10, 6, 8, 10, 8 nelle stagioni in terra inglese – ha sempre sommato una cospicua quota di assist – 8, 2, 13, 15, 10, 12. Eriksen fa segnare, e segna, anche se è un centrocampista che detta i tempi del gioco e che potrebbe virare al largo rispetto alla porta avversaria. Perché sa costruire l’azione, ma anche rifinirla. È quindi uno di quei giocatori davvero contemporanei, che trascendono il ruolo e semmai eseguono un compito. Uno di quei giocatori per cui c’è posto in qualsiasi sistema di gioco e in qualsiasi squadra.

(Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

Il fatto che si sia stato anche Eriksen ad esporsi per trasferirsi a Milano certifica il nuovo appeal dell’Inter. Ha rifiutato il Psg, lo United, e chissà quali altri club lo avrebbero ingaggiato a giugno, quando sarebbe stato libero. Un paio di anni fa, non sarebbe successo, visto che il club nerazzurro sarebbe stato considerato inferiore da un giocatore di livello internazionale, all’apice della carriera, con pretendenti di prim’ordine. In altre parole, l’Inter chiude un affare che fino a un anno fa non avrebbe potuto nemmeno immaginare. E la reazione matura e pacata della tifoseria sembra essere un segnale di crescita che riflette al meglio quello della società e della squadra. L’Inter sta prendendo coscienza del suo percorso e di questo se ne accorgono anche i giocatori che all’Inter sbarcano. È il miglior complimento per una società che sta cercando di tornare ai vertici del calcio. Lo è soprattutto quando a farlo sono calciatori come Eriksen.

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