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Hugo Broos, la cavia

By 24 Aprile 2020
Hugo Broos

Difensore ormai sulla via del ritiro, Broos ebbe il suo momento di gloria quando il ct del Belgio lo reclutò con un obiettivo bizzarro: studiarlo e monitorarlo ad alta quota in vista dei mondiali del Messico. Fu così che, in quel 1986, iniziò un’avventura straordinaria

Nessuno avrebbe probabilmente invocato il suo nome per perpetrare la speranza laica di un Belgio impegnato in Coppa del Mondo. Ma la singolare condizione della cavia ha regalato a Hugo Broos un mese di notorietà. Oggi l’ex difensore del Bruges ha 68 anni, dirige  l’associazione allenatori del Belgio dopo aver vinto una Coppa d’Africa sulla panchina del Camerun e guidato ad interim il KV Oostende, e si batte contro l’ingresso «indiscriminato» di olandesi che «stanno togliendo il pane dalla bocca ai nostri tecnici. Bravi, ma disoccupati». Sacrificati sull’altare dell’esterofilia.

Nell’autunno del 1985 accadde qualcosa che cambiò, in positivo, la sua traiettoria sportiva. «Avevo 34 anni e non giocavo in nazionale addirittura dal 1979. In effetti c’erano colleghi più bravi di me in quel ruolo, uno su tutti Luc Millecamps». Una sera arriva la telefonata dell’allora ct belga Guy Thys, con una proposta che Broos considera inizialmente strampalata. «Siccome i mondiali in Messico si sarebbero giocati in altura, lui e il suo staff si sarebbero recati nella capitale e a Toluca per saggiare le condizioni climatiche. Avevano bisogno di un calciatore che fosse ancora in attività, ma non giovanissimo, per monitorare le reazioni, la fatica muscolare e la capacità di recupero».

Hugo Broos

In poche parole Guy Thys stava cercando una cavia. Broos si mette a ridere, ma accetta di buon grado e per due settimane rimane in Messico a farsi analizzare come uno di quei topolini bianchi nelle gabbie. «Mi sembrava davvero tutto così strano, ma sapevo di rendere un servizio alla mia nazione, anche se ormai la maglia dei Diables Rouges per me era diventata un ricordo sbiadito».

Il resto della storia l’ha raccontata il compianto Thys, scomparso nel 2003: «Broos aveva una tenuta fisica davvero invidiabile nonostante avesse passato da un pezzo i suoi anni migliori. Sembrava temprato nell’acciaio, recuperava dalla fatica dovuta alla rarefazione dell’aria con rapidità sorprendente. L’idea di richiamarlo in nazionale divenne quasi immediata. Se non altro sapeva che cosa l’attendeva durante i mondiali».

Broos viene puntualmente convocato e nel corso della Coppa del Mondo ha modo di scendere in campo in tre delle sette gare disputate dal sorprendente Belgio. «Non era facilissimo trovare spazio con gente come De Mol, Gerets o De Wolf, atleti dai muscoli guizzanti e con una carta d’identità non certo impietosa come la mia. Eppure mi sono difeso bene». L’esordio non è proprio trionfale, contro i padroni di casa del Messico. La gara si conclude con una sconfitta, favorita dallo stesso Broos che in occasione del 2 a 0 si perde Hugo Sánchez che insacca di testa alle spalle di Pfaff.

Non gioca contro l’Iraq, per prendere poi il posto dell’ex milanista Gerets, squalificato, nella sfida pareggiata col Paraguay. Gara disputata senza sbavature. Negli ottavi di finale contro l’Unione Sovietica Gerets si riprende il posto tra i titolari, ma nei quarti “la cavia” torna in gioco in maniera singolare. «Affrontavamo la Spagna e la partita si stava avviando ai rigori. Thys mi disse di entrare in campo, conoscendo la mia freddezza dal dischetto». Ed è quello che accade: Broos subentra all’attaccante Daniel Veyt e dagli undici metri non ha difficoltà a superare Zubizarreta regalando una storica semifinale ai Diables Rouges.

In quel momento si chiude la sua avventura iridata. Il suo nome non figura né contro l’Argentina di Maradona e neppure nella finale di consolazione contro la Francia orfana di Platini. «Avevo fatto il mio dovere, come un bravo soldatino. Thys mi chiese se me la sentivo di giocare con i francesi, ma in tutta onestà iniziavo davvero ad accusare il peso degli anni e in altura, credetemi, non è una passeggiata. Al mio posto andò Leo van der Elst, che era mio compagno nel Bruges. Meritava anche lui il suo momento di gloria».

Con il mondiale cala il sipario dell’avventura in nazionale di Broos: in tutto 24 presenze, quasi tutte tra il 1972, data del suo esordio ai tempi della gestione del monumentale Raymond Goethals, e il 1979. Anche se «da vecchietto ho raccolto le soddisfazioni migliori», ci tiene a sottolineare.

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