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L’eroe silenzioso della Coppa d’Africa

By 18 Luglio 2019

Gernot Rohr ha portato le Super Aquile al terzo posto, ma i suoi meriti sono molto più grandi: in una Nigeria devastata dal conflitto tra realtà cristiana e islam irredentista sotto la minaccia dei Boko Haram, lui è riuscito a unire le due anime di una squadra da sempre divisa in altrettanti clan religiosi

Gernot Rohr è l’eroe silenzioso della Coppa d’Africa. Non è necessario valutarlo in funzione del terzo gradino del podio, virtualmente il trofeo un po’ gli appartiene, anche dopo il ko last minute contro l’Algeria. In una Nigeria devastata dal conflitto tra realtà cristiana e islam irredentista sotto la minaccia dei Boko Haram, lui è riuscito a mettere tutti d’accordo. Ha unito le due anime di una squadra da sempre divisa in altrettanti clan religiosi. Ha smussato angolature caratteriali, è stato l’artefice di una convivenza sportiva che andrebbe analizzata e adottata anche nella stanza dei bottoni della politica nigeriana.

Era già accaduto lo scorso anno ai mondiali in Russia, e in Egitto l’omologazione virtuosa ha fornito nuovamente risultati incoraggianti. Rohr, 66 anni, è l’eroe che non ti aspetti, uomo saggio, umile, maniaco del proprio lavoro. Se dovessimo soffermarci sui paragoni potremmo dire che un po’ ricorda Enzo Bearzot. Ha messo il gruppo davanti a ogni cosa, la serenità mentale prima della forza fisica o dell’educazione dei piedi, ha risolto con il sorriso sulle labbra problematiche che da sempre ostacolano un qualsiasi percorso virtuoso nel calcio e in generale nello sport dei paesi dell’Africa Nera.

Rohr, sangue teutonico e sentimenti francesi, ha vissuto una prima esistenza sportiva da gregario di Maier, Beckenbauer, Muller e Breitner nel Bayern e di Giresse, Tresor, Battiston e Chalana a Bordeaux. Ha rubato il mestiere a compagni di squadra e allenatori e si è costruito una carriera importante negli ultimi dieci anni in Africa tra Tunisia, Gabon e Niger. Sulla panchina della Nigeria è approdato nella primavera del 2016 come consulente della federcalcio di Abuja dopo una bocciatura in Guinea. Il suo approccio con le Super Aquile è avvenuto dietro le quinte, lontano dai clamori e dai posti di comando. Proprio come gli esordi di un Bearzot eclissato dalla figura ingombrante del totem Bernardini a metà degli anni settanta.

Nello spazio di pochi mesi gli è stata affidata la bacchetta da direttore d’orchestra, senza che i suoi musicisti lo tradissero con qualche stonatura di troppo o con assoli non autorizzati. In una Nigeria abituata a cannibalizzare i commissari tecnici (20 in altrettanti anni), lui è diventato l’eccezione che conferma la regola per longevità. Ha saputo mediare tra Federazione e ministero dello Sport, le due entità che da sempre in Nigeria imponevano dall’alto liste di giocatori e il pagamento di un pizzo sullo stipendio. Rohr dal 2016 può disporre serenamente dei suoi 47mila dollari mensile. Parte del denaro va alla famiglia che vive a Mannheim, un’altra quota viene investita per i corsi universitari a distanza della facoltà di scienze politiche. Lo stregone bianco, come viene soprannominato dalla stampa africana, vorrebbe infatti tornare in patria ed entrare in politica dopo la toccata e fuga del 2004. Ha ancora voglia di pallone e in Africa rimarrà di sicuro per altri due anni, poi si occuperà della cosa pubblica in una Germania che guarda con curiosità ad Annegret Kramp Karrenbauer per gestire senza troppi traumi il dopo Merkel.

La sua Nigeria applica il 4-3-2-1 per via dei pochi attaccanti a disposizione (Ighalo) e per l’abbondanza di trequartisti (Simon, Iwobi, Musa, Etebo). “Sarebbe un insulto snaturare in nome di una rigida e personale concezione tattica le qualità dei miei atleti – racconta – meglio dar loro la possibilità di esprimersi liberamente”. Il suo contratto scade in autunno, ma non sembra spaventato dal futuro. Male che vada rimarrà a lavorare ancora per qualche tempo in Africa prima di intepretare la sua terza vita in Germania. Il Ghana, uscito malconcio dalla kermesse continentale, farebbe carte false per averlo, così come Mali e Burkina Faso (già percorso). “Qualsiasi possa essere la mia destinazione chiedo solo di poter lavorare serenamente. Non è facile a queste latitudini, ma neanche impossibile. I luoghi comuni sono troppi e comunque forse io sono stato fortunato a non dovermi barcamenare tra ingerenze asfissianti”.

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