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Il successo silenzioso di Igli Tare

By 17 Giugno 2019
Igli Tare

Il ds della Lazio andrebbe ringraziato, perché il suo lavoro offre una speranza, lancia il potente messaggio che il denaro non è tutto, che nel mondo opulento del calcio degli emiri puoi ritagliarti il tuo spazio anche se non non hai tanti milioni nelle casse

È facile capire perché quello di Igli Tare fosse il primo nome sulla lista di Paolo Maldini per il ruolo di nuovo direttore sportivo del Milan. Gli metti a disposizione un budget ridotto e il più delle volte ti porta a casa giocatori sconosciuti e sorprendenti che dopo un anno valgono il triplo. Il profilo ideale per un Milan finito nella morsa del fair play finanziario, che chiuderà con un rosso di circa 80 milioni il prossimo esercizio di bilancio, e che vuole ricostruire partendo da giovani promettenti dopo gli acquisti piuttosto dimenticabili delle ultime tre stagioni per una cifra che supera i 400 milioni.

Dopo qualche tentennamento, Tare ha detto no. Resterà alla Lazio, con cui ha un contratto fino al 2020 firmato lo scorso novembre e che ora potrebbe essere ritoccato. I motivi del rifiuto non sono noti, ma tutto porta a pensare che sulla decisione abbia pesato l’influenza che il presidente Lotito ha sul direttore albanese. Affetto, alchimia, forse riconoscenza. D’altronde, se una società gloriosa come il Milan, seppur in fase di ristrutturazione, è disposta a fidarsi di un direttore sportivo che si presenterà alle riunioni societarie sottoponendo una lista di carneadi dai nomi impronunciabili su cui investire dei soldi – anche se pochi – , gran parte del merito è proprio di Lotito, che ha creduto in lui quando nemmeno lui immaginava chi sarebbe potuto diventare.

Dieci anni fa Tare si era presentato nell’ufficio di Lotito per discutere del suo rinnovo da calciatore, aveva 35 anni. Il presidente, però, aveva un’idea diversa: «ti offro la possibilità di uscire da questa porta per riflettere e tornare da direttore di un grande club. Sta a te la decisione, sei ancora un ragazzo inesperto, ma spero che mi ricompenserai». I motivi che l’avevano spinto a quella proposta non furono abbastanza convincenti per dissuadere Tare dall’idea che Lotito fosse un pazzo a offrirgli quel ruolo. Anche in Albania la stampa era piuttosto scettica, come recentemente ha raccontato Tare alla piattaforma televisiva albanese Digital: «molti si chiedevano: “com’è possibile che questo diventerà direttore sportivo?”». Lotito aveva deciso di fidarsi di Tare perché parla sei lingue, era fuori da certi ambienti romani e, probabilmente, perché già immaginava, conoscendolo, che avrebbe messo tutto se stesso in questa nuova avventura.

Tare conosce bene il significato della parola sacrificio, l’ha imparato presto, da bambino, quando il padre Isa lo svegliava alle 6.30 per fare ginnastica. Sa cosa vuol dire lavorare sodo per raggiungere un obiettivo, quello che una volta chiamava sogno e prevedeva di lasciare Valona, sua città natale, per arrivare a giocare in serie A. Un’attitudine a faticare, a rimboccarsi le maniche, a fare il possibile per essere utile che Tare portava sul campo, che gli è valsa la stima dei tifosi di Brescia, Bologna, Lazio, e che non ha abbandonato da quando veste in giacca e cravatta.

Per Tare, il desiderio di affermarsi coincideva, e coincide tuttora, con un’occasione di riscatto, quella che univa ogni emigrato albanese che ha lasciato la propria casa per sfuggire all’oppressione del regime comunista, e che passava da una dura lotta con i pregiudizi di chi li ha accolti. Un percorso di accettazione di cui Tare si è fatto portabandiera: «Qui all’estero, noi cerchiamo di fare la nostra parte. La gente del nostro paese deve essere molto responsabile perché la crescita che è stata fatta negli ultimi anni è stata molto importante». Il suo modo sobrio di porsi, il suo lavoro ossessivo condotto nell’ombra sembrano il risultato di una continua esigenza di dimostrare qualcosa, che sia un valore, una virtù o un comportamento “rispettabile”.

Tre anni fa, questo metterci anima e corpo gli stava costando caro. Consumato dallo stress aveva seguito la squadra a Napoli, per una partita decisiva in ottica Champions League, nonostante i medici glielo avessero vietato. Finì in terapia intensiva per nove giorni, lui stesso disse che a un certo punto era più di là che di qua, e così capì che l’ossessione è un’insidia e che c’è qualcosa di più importante di una cosa importante come il calcio. Addirittura si concesse una vacanza con la famiglia, otto giorni a Dubai dopo otto anni di focus sul lavoro: “non ci credeva nessuno”.

Questo coinvolgimento morboso è anche dovuto al suo particolare modus operandi. A differenza dei suoi colleghi, Tare non si appoggia su una vasta rete di osservatori e scout, ma conta soprattutto su se stesso e sulla sua piccola squadra di analisti. Nell’era in cui le società hanno occhi dappertutto, l’unico supporto a cui fa affidamento è una piattaforma russa che produce statistiche dei giocatori, di cui Tare si serve prima di mettersi davanti allo schermo e passare le nottate a osservare video. Se quello che ha visto gli è piaciuto abbastanza, si muove in prima persona e per mesi gira l’Europa per visionare dal vivo quei giocatori, che per convincerlo non devono mostrare solo le loro qualità calcistiche. L’aspetto umano, per Tare, è una componente fondamentale. E prima di prendere un giocatore vuole conoscerlo, parlarci, incontrare i familiari.

Competenza e valori, la sua ricetta è questa e per forgiarla è bastato attingere dal suo passato di calciatore e di uomo. Tare è cresciuto osservando con meraviglia il Milan di Sacchi e degli olandesi, ha individuato nella grazia di Marco Van Basten la fonte da cui abbeverarsi e ispirarsi, anche se le sue caratteristiche di giocatore non concedevano grandi possibilità di emulazione. Poi, arrivato a Brescia, ha condiviso lo spogliatoio con Baggio e Guardiola. Due incontri decisivi per temprare la sua visione. Grazie al primo ha capito il valore della classe, soprattutto se portata in un certo modo: «mi ha impressionato la sua umiltà, non mi ha mai fatto pesare il suo nome e la sua fama. Lo considero un esempio per tutti». Tanto da prenderlo come riferimento imprescindibile e scontrarsi con chi ne era distante, come Mauro Zarate: «è uno dei giocatori più forti che ho visto da quando sono alla Lazio, ma nella vita non basta avere qualità, serve umiltà».

Dal secondo ha imparato come vivere positivamente le gerarchie, l’importanza del rispetto per il lavoro degli altri, quello che Guardiola non faceva mai mancare a Mazzone nei loro lunghi colloqui, nonostante avesse idee diametralmente opposte a quelle del suo allenatore.

Igli Tare

Tutto questo ha formato il Tare che conosciamo oggi, quello che ha scoperto Milinkovic-Savic, che è andato a prendere Keita a Barcellona per 400 mila euro, che ha portato alla Lazio il giovane De Vrij e il navigato Miro Klose, che dal Brasile è tornato con Hernanes e Felipe Anderson, che ha scovato Strakosha, Lulic e Lucas Biglia, che ha creduto nelle potenzialità di uno smarrito Luis Alberto, che ha fatto tornare in Italia Ciro Immobile e Correa. Intuizioni e colpi visionari a cui si sommano abbagli e buchi nell’acqua, flop e desaparecidos come Bruno Pereirinha e Ravel Morrison, Moritz Leitner, Gael Kakuta e molti altri. Errori che nel bilancio generale della sua esperienza decennale da direttore sportivo alla Lazio passano in secondo piano e non influenzano il giudizio, anche per quello che sono costati, poco, pochissimo.

Ci è voluto un po’, siamo stati pigri e distratti, forse un po’ snob, e solo ora siamo arrivati a dare a Tare quel che è di Tare, a riconoscergli delle doti da rabdomante, che nel silenzio del suo duro lavoro e con budget risibili a disposizione scava per tirare fuori giocatori che spesso diventano talenti, o come piace dire a qualcuno, plusvalenze. È con colpevole ritardo che apprezziamo la sua utopia, con cui rovescia le posizioni di potere soggiogando quella dei soldi con quella delle idee. Forse Tare, come gli allenatori capaci di valorizzare giocatori giovani o mediocri, andrebbe ringraziato, perché il suo lavoro offre una speranza, lancia il potente messaggio che il denaro non è tutto, che nel mondo opulento del calcio degli emiri puoi ritagliarti il tuo spazio anche se non non hai tanti milioni nelle casse.

Ma il merito di Tare non è solo questo. A guardarlo, con quella postura ferma, le labbra strette e serrate e gli occhi piccoli e vispi, sembra un rigido sergente. In realtà, è solo l’immagine della sua estrema serietà e riservatezza, che non significa durezza, anzi. Tare sa trasmettere empatia, vuole che tutti (giocatori, staff, dirigenti) lo chiamino Igli e non direttore, è attento e sensibile agli umori, sa essere – per sua ammissione – positivo nei momenti di difficoltà. E questa sua attenzione alla dimensione umana, ha contribuito a rendere la Lazio un ambiente al tempo stesso sano e disciplinato; ha permesso lo sviluppo di un progetto virtuoso che ha portato alla costruzione di una chiara identità e di un sistema di valori nei quali riconoscersi, anche attraverso i volti dei suoi protagonisti, come quello di Simone Inzaghi, da tre anni timoniere di un gruppo coeso e perfetto rappresentante di questa famiglia affiatata.

Igli Tare

Lotito e Tare sono una coppia bizzarra e complementare nella quale Tare, con la sua modestia e mitezza, rappresenta il perfetto contrario del suo presidente, vulcanico e spesso esuberante ai limiti del caricaturale. In questo bilanciamento si è creato un legame forte, al punto che Tare ha più volte difeso Lotito dagli attacchi esterni che ha l’abitudine di attirarsi, arrivando a definirlo come «il miglior presidente che si possa avere». Non sorprende, dunque, che Lotito sia riuscito a trattenerlo, allo stesso modo in cui Tare, poche settimane prima, aveva convinto un Inzaghi con le valigie pronte a restare, ricomponendo i cocci tra tecnico e presidente. È come se tutti alla Lazio siano disposti a immolarsi per l’altro per preservare armonia e progettualità, l’equilibrio trovato in questi anni, e provare a raggiungere quella qualificazione Champions che dopo una Coppa Italia e una Supercoppa italiana conquistate in questo ciclo, sarebbe il giusto premio per una gestione virtuosa. Il risultato che esalterebbe ancora di più il lavoro silenzioso di Igli Tare.

Federico Corona

About Federico Corona

Federico Corona nasce a Milano da genitori catanesi. Giornalista professionista, ha lanciato progetti editoriali sul web, scrive di sport e umanità varia su riviste cartacee e digitali.

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